
MY GUARDIAN ANGEL
Quando il passato ritorna.
Subject: Buffyverse
Timeline: Btvs/Ats Post NFA
Warnings: linguaggio a volte un po'..volgare.
Rating: NC17
Genere: Romance, Angst
Lunghezza: in corso
Pairing: Spuffy Angel/Other
Data: Giugno 2008 /
Prologo
Sono trascorsi cinque anni. Eppure ricordo tutto perfettamente. Ogni dannato secondo della notte che ha cambiato la mia vita per sempre.
Pioveva e il gelo mi penetrava nelle ossa. E mi faceva rabbrividire. Per quanto un corpo morto possa rabbrividire.
I Senior Partners ci avevano scatenato addosso l’inferno e noi eravamo solo quattro. Feriti. E io ero dannatamente convinto che saremmo morti quella notte. Tutti quanti.
Gunn fu il primo a cadere. Era già ferito e sapevo che non sarebbe durato a lungo. Anche se ho cercato di proteggerlo. Era simpatico, Charlie Boy. Si è accasciato sull’asfalto senza un grido.
Poi è stata la volta di Blu. Avevo iniziato a capirla, negli ultimi tempi. E mi è dispiaciuto vederla morire. Lei che si credeva una Dea. Ma l’ultimo sorriso era quello di Fred.
Così restammo solo io ed Angel. Due vampiri con l’anima che volevano salvare il mondo. Che ingenuità. O forse no?
Del resto il mondo è ancora qui. Ma non certo per merito nostro. Fu lei, ancora una volta a fare la differenza.
Non pensavo che l’avrei rivista così presto. Non dopo averla vista a Roma felice e spensierata. La credevo fuori dai giochi ormai. E invece eccola lì. Non mi chiesi nemmeno chi l’avesse avvisata. Era lì. E solo quello bastava.
Era lì e ci ha salvato il culo. Letteralmente. Lei e la sua schiera di cacciatrici. Non ne avevo mai viste così tante messe insieme. Neanche sulla bocca dell’inferno.
Non so se abbia mai saputo che ero lì anche io. Con tutto il caos che c’era non riuscimmo ad incrociarci nemmeno per un istante.
Ma non m’importava. Solo la sua presenza mi aveva ridato la forza di combattere. Ancora e ancora. Nonostante il dolore, nonostante le ferite. Nonostante il sangue versato.
Per Angel era lo stesso. Lo conoscevo bene ormai, il mio Sire. E sapevo che l’amava ancora. Nonostante Cordelia. E la ragazza lupo. Nonostante tutto lui l’amava ancora.
Come me.
E per me si sarebbe fatto da parte. Se solo ce ne fosse stato il tempo. Ma il destino ha voluto mettersi di mezzo. Di nuovo.
Non me ne resi conto subito. Ero troppo impegnato a combattere. E a uccidere. L’avevo persa di vista solo per un breve attimo. E quell’attimo era stato fatale.
Quando la vidi era già troppo tardi. Sentii un urlo straziante. Solo poi mi resi conto che fui io ad urlare. Incurante di tutto mi precipitai da lei. Ma riuscii solo a prendere tra le braccia il suo corpo senza vita. Non ero riuscito a salvarla.
Quello che accadde dopo lo ricordo confusamente. Mentre la tenevo tra le braccia il silenzio attorno a noi era agghiacciante e spaventoso. La pioggia aveva smesso di scendere e i demoni erano scomparsi. Tutti avevano smesso di combattere.
Un grosso drago giaceva a pochi passi da me. Il ventre squarciato. L’aveva ucciso lei. Si era sacrificata. Di nuovo.
Un altro urlo squarciò il silenzio. Il mio urlo. Poi persi i sensi. Credetti di morire. Morire davvero.
Mi risvegliai in un luogo sconosciuto e pieno di luce. Completamente bianco e privo di vita. Era quello l’inferno?Poi udii una voce. Non seppi mai a chi appartenesse. Probabilmente era così che doveva essere. Mi misero di fronte ad una scelta.
Buffy era morta ed Angel aveva ottenuto lo Shansu. Io avevo ricevuto un dono. L’umanità.
Ma vi rinunciai. Per salvare lei. Le diedi la mia vita. Ora lei vive. Grazie a me.
Non saprà mai quello che feci per lei. Ha perso la memoria e tutti i suoi poteri. Ha una nuova vita.
Quello che ha sempre desiderato. Una vita normale. Angel le sta vicino, come un fratello maggiore.
Io la seguo da lontano. La proteggo in silenzio. Senza farmi vedere. È stato il prezzo da pagare.
In cambio della mia vita mi hanno concesso privilegi che agli altri vampiri sono negati.
Sono unico nella mia specie. Ma questo non cambia ciò che sono. Sono un guerriero solitario.
E ora, dopo cinque anni le nostre strade tornano ad incrociarsi.
Capitolo 1 – Ricordando
Era una serata come tante altre. O, almeno, era iniziata come tale.
Ero rientrato a Los Angeles da una settimana e avevo appena finito di sistemare l’appartamento che Liam mi aveva trovato. Liam. Angel. Da quand’era diventato umano non aveva più voluto farsi chiamare così. Ora lui è Liam O’Connor, rispettato avvocato. O almeno è quello che è all’apparenza. Incredibilmente la Wolfram&Hart esiste ancora. Solo che è lui a dirigerla. E dietro lo studio d’avvocati lui continua la sua lotta contro il male. A volte lo chiamo ancora Angel. Non ho ancora perso l’abitudine di farlo incazzare, di tanto in tanto. Oppure Sire. Anche se trovo quella parola non più adeguata. Nonostante lui dica il contrario.
“Il nostro legame va oltre la vita e la morte”
Mi ha detto una volta. Probabilmente è vero. Riesco ancora a sentirlo a kilometri di distanza. Come riesco a sentire lei. Ma con lei è tutta un'altra storia. Non potrei non sentirla. Non dopo tutto quello che abbiamo passato. Non dopo quello che ho fatto per lei.
Sospiro. Non devo pensarci. Mi accendo una sigaretta e penso al presente. Al mio appartamento.
Si trovava all’ultimo piano di un grattacielo in una zona periferica e tranquilla di Los Angeles, l’ideale per chi come me non vuole dare troppo nell’occhio.
Nel corso di questi cinque anni erano cambiate molte cose, nel mio stile di vita.
Ero ancora essenzialmente un animale notturno, ma potendo ora espormi alla luce del sole ho dovuto adeguarmi a vivere anche di giorno. E a mescolarmi agli umani.
Non è stato facile, all’inizio. Mescolarmi agli umani intendo. Ma anche stare al sole. Ho provato, sulla mia pelle, che i raggi solari mi fanno comunque male, anche se non mi uccidono. Non mi inceneriscono ma una lunga esposizione ad essi mi indebolisce, e potrebbe risultarmi fatale.
Anche il contatto con gli umani è complicato. Soprattutto quando la tua vita è ancora fatta di sangue e morte. E devi fingere, nascondere le tracce, trattenere i tuoi istinti.
A volte rimpiango le cripte polverose e i seminterrati umidi dove abitavo prima. Ma solo per pochi istanti. In fondo ho sempre amato il lusso e le belle cose.
E disponendo di una discreta somma di denaro, guadagnata più o meno onestamente, posso permettermi una vita piuttosto agiata. Appartamenti di lusso, lenzuola di seta, abiti firmati, macchine potenti. E sangue fresco ogni mattina, direttamente dalla banca del sangue.
Peccato che sia solo. Dopo Buffy non sono più riuscito a innamorarmi di nessuno. Ho avuto solo due relazioni, in questi anni, entrambe con mortali, entrambe finite in maniera spiacevole.
La prima era francese, e si chiamava Christine. Era una cantante lirica e oltre ad una magnifica voce, aveva degli incredibili occhi violetti. Come Drusilla. Dev’essere stato questo ad avermi attratto, di lei. E forse era anche un po’ folle, come lei.
Siamo rimasti insieme per quasi 6 mesi, la durata del mio soggiorno a Parigi. Fui io a troncare. Mi ero reso conto che la situazione iniziava a farsi seria. E pericolosa, soprattutto per lei. Non ha mai scoperto cosa fossi in realtà.
Con la seconda, beh..è stato molto più complicato. Era italiana. Si chiamava Angelica ed era un angelo, di nome e di fatto. Era un architetto e aveva degli incredibili occhi verdi. Occhi che mi avevano letteralmente stregato.
Eppure, successe tutto per caso. Di notte ero solito vagabondare per le strade, e salvare vite in pericolo. E lei era una di quelle. Stava per essere aggredita da dei balordi in un parcheggio. E io la salvai. Ma non avevo tenuto conto di una cosa. Che salvandola avrei messo a repentaglio la mia.
Non ricordo esattamente cosa accadde. So solo che mi risvegliai sul suo divano, con una ferita alla spalla che mi faceva un male cane. E con il suo collo maledettamente troppo vicino ai miei canini.
Non so come riuscii a controllarmi ma finimmo a letto insieme. E non conoscevo nemmeno il suo nome. La nostra relazione iniziò così. E incredibilmente durò per quasi un anno.
Lei non aveva mai sospettato cosa fossi in realtà. E io credevo mi sarei fermato in tempo, prima che la situazione si facesse pericolosa. Dannato illuso.
Ero troppo coinvolto. E commisi l’unico errore che non dovevo commettere. Non avevo l’abitudine di portare nella mia casa le mie amanti occasionali.
Con Angelica lo feci. E fu la fine. Scoprì la verità. E a nulla valsero le mie spiegazioni tardive, le mie giustificazioni.
Non volle più vedermi. E basta. In fondo aveva ragione. Aveva avuto una relazione con un mostro. Non potevo certo darle torto. Ma era stato così facile con lei, dimenticare quello che ero.
E quando giochi con il fuoco, finisce sempre che ti bruci, prima o poi.
Lasciai l’Italia quella notte stessa, e giurai a me stesso che non avrei più avuto relazioni con delle mortali.
Mantenni fede a quella promessa, fino a che le circostanze mi hanno riportato a Los Angeles. Dove c’era lei. Buffy. O Beth. Sapevo che si faceva chiamare così ora. Me l’aveva detto Liam. Elisabeth Summers, detta Beth. Lui non le aveva mai parlato del soprannome che usava prima. Né della vita che faceva prima. Lei non ricordava nulla. Ed era giusto così.
Faceva parte delle condizioni. Aveva ricevuto in dono la vita, la mia vita, e doveva sfruttarla al massimo, senza più doveri, morte e demoni.
Sapevo che faceva la giornalista ora. Si era laureata da poco e, a detta di Liam, era molto brava. Non faticavo a crederci. Quello che desiderava l’aveva sempre ottenuto.
Viveva a Beverly Hills e aveva anche un fidanzato. Si chiamava Josef ed era un giornalista, come lei. Non l’avevo mai visto ma intimamente lo odiavo. Forse perchè lui poteva tenerla tra le braccia. E io no.
I suoi vecchi amici non li sentiva quasi più. Willow viveva a Londra, mentre Xander era da qualche parte in giro per il mondo. Dawn si era laureata e viveva a Roma, con Andrew.
Non aveva più contatti nemmeno con lei. Mi avevano raccontato che quand’era in coma Briciola si era precipitata da lei. Ma ovviamente non l’aveva riconosciuta al suo risveglio. E a poco a poco si erano allontanate. L’unico che era rimasto al suo fianco era Liam. Aveva provato un immediata sintonia con lui. E per un periodo so che era stata sul punto di innamorarsene di nuovo. Grazie a dio non era successo. Avrei potuto odiarlo, per questo.
Perchè ero ancora disperatamente innamorato di lei.
Basta. Non devo pensarci. Non devo pensare a lei. Sono diventato troppo maledettamente sentimentale, in questi anni. E non va bene. Getto la sigaretta e rientro in casa. È ora di fare l’eroe. L’eroe. Beh, forse è un po’ esagerato. Diciamo che faccio del mio meglio. In questi anni oltre ad aver cambiato abitudini ho anche perso quell’aria da cattivo ragazzo che mi contraddistingueva. Dire che è stato uno shock vedermi riflesso in uno specchio dopo più di un secolo è un eufemismo.
L’ultimo ricordo che avevo del mio aspetto era datato 1880. Un timido ragazzo occhialuto dall’aria spaventata e dai capelli impossibili. Mentre quello che mi appariva ora era una specie di sosia di Billy Idol. Così decisi di cambiare. Se vuoi mischiarti agli umani devi cercare di assomigliare a loro. E così feci. Via il look total black e via lo spolverino lungo di pelle. O quasi. Ma soprattutto via i capelli ossigenati. Ho lasciato che riprendessero il loro colore naturale e si allungassero un po’. Ho iniziato a indossare normalissimi jeans e magliette colorate,a volte bianche. Ora ho l’aspetto di un qualunque giovane di 30 anni. Peccato che abbia almeno un secolo e mezzo in più. Ma devo dire che faccio ancora la mia figura. Fortunatamente non ho dovuto riprendere a portare gli occhiali. In compenso ho ripreso in mano la penna. Ho ricominciato a scrivere. Beh, si fa per dire. Ho composto qualche poesia, ma non le ho fatte leggere a nessuno. E probabilmente nessuno le leggerà mai. Semplicemente sentivo il bisogno di avere una valvola di sfogo. Sarei impazzito, altrimenti.
Chiudo gli occhi e sospiro. Ci sto ricascando di nuovo. Dev’essere l’aria di Los Angeles che mi fa quest’effetto. Forse non sarei dovuto tornare. Ma Liam mi ci ha praticamente costretto. Non posso assolutamente mancare al suo matrimonio, che avverrà tra due settimane. Se ci penso mi sembra ancora incredibile. Angel si sposa. Due anni fa ha conosciuto una ragazza, una poliziotta di nome Tanja. Non l’ho mai conosciuta ma dalle foto che lui mi ha mandato è molto carina. Ha i capelli castani e gli occhi nocciola da cerbiatta. E con Liam forma una coppia perfetta. È stato fortunato a conoscerla. E ad innamorarsene. E per un pelo non se l’è lasciata sfuggire.
Ed è stato merito mio, in fondo. Ho passato ore al telefono con lui quando voleva lasciarla. E a cercare di convincerlo di non farlo. Perché aveva paura. E pensava di non meritarla. Lo preoccupava il suo passato e temeva che questo avrebbe rappresentato un ostacolo tra loro.
Dannato idiota. Avessi avuto io la sua fortuna. Se solo avessi avuto…
Ok. Spike piantala.
Lascio il mio appartamento e mi mescolo alla vita notturna di Los Angeles. Non la ricordavo così caotica. I rumori, le voci, la musica si mescolano nella mia testa e rischiano di farmi impazzire. Di solito riesco ad estraniarmi e a chiudere fuori tutto ciò che non mi interessa. Ma stasera sono troppo distratto. E confuso. Ho come la sensazione che stia per accadere qualcosa. O forse risento ancora del fuso orario.
Prima di rientrare in America ero in Europa. A Praga per la precisione. Dove avevo rivisto Drusilla. Conclusa la mia disastrosa relazione con Angelica avevo deciso di prendere le distanze dagli umani per un po’, riducendo i miei contatti con loro al minimo indispensabile.
Non so cosa mi abbia spinto ad andare proprio a Praga. Ricordi del passato forse. Sapevo che c’era una comunità di vampiri piuttosto consistente. E lei era tra loro.
Rivederla ha avuto su di me una reazione strana. È stato come un tuffo nel passato. Lei mi ha accolto a braccia aperte. Ovviamente. Ero ancora il suo principe oscuro. E per un po’ ho creduto davvero che potesse funzionare di nuovo, tra noi.
Di certo il sesso era una cosa eccezionale. E non dovevo preoccuparmi di farle del male, come nelle mie precedenti relazioni.
E poi ho ricevuto la telefonata di Liam. Dru sapeva cosa gli era successo. Anzi, con le sue visioni lo sapeva già da tempo. Come sapeva che io mi sarei innamorato di Buffy.
Di nuovo. Sbuffo esasperato. Più cerco di non pensarla e maggiori sono le probabilità che ogni cosa mi riporti a lei. Dovrei smetterla. Mi accendo un'altra sigaretta mentre il mio istinto mi suggerisce di andare verso il Down Town.
Di solito non sbaglia mai. Il mio istinto dico. In questi anni mi sono sempre affidato a lui, specie per salvare umani in difficoltà. E di solito il loro nemico era sempre sovrannaturale. Anche se loro riuscivano sempre a trovare spiegazioni razionali.
Comunque la mia relazione, se così si poteva chiamare, con Drusilla, è finita con la telefonata di Liam. Ho lasciato lei e Praga senza rimpianti. E lei ha capito. Ha capito subito. E come al solito ha previsto qualcosa, nel mio futuro. Ha avuto un'altra delle sue visioni imprecise eppure così veritiere.
È questo che mi ha spinto ad accettare l’invito di Angel e a ritornare qui.
"Tra sangue e dolore il campione della luce spazzerà le nuvole ed il raggio di sole tornerà a splendere".
E queste parole. Il campione. Il raggio di sole. Io e Buffy. Può essere? Può davvero succedere? O devo tenermi lontano da lei? Sangue e dolore. L’ultima cosa al mondo che desidero è che lei soffra. E poi, loro sono stati abbastanza chiari. Nessun contatto. Eppure.. Cristo sto impazzendo.
Delle grida attirano la mia attenzione e mi distraggono dai miei pensieri. Smettiamola con i ricordi del passato e le incertezze del futuro, e concentriamoci sul presente.
Il mio istinto non si era sbagliato nemmeno questa volta. Un nugolo di persone in una piazzola di fronte ad un palazzo di vetro. Auto dell’FBI in sosta a pochi metri. Giornalisti e curiosi un po’ ovunque. E il cadavere di una giovane donna riverso sul bordo di una fontana. Odore di sangue fresco. Mi avvicino senza farmi notare per osservare meglio. La ragazza ha due buchi sul collo. Che dire, lo stile è inconfondibile. Sorrido. Mi aspetta una lunga notte di caccia. Per trovare e ridurre in polvere i responsabili di quest’omicidio.
E poi..l’inaspettato.
La brezza leggera della sera mi porta il suo odore. Profumo di miele e vaniglia. Ricordi del passato. E il sangue si gela nelle mie vene. E poi la vedo. Ha eluso la sorveglianza e si è avvicinata al cadavere. È sempre stata una ragazza coraggiosa. È così vicina a me. Si trova solo a pochi metri. Indossa dei jeans e una camicetta a righe. I capelli sono sciolti sulle spalle e danzano leggeri sulla sua schiena mentre cammina. È bella come la ricordavo. O forse di più. Più grande, più matura. Ma sempre lei. Buffy. Beth. La mia cacciatrice.
Capitolo 2 – Primo incontro
Sono un idiota. Sono un fottutissimo idiota. E un coniglio. Sono fuggito. Sono fuggito da lei. E perché? Perché ho avuto paura.
E ora sono nascosto in un vicolo buio, e cerco di riprendere il controllo di me stesso e delle mie emozioni. Eppure dovrei essere abituato. Io sono un istintivo.
È accaduto tutto in pochi secondi. Un attimo prima lei era intenta ad osservare il cadavere, quello dopo il suo sguardo puntava su di me.
Incrocio i suoi occhi e mi manca il respiro. Mi sento come paralizzato e il mio cuore morto freme. Lei si avvicina e io non riesco a muovere un muscolo. Immobile la osservo finchè non si ferma a pochi centimetri da me.
Mi ha riconosciuto? Si ricorda chi sono? No. Non può essere. Non può succedere. Non così. Lei non..
“Ci conosciamo?”
Dopo cinque, interminabili anni sento di nuovo la sua voce. E potrei morire per questo.
“No.” Sussurro e faccio un passo indietro. Detesto mentire eppure devo farlo. E devo resistere alla tentazione di prenderla tra le braccia. Sentire il calore del suo corpo sulla mia pelle.
“Sei sicuro? Mi sembra di averti già visto. Sei della polizia?”
Oh, amore, se solo sapessi. Scuoto la testa. Ma lei insiste.
“Un reporter?”
“No.”
“Eppure, il tuo viso mi è familiare..”
“Mi sono trasferito a L.A. da pochi giorni.”
“Ok..” e il suo viso si illumina di un meraviglioso sorriso. “Io sono Elisabeth Summers, ma tutti mi chiamano Beth. Piacere di conoscerti…” e allunga la mano verso di me.
Io rimango immobile. Non posso.. Se solo la sfioro.. Cazzo. E poi il mio cuore agisce per me.
“William Greyson.” E la mia mano si stringe nella sua. Il suo calore si irradia nel mio corpo e mi riscalda. E poi accade qualcosa. Una scossa, che attraversa entrambi e ci fa sussultare. Le mani si sciolgono e lei fa un passo indietro.
Mi fissa trasognata e sta per aprir bocca quando delle grida attirano la sua attenzione. Si volta e io approfitto della sua disattenzione per fuggire.
E ora sono qui, nascosto come uno stupido coniglio. E lei mi avrà sicuramente preso per pazzo.
Ok. Spike. Non ci pensare. E occupati del vampiro. Il vampiro. Giusto. Una distrazione è quello che ci vuole. E trovare l’assassino della ragazza è il diversivo che mi serviva.
Anche se in questo momento desidererei un bel cocktail di sangue e whisky. Vorrei ubriacarmi fino a stare male. Dormire e smettere di pensare.
Rientro al mio appartamento che è quasi l’alba, stanco e insoddisfatto. Non l’ho trovato. L’ho cercato per tutta la notte ma quel dannato vampiro si è come volatilizzato. O forse il mio fiuto non è più quello di una volta.
Mi tolgo la giacca e mi getto sul letto vestito. Questa nottata mi ha sfinito. Come avevo desiderato la ricerca, seppur vana, del vampiro è servita a distrarmi. E a non pensare.
Ma ora che son di nuovo solo, tra le quattro mura del mio appartamento i pensieri tornano ad affollare la mia mente. E, in mezzo a tutti gli altri…lei.
Non dimenticherò quest’incontro. Non lo dimenticherò mai. È stato come rivederla per la prima volta.
La mia mente vola a oltre dieci anni fa, a quando la vidi davvero per la prima volta. Lei stava ballando con i suoi amici e io la guardavo da lontano.
Probabilmente me ne innamorai in quel momento. Anche se per molti anni scambiai quell’amore per ossessione. Ma allora era diverso. Non ero una checca come Angel.
Eppure alla fine accettai quel sentimento. E Drusilla l’aveva previsto. Lei vedeva sempre tutto.
Chiudo gli occhi e sospiro, sconfitto. A volte mi domando se le cose avrebbero potuto essere differenti. Se non fossi stato ossessionato dal desiderio di uccidere le cacciatrici. Se quel giorno non fossi andato a Sunnydale, forse non l’avrei mai conosciuta. O lei non si sarebbe mai attivata.
Se se se…
Spalanco gli occhi e mi drizzo a sedere. Cristo. Sto diventando io ora una dannata checca. Non faccio altro che rimuginare da un po’ di tempo a questa parte.
E tutto ciò non va bene. Sono sempre stato un tipo sanguigno, istintivo. Non ero mai stato un pensatore. Agivo e basta.
Ed è quello che dovrei continuare a fare. Il destino ha voluto che tornassi a Los Angeles e rivedessi lei? E così sia. In fondo non mi ha nemmeno riconosciuto. Si stratta solo di resistere fino al matrimonio e poi… Succeda quel che deve succedere. Non sarò certo io a contrastare gli eventi.
Con questi pensieri mi infilo sotto il getto caldo della doccia. Ho sempre amato il calore sulla mia pelle. Infatti, la prima cosa che feci, non appena capii che il sole non mi avrebbe più ridotto in polvere, fu di passare un intera giornata sulla spiaggia. E mi fu quasi letale. Nessuno mi aveva specificato che esporre un vampiro ai raggi solari era comunque dannoso.
Da allora presto molta attenzione, e prediligo le uscite notturne, come avevo sempre fatto. Ma il calore sulla pelle, che ti penetra dentro e ti riscalda. Quello è qualcosa che non si può dimenticare.
Esco dalla doccia rinfrancato. E mi getto di nuovo sul letto. Ora una bella dormita è quello di cui ho bisogno per prepararmi ad una nottata di caccia.
E domattina il dannato vampiro sarà solo un lontano e polveroso ricordo.
La notte è sempre stata l’habitat naturale per un vampiro. Il mio habitat naturale. Il vampiro è un animale. È un predatore. E i predatori vivono della caccia. Vivono della notte. Credo sia una cosa insita in noi. È qualcosa che acquisiamo nel momento della rinascita, quando il demone si impadronisce del nostro corpo.
Il vampiro vive di questo. Istinto e caccia. Nient’altro. Soprattutto all’inizio, quando il richiamo del sangue è più forte il vampiro non è altro che un animale dalle fattezze di un uomo. O dell’uomo che è stato. E come la maggior parte dei predatori è solitario. Non vive in branco. Non divide le sue prede con nessuno. Ed è per queste ragioni che la maggior parte dei vampiri hanno vita breve.
Tranne me. E quella che fu la mia famiglia. Dev’essere la discendenza dal maestro ad aver fatto la differenza, in noi.
Darla fu creata da lui. E Liam da lei. E io da Angel. O Angelus. L’abbiamo negato per anni eppure l’ho sempre saputo che era lui il mio Sire. E l’ironia della sorte ha voluto che lui me lo confessasse soltanto quando ormai stava per diventare umano. Questo e la lontananza forzata di questi anni non hanno comunque spezzato il forte legame che ci unisce. Ogni tanto lo chiamo padre. Così, per farlo incazzare. E lui mi urla di abbassare la voce, per paura che qualcuno mi possa sentire.
E ora si sposa. Alla tenera età di 250 anni. E Tanja non sa nulla. Liam non gli ha mai voluto confessare il suo segreto. Temeva di perderla ma trovo che così il rischio è anche maggiore. Se lo scoprisse per caso, da altri, o se qualche nemico lo venisse a cercare. Allora sì sarebbe la fine. E io potrei non esserci per salvargli il culo. Gli e l’ho ripetuto migliaia di volte ma non vuole sentir ragioni. È troppo dannatamente testardo, quando ci si mette.
Il vampiro che sto cercando è giovane. Lo so perché sono riuscito a studiare il cadavere. L’ha praticamente dissanguata. Probabilmente è stato trasformato da poco. Ed è dannatamente assetato di sangue. Istinto e caccia. Quando ti risvegli la prima cosa che vedi sono gli occhi del tuo sire. E la prima cosa che desideri è il sangue. Ti senti potente e forte. Ti senti il padrone del mondo. E la notte è tua amica.
Il mio risveglio è stato diverso. E anche il mio primo desiderio. Era sempre sete di sangue. Ma non di sangue qualsiasi. Io volevo la morte di coloro che mi avevano deriso quand’ero in vita. Fu una strage di cui godetti per lungo tempo. Non che oggi ne vada fiero. Dopo oltre 6 anni devo ancora fare i conti con la mia anima. Ma allora era stato inebriante. Li ritrovarono il mattino dopo, in un lago di sangue inchiodati alle pareti. Da quello nacque il mio soprannome. Spike.
Volevano William il sanguinario? Ora l’avevano avuto. Ne parlarono persino i giornali. La stampa ha sempre amato i delitti e la cronaca nera. Passato o presente non fa differenza.
Come il delitto di ieri sera. Ne hanno parlato ovunque. C’era persino un servizio di Beth. Devo ammettere che Liam aveva ragione. È davvero brava.
Scuoto il capo, sconfitto. È inutile. Ogni pensiero mi riporta sempre a lei. Sospiro. Meglio concentrarsi sul vampiro da uccidere. Ma per farlo devo prima trovarlo.
Un bravo detective sa sempre dove cercare. Trova gli indizi, segue le tracce. Ha un buon fiuto. Io, modestia a parte, ho tutto questo. E per una volta tanto, essere vampiro è un vantaggio, anziché una disgrazia. Così, inizio le mie indagini dal luogo del delitto.
Se il vampiro è giovane sarà anche inesperto. E avrà lasciato delle tracce. Sul pavimento, nella piazza accanto alla fontana, ci sono macchie di sangue che ieri sera non avevo notato. Probabilmente ero troppo preso da…
Stop. Spike. Piantala. Concentrati. Non ti distrarre. Pensa al vampiro. Al vampiro.
Mi accuccio accanto ad esse e chiudo gli occhi, annusando l’aria. I giovani vampiri hanno un odore particolare. Sorrido. Beccato. Mi alzo e inizio a seguire la sua traccia. Temo che catturarlo e renderlo polvere sarà fin troppo facile, e per niente divertente.
Ovviamente, mi sbagliavo. Non avevo tenuto conto del destino che doveva mettersi in mezzo. E a qualcuno che doveva mettersi per forza nei guai.
Sto attraversando l’isolato quando qualcosa mi paralizza. Un odore, inconfondibile che riconosco immediatamente, mi fa gelare. Un brivido mi attraversa la schiena mentre un presentimento si impadronisce di me. Un brutto presentimento. Una sensazione di pericolo. Lei. Buffy. Beth.
Arretro di qualche passo e mi infilo in un vicolo buio. Ora percepisco anche delle voci, delle grida. E inizio a correre, il cuore in gola e l’ansia che mi attanaglia. Non ero abituato a sentirmi così. Non sono abituato a preoccuparmi per qualcuno, se non per me stesso. Non sono mai stato abituato a preoccuparmi per lei. Perché lei era sempre stata in grado di difendersi da sola. Ma ora no. È umana. È debole. E indifesa.
Negli ultimi anni non ha mai avuto bisogno di me, anche se l’ho sempre vegliata. Ma lei era al sicuro, accanto a Liam. Anche a mille miglia di distanza sapevo che stava bene. E questo era la cosa che contava.
Ora è a pochi metri ed è in pericolo. E sento le gambe pesanti, come se non riuscissi a correre. E il mio cuore morto che mi scoppia in petto. E finalmente la vedo.
La scena che mi ritrovo davanti è qualcosa che non avrei mai voluto vedere. C’è il vampiro. L’animale che sto cercando. Ed è chino su di lei, che lo guarda terrorizzata. La mia Buffy. È sdraiata a terra e lui le è addosso, le trattiene le mani sopra la testa e le guarda famelico il collo, i canini bene in vista. un rivolo di sangue le esce dal labbro tagliato.
E io scoppio. Con un grido mi avvento sul mostro e lo trascino lontano da lei. Non mi rendo nemmeno conto di essermi trasformato, con il rischio che lei possa vedermi. E non mi rendo conto di aver urlato il suo nome. Di aver urlato Buffy.
Riesco a malapena a intravederla mentre si accascia al suolo che il vampiro mi scaraventa lontano. Non avevo tenuto conto della sua forza primordiale. Un vampiro appena nato è cento volte più forte di uno anziano. Ma la sua è una forza ancora da forgiare. E io ho dalla mia parte un esperienza secolare. E un buon maestro.
Finisco contro delle cassette di legno, che si frantumano sotto il mio peso. Mi rialzo con un ringhio e senza che lui se ne accorga, afferro una scheggia appuntita che userò come arma. Lui si avvicina a me e inizia a colpirmi. Schivo con facilità i suoi colpi. Lascio che si sfoghi. È tutto come avevo previsto. Tanti muscoli e niente cervello. Paro agevolmente un suo destro e, facendo leva sul suo braccio lo faccio volare contro la parete opposta. Non gli lascio il tempo di rialzarsi che sono su di lui. Il paletto si infila sul suo cuore e in pochi secondi tutto è finito. Non è stato nemmeno divertente, alla fine. E ora che la rabbia è scemata e, assieme a lei, l’adrenalina, la stanchezza, unita alla preoccupazione, iniziano a farsi sentire. E anche la schiena dolorante. Devo ricordarmi che non sono più così giovane. Ma è l’ultima delle mie preoccupazioni, ora. Mi volto lentamente in direzione di Beth.
È ancora a terra esanime. Mi avvicino lentamente e mi accuccio accanto a lei. Tiro un sospiro di sollievo nel sentire il suo respiro regolare. A parte qualche escoriazione sembra stare bene. La prendo delicatamente tra le braccia e, anche se mi rendo perfettamente conto che è la cosa più sbagliata da fare, la porto a casa mia.
Ma purtroppo, o per fortuna, la ragione l’ho persa da un pezzo.
Vederla stesa sul mio letto, ancora priva di sensi, mi provoca una strana sensazione. E tutti i sentimenti che per cinque anni ho cercato di reprimere tornano prepotentemente alla luce. Se solo Liam lo viene a sapere mi ucciderà. I patti erano chiari. Dovevo starle lontano. Ma in questo momento me ne frego altamente, di Angel, e dei patti. L’unica cosa che conta ora è lei.
È così..bella. I capelli biondi sparsi sul cuscino, il viso rilassato, le labbra dischiuse. Ho voglia di..baciarla, ma rimango in silenzio a guardarla fino a che lentamente non riprende conoscenza.
Apre piano gli occhi e si stiracchia i muscoli indolenziti. Probabilmente non si rende ancora conto di dove si trova. Poi focalizza la stanza e me, e scatta a sedere, spaventata.
“Va tutto bene, amore. Sei con me.”
“William, sei tu.” Sussurra, e tira un sospiro di sollievo. Dunque mi ha riconosciuto. E la sola mia presenza serve a tranquillizzarla.
Annuisco, e mi siedo accanto a lei, sorridendole. Lei si passa una mano tra i capelli, cercando di riordinare le idee.
“Mi hai salvato la vita.” Dice, colpita da una rivelazione improvvisa. “Quello era..”
“Era il solito delinquente di strada.” Scrollo le spalle, cercando di minimizzare. Non deve capire cosa effettivamente era colui che l’ha aggredita. Ma soprattutto cosa l’ho fatta diventare. “Ha avuto la fine che meritava.”
“Mi hai chiamato Buffy, prima. Perché?” mi domanda, dopo un po’. E io gelo. Non avrebbe dovuto sentire. Non doveva sentire. È sbagliato, dannatamente sbagliato.
Scuoto il capo con poca convinzione. “Ti sbagli..”
“No no. Me lo ricordo. E mi suonava stranamente familiare. Tu fai parte del mio passato..”
“Beth..” la interrompo. “Hai preso una bella botta.”
Lei mi fissa in silenzio. Forse l’ho convinta. Deve credere che ciò che ha sentito e visto è solo un sogno. Deve essere così.
“Vieni, ti accompagno a casa.” E allungo una mano nella sua direzione, aiutandola ad alzarsi.
Non c’è nessuna scossa che ci attraversa questa volta, ma i nostri sguardi, e le nostre dita, rimangono incatenati per un istante interminabile. E poi mi abbraccia.
E io potrei morire. Ho trascorso gli ultimi anni negando a me stesso il tocco di un'altra persona. Avevo compreso che stare troppo vicino agli umani poteva essere pericoloso. Non volevo vedere il mostro che ero riflesso nei loro occhi.
Ma con Buffy tra le mie braccia ho dimenticato tutto questo. Ed è come se finalmente avessi ricominciato a vivere.
Capitolo 3 – Il matrimonio del mio migliore amico
Sono un idiota. Anzi no, mi sento un idiota. Un idiota vestito da pinguino. Un pinguino grigio. Maledizione. È da circa mezzora che sono piantonato davanti allo specchio a osservare la mia immagine riflessa. E questo dannato colore fa a pugni con il mio incarnato pallido, e col biondo miele dei miei capelli. E assomiglio ad una checca. Maledetta quella volta che ho deciso di smettere di tingere i capelli. Certo. Così ora assomiglierei ad una checca platinata. Cristo.
Mi chiedo perché Liam abbia deciso di usare il grigio, per i testimoni. E lui si vestirà addirittura di bianco. Ma dov’è finito il classico e sempre attuale nero. Quasi quasi indosso i miei soliti jeans, e magari rispolvero la mia giacca di pelle nera. Certo così sarei un vampiro morto, ma nel vero senso della parola.
Sospiro, e do un occhiata all’orologio. Forse faccio ancora in tempo a comprare una bottiglietta di acqua ossigenata. Scuoto la testa. Sono già in stramaledettissimo ritardo. Mi passo una mano tra i capelli e smetto finalmente di fissare la mia immagine riflessa. Indosso la giacca ed esco di casa.
E dopo trenta secondi sono di nuovo dentro. Le fedi. Un testimone distratto è un testimone morto. E non posso dimenticare le fedi. E da bravo irlandese ha scelto i Claddagh. Sono due anelli d’oro bianco, con le mani che abbracciano il cuore sormontato dalla corona. Quando me li ha mostrati la prima volta sono rimasto affascinato. Ho sempre avuto un animo romantico, in fondo. William è sempre stato dietro Spike. E poi un po’ di sangue irlandese scorre anche nelle mie vene. Non mi sono mai interessato della storia della mia famiglia, quella umana intendo, ma ho scoperto di recente che mia madre aveva origini irlandesi, e non inglesi come avevo sempre creduto.
E poi c’è anche il sangue di Angel, in me. Dopotutto lui è sempre mio padre. Possiedo anche io uno di questi anelli. Me lo regalò Angel sei anni fa, quando era ancora un vampiro. Mi disse di donarlo alla donna che amavo, come lui aveva fatto anni prima. Era un velato invito a smetterla di fare l’idiota e raggiungere Buffy, farle sapere che ero vivo. Beh, si fa per dire. È successo dopo quel combattimento che abbiamo avuto. Quando io volevo ottenere a tutti i costi la coppa dell’eterno tormento. Deve aver capito, dai miei discorsi, che Buffy l’amavo davvero. Anche se mascherava tutto quanto dietro la gelosia. Se solo avessi seguito il suo consiglio. Invece avevo sempre trovato una scusa per rimandare. E il claddagh rimaneva lì, chiuso in un cassetto. E poi il destino ha deciso per me. Mi ha fatto rivedere la donna che amavo per pochi, terribili attimi, per poi togliermela di nuovo e pormi di fronte ad una scelta che avrebbe cambiato irrimediabilmente il futuro.
Scuoto il capo avvilito. Ci sto ricascando di nuovo. Sto pensando ancora a lei. Non ho fatto altro in questi ultimi tre giorni. E tra qualche ora la rivedrò, dal momento che sarà la damigella di Tanja. Sospiro. È ora di muoversi davvero.
Prendo la scatoletta e la metto al sicuro, in tasca, accanto alle sigarette e al cellulare. Ecco un abitudine, cattiva, che non ho perso. Fumare. Che poi non è proprio così cattiva, dal momento che sono morto, e non posso morire più di così. Di certo le sigarette non mi possono uccidere.
Il cellulare devo ancora comprenderlo bene, invece. Come del resto tutta la tecnologia. Ma trovo che il telefonino sia solo un dannato e rumoroso fastidio, a volte.
E il dannato, fastidioso oggetto decide di suonare proprio nel momento in cui sto uscendo.
Con un sospiro premo il tasto verde.
"Spike!"
E chi altri poteva essere se non il futuro sposo?
"Liam."
"Dove diavolo sei finito? Ti sto aspettando da un ora."
"Se non mi avessi obbligato a indossare un orribile smoking grigio sarei in chiesa da un pezzo, papà.”
Uh ora lo farò infuriare.
"Maledizione Spike quante volte ti ho detto di non chiamarmi così."
Lo sapevo.
"Tranquillo, Peaches, sono sulla soglia di casa, non mi sente nessuno."
"Sei ancora a casa?Ma lo sai che ore sono??"
Ora sta diventando isterico. Ma non erano le spose ad essere nervose il giorno del loro matrimonio?
"Calmati, Liam. Sto arrivando."
Non gli do il tempo di replicare, e riattacco.
Quando arrivo di fronte alla chiesa due cose attirano principalmente la mia attenzione.
La prima è Angel, un grosso puntino bianco in mezzo alla folla multicolore che passeggia avanti e indietro sul sagrato. Se continua così scaverà un solco dove cammina.
La seconda è il sole, una grande palla dorata che splende alta nel cielo. È una splendida, calda giornata californiana, l’ideale per un matrimonio, un inferno, per me.
Chissà per quanto potrò resistere, all’aperto senza arrostire.
Abbasso il finestrino e indugio sui presenti. La maggior parte degli invitati non li conosco. Devono essere amici e parenti di Tanja. Ci sono anche degli uomini in divisa, colleghi di lavoro, presumo.
Da parte di Liam c’è ben poco. Ha raccontato alla sua futura sposa di essere rimasto orfano quand’era giovane. E in un certo senso è vero.
Se sorvoliamo sul dettaglio che lui è stato giovane nel XVIII secolo. E che è stato l’artefice del massacro della sua famiglia. Ricordo che amava vantarsene, quand’era Angelus.
Il dopo è tutta un'altra storia. Anche io ho compiuto i miei bei massacri. E me ne vantavo, certo. Ma, diversamente da lui, uccisi mia madre per farla stare meglio. E me ne pentii amaramente per molto, molto tempo. Sospiro. Dovrei smetterla di rimuginare sul passato, e sulle donne della mia vita. Almeno per oggi.
Tra gli invitati di Liam ci sono alcuni dipendenti della Wolfram & Hart, tutti umani, ovviamente, o demoni poco appariscenti che si possono mischiare a loro.
Poi c’è Connor. Lui non poteva mancare. Angel ha raccontato a Tanja che lui è una specie di cugino da parte di madre. È diventato un uomo, ormai. Ma non mi ispira fiducia. Ha qualcosa nello sguardo che non me lo fa amare particolarmente. E pensare che è più o meno mio fratello.
E poi ci sono io. Lei, Beth, non è ancora arrivata. Arriverà insieme a Tanja, dal momento che è la sua damigella.
Il mio sguardo vaga tra gli invitati e viene attirato da un gruppetto di ragazzi che se ne sta in disparte. Dei ragazzi che conosco molto bene. Sono Xander, Willow, Dawn e Andrew. Ed è come fare un tuffo nel passato. Erano anni che non li rivedevo, e sono cambiati parecchio. Sono tutti molto... adulti, specialmente briciola. Chissà se si ricorda ancora di me. Chissà cosa fanno ora, dove abitano. E se ci sarà occasione in questa giornata, di parlare con loro. E se loro parleranno con Beth.
E poi... lei. Prima ancora di vederla avverto la sua presenza. Il suo profumo mi inebria e il cuore mi balza in gola. Volto appena il capo e la vedo.
Avanza lentamente verso la chiesa. È splendida, fasciata da un abito rosa antico che le sta d’incanto. I capelli sciolti sulle spalle brillano, illuminati dai raggi del sole. A fianco a lei c’è un ragazzo, il viso anonimo, occhi e capelli castani. Dev’essere il suo ragazzo, Josef. Provo un istintiva antipatia per lui. E per il suo completo nero.
L’idiota si china verso di lei e gli sussurra qualcosa all’orecchio. Lei ride e poi si volta nella mia direzione. I nostri occhi si incatenano e ci fissiamo per lunghi, interminabili attimi.
Forse dovrei scendere dalla maledetta auto e andarle incontro. Salutarla, stringerle la mano come un vecchio conoscente.
Ma lei mi precede e si avvicina, con la sua camminata aggraziata e un sorriso splendente in viso. Si ferma accanto all’auto e si china sul finestrino. La sua mano sfiora la mia.
“William, non mi aspettavo di trovarti qui.”
Io rimango come paralizzato, in preda ad una marea infinita di emozioni. Il calore sulla mia pelle, i suoi occhi nei miei. Il resto del mondo che sparisce per pochi, interminabili attimi.
Poi la sua mano lascia la mia, e il tempo ricomincia a scorrere.
“Ciao, Beth..” sussurro e, lentamente scendo dall’auto.
“Sei qui per seguire un indagine?” domanda curiosa, mentre io lancio un occhiata al sole, che inizia già ad infastidirmi. Sarà una lunga giornata.
Mi faccio schermo con la mano e accenno un sorriso. Finchè i nostri corpi non si toccano riesco ad essere sufficientemente padrone di me stesso, e delle mie emozioni.
“No sono..” esito. Devo dirle la verità? Immagino di sì, dal momento che non ho altra scelta. “Sono il testimone dello sposo.” E accenno in sua direzione con il capo.
Gli occhi di Buffy si allargano per lo stupore.
“Davvero?” esclama, e sorride. “Che coincidenza, io sono la damigella della sposa.”
Già, che coincidenza. E saremo insieme, all’altare, accanto agli sposi. L’ultima volta che sono stato in una chiesa sono finito abbracciato ad una croce. Ed ha avuto esiti disastrosi. Ma allora ero pazzo.
Ora invece..
Sono sempre e comunque pazzo.
“Quindi, sei un amico di Liam?”
La sua voce dolce mi fa tornare alla realtà. Sono un amico di Angel? Lo ero? Lo sono stato? Lo sono ancora?
“E’ stato come un padre, per me.”
Lo è stato. Lo è? Lo è ancora? O sono io ora, il più saggio?
“E perché non ti ho mai visto prima d’ora?”
Già, perché? Perché ho scelto di starti lontana. Perché il destino ha voluto così. Stare accanto a lui avrebbe significato stare accanto a te. E questo non era permesso. Ma lo è ancora?
“Sono un vagabondo. Ma, nonostante la lontananza, siamo sempre stati uniti.” Ridacchio, per smorzare la tensione. Lei appare pensierosa.
“E’ strano, non mi ha mai parlato di te.”
Osservo il cielo di sbieco, e non rispondo. Il caldo mi infastidisce, e il sole mi acceca.
“Non lo tartassare di domande, amore. Avranno avuto i loro motivi.”
Volto lo sguardo verso il nuovo arrivato. Non mi ero accorto che l’idiota si fosse avvicinato. Tiene un braccio sulle spalle di lei e la stringe in modo possessivo. E io gli staccherei volentieri la testa a morsi. Ma dubito che Angel ne sarebbe felice.
“William, non ti ho ancora presentato Josef, il mio fidanzato.” Dice Beth, radiosa. E io non potrei mai farla soffrire.
Forzo un sorriso e stringo la mano che lui mi porge. E all’improvviso sento uno sguardo su di me.
Anche senza voltarmi so già di chi si tratta.
Liam.
Si avvicina a grandi passi e mi lancia occhiate di fuoco che solo io so riconoscere. È incazzato con me. E so anche il perché.
“Vedo che vi siete già conosciuti.” Dice, in tono falsamente gioviale. E si mette tra me e Buffy. I due piccioncini non si accorgono di nulla.
Beth lo abbraccia e gli sfiora la guancia con un bacio. Questa giornata mi ucciderà, ne sono sicuro.
“Sei nervoso, Liam?” gli domanda.
Lui annuisce distrattamente e torna con l’attenzione su di me. Mi afferra per un braccio. Non è più un vampiro ma la sua forza è notevole, per essere un dannato umano.
“Vorrei parlare un istante con William, se non vi dispiace.” E quasi senza attendere risposta mi trascina via.
Ci appartiamo in un angolo, accanto ad un parco e finalmente mi lascia andare.
“Cos’era quello?” e sento la rabbia nella sua voce.
Io non gli rispondo subito. Prendo una sigaretta e mi riparo all’ombra di un albero. Almeno non morirò subito.
“Allora?”
Mi accendo la sigaretta, indifferente. Forse la tattica migliore e ignorarlo e attendere che sbollisca la rabbia. Una volta funzionava.
“Spike!”
Ora evidentemente no.
Mi giro a guardarlo.
“Di che parli?”
Lui mi indica Buffy.
“Come fai a conoscere Beth?”
Mi viene da ridere, per la stupidità della domanda. Ma ha detto Beth, non Buffy. I patti dopotutto erano chiari. Nessun contatto.
Guardo la sigaretta che ho tra le mani come se fosse la cosa più importante di questo mondo.
“Spike?”
E alzo di nuovo gli occhi su di lui.
“Abbiamo condiviso un indagine.” E dopotutto è vero. “Non mi sarei mai aspettato di trovarla lì, sulla scena del crimine.”
“Quando?”
“L’altra sera. Ricordi l’omicidio della modella nel Down Town?”
Lui annuisce.
“Ecco io ero lì. E anche lei. Ovviamente si trattava di un vampiro. E Buffy ha pensato bene di cacciarsi nei guai.”
La sua espressione cambia. È evidente che lei non gli ha detto nulla di tutto questo. E io non mi rendo conto di averla chiamata Buffy.
“Ti ha..?”
Scuoto il capo.
“Non si è accorta di niente. E come vedi, sta più che bene. Non sospetta niente."
Lui sospira, e si rilassa. Almeno un po’.
“Sai quali erano gli accordi, Spike.”
Getto la sigaretta ormai consumata e guardo altrove. Guardo lei che, illuminata dal sole, ride con il suo fidanzato. È felice. E io non ho alcun diritto di…
“E’ stata solo una dannata coincidenza, Angel.” È inutile, proprio non mi riesce di chiamarlo Liam. Per me sarà sempre Angel. E dopotutto, io per lui rimango sempre Spike. “Ci siamo ritrovati per caso nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma non succederà più. Domani lascerò Los Angeles e…”
Il suo leggero tossicchiare interrompe la mia frase a metà e mi fa voltare il capo verso di lui. Lo osservo stringendo gli occhi. Ha lo sguardo basso e l’aria tremendamente imbarazzata. Come se dovesse dirmi qualcosa e non avesse il coraggio di farlo.
Improvvisamente mi sento nervoso.
“A questo proposito, William..”
Socchiudo gli occhi. Quando mi chiama William prevedo guai. Per me.
“Sputa il rospo, sire.” E inconsciamente alzo di un tono il volume della voce.
Lui mi guarda spaventato.
“Abbassa la voce, vuoi che ti sentano tutti?”
Come se un gruppetto di stupidi umani possa conoscere il significato della parola sire.
“Parla.”
Ma non fa in tempo ad aprire bocca che un boato alle nostre spalle copre le nostre voci. E uno strombazzare d’auto ci fa voltare entrambi verso la chiesa.
Una limousine nera e lucida, ricoperta di fiocchi e nastri bianchi ha appena parcheggiato davanti alla piazza.
Liam si irrigidisce al mio fianco. È arrivata Tanja. Scende lentamente dall’auto in una nuvola di velo trasparente. È splendida, nel suo abito candido. È raggiante e cerca subito il suo futuro marito con lo sguardo.
“Ne parliamo dopo.” Sussurra lui e, senza attendere risposta va da lei.
Tutti entrano in chiesa. Tutti tranne me. Mi sento improvvisamente inadeguato, in questa giornata di festa. Cosa diavolo ci sto a fare qui io, in mezzo a tanti umani. Io, che di umano non ho nulla?
Capitolo 4 – Ritorno al passato
Alla fine sono entrato. Non avrei mai potuto fare questo a Liam. Ero il suo testimone dopotutto. E poi avevo io le fedi.
Non so quanto tempo sono rimasto a rimuginare appoggiato al tronco dell’albero. Con gli occhi chiusi e le guance bagnate di lacrime. Non l’avevo nemmeno sentita arrivare.
La sua mano gentile si è posata sulla mia spalla facendomi trasalire. Ho riaperto gli occhi e i nostri sguardi si sono incrociati per un lungo momento. Poi lei ha sorriso e il sole è tornato a splendere.
“Stai bene?” mi ha domandato.
Io mi sono raddrizzato e ho asciugato le guance bagnate.
Mai mostrarsi debole. Mai.
Ho annuito e ho forzato un debole sorriso. La sua mano è scivolata via dalla mia spalla.
“Non ti ho visto entrare. Ero preoccupata.” Ha fatto una piccola pausa poi ha ripreso a parlare. “Hai litigato con Liam?”
Quella domanda mi ha spiazzato. È questo che hanno visto da fuori? È questo quello che lei ha visto? Lei ci guardava? Lei mi guardava?
“No. Noi non..” non son riuscito a finire la frase che una voce da lontano ci ha interrotto.
“Beth! L’hai trovato? La cerimonia sta iniziando.”
Ci siamo voltati entrambi verso la chiesta. Era l’idiota. La cerimonia. Giusto.
Buffy ha agitato una mano in direzione del suo ragazzo.
“Sì! Arriviamo.”
Poi mi ha afferrato la mano e mi ha trascinato verso la chiesa. E io stordito dal suo tocco non ho potuto fare altro che seguirla.
La cerimonia è breve e intensa. O almeno così mi sembra. È la prima volta nella mia esistenza che assisto ad un matrimonio. Nemmeno nella mia breve vita umana vi avevo mai partecipato. Però ne sognavo uno mio. Con Cecily. Al sol pensiero, ora, mi vien da ridere. Come potevo essere innamorato di una come lei. Una stupida provincialotta. E non era nemmeno così bella. Non quanto Buffy alemeno. Ma anche io, allora, ero uno stupido provincialotto. E nemmeno molto affascinante. Anche se abitavo a Londra avevo trascorso la mia infanzia nelle campagne inglesi. Era stato il periodo più felice, quando mio padre era ancora vivo. Forse, se lui non fosse morto, il corso della mia esistenza sarebbe stato diverso. Forse non sarei mai divenuto un vampiro. Non avrei mai conosciuto l’orrore, la morte, il sangue. Non sarei mai stato un mostro. Ma non avrei nemmeno mai conosciuto lei.
Sospiro. Sì sto diventando una checca rimuginatrice. È questo l’effetto che ti fa l’anima, quando ce l’hai da un po’?
Intanto la cerimonia procede.
Io Liam, accolgo te, Tanja, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.
Inconsapevolmente rabbrividisco, a queste parole. Liam si sta sposando. Si sta sposando davvero. Gli occhi si inumidiscono. Lancio una breve occhiata a Buffy e vedo che anche lei è commossa. Vorrei esserle più vicino per prenderle la mano. Vorrei essere accanto a lei, di fronte all’altare e pronunciare i voti al posto di mio padre.
Io Tanja, accolgo te, Liam, come mio sposo.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.
Non mi sono mai accorto di quanto Tanja fosse bella. È perfetta per lui. Se solo le avesse detto la verità sul suo passato. Un matrimonio non si può basare sulla menzogna. Non pensavo più al matrimonio da..130 anni. E ora vorrei sposarmi..con lei. È assurdo. Dovrei spegnere il cervello e impedirgli di pensare certe cose.
L’unica cosa che mi conforta, e allo stesso tempo mi uccide, è il fatto che domani sarò mille miglia lontano da qui. Almeno lo spero. Oppure no? C’è sempre quel discorso in sospeso con Angel. Chissà cosa deve dirmi di così urgente. Nulla di grave, mi auguro.
E poi la cerimonia finisce. È stata più breve di quanto pensassi. Finito il rito ci ritroviamo tutti fuori a festeggiare i novelli sposi, con pioggia di riso, abbracci e qualche lacrima. Io ho vissuto il tutto in stato di trance, come se il mio corpo fosse lì, accanto all’altare, ma la mia mente fosse altrove.
E ora mi aspetta la parte più difficile della giornata. Il ricevimento nuziale. Gli sposi hanno scelto una villa d’epoca vicino a Santa Monica. All’aperto ovviamente. Ma non ha pensato Angel a quel povero disgraziato di testimone, quando ha scelto il luogo per il pranzo di nozze?
Il sole splende alto nel cielo e pare farsi beffe di me. Forse potrei trovare una scusa, e andarmene. Ma mi basta incrociare il suo sguardo per cambiare idea. Non posso non approfittare di questi pochi, e forse ultimi, preziosi momenti che posso trascorrere con lei.
Ho già detto che sono un vampiro masochista?
Me ne sto qui, in un angolo, all’ombra di una quercia secolare con un cocktail in mano. Osservo distratto la moltitudine di colori e odori che mi circondano. E che mi infastidiscono. Non ho nessuna voglia di unirmi a loro. A meno che loro non vogliano unirsi a me..ma per uno spuntino. Un mio spuntino. Sono cinico, lo so. Ma, nonostante l’anima mi berrei volentieri un po’ di sangue di qualcuno degli invitati. Ad esempio..dell’idiota.
Scuoto la testa e osservo il liquido all’interno del bicchiere. Visto sotto una certa angolazione sembra sangue. Il sangue. Già. Chissà se resisterò fino a stasera?
Ridacchio e bevo un sorso del cocktail. Ho resistito ad astinenze peggiori. È il caldo piuttosto che mi preoccupa. Almeno potessi togliere questa ridicola giacca. E la cravatta.
“Dannato inferno”
“Spike?”
Una vocetta timida interrompe il corso sconclusionato dei miei pensieri. Appartiene a qualcuno che sa chi sono dietro la facciata di bravo ragazzo testimone dello sposo. Appoggio il bicchiere e mi volto. Incontro un paio di occhi verdi e un visetto pallido, contornato da una cascata di capelli rossi.
Willow.
La strega non è cambiata molto. È giusto un po’ più matura di quando l’ho vista l’ultima volta. È sempre molto carina. E ha quell’aria indifesa che ti fa venir voglia di proteggerla. Ed è un controsenso, considerato che è una Dea.
“Ciao rossa.”
Lei sorride e si avvicina di un passo.
“Come stai Spike?”
Bella domanda. Guardo di sbieco il sole attraverso i rami dell’albero.
“Quasi arrostito ma sostanzialmente bene.”
Il suo sorriso si fa più ampio. Sembra contenta di vedermi e io mi sento stranamente sollevato.
Mi sembra di essere tornato indietro nel tempo. A quando gli scoobie non mi potevano soffrire. E io non potevo soffrire loro. Eppure stavamo bene insieme. In fondo.
“Ti trovo bene.” Dico sinceramente. E le sue guance si colorano di un tenue rossore.
Sbircio sopra la sua spalla e noto tre paia di occhi che ci guardano intimiditi e un po’ curiosi.
Xander, Dawn ed Andrew. La gang al completo.
Sorrido e faccio un cenno verso di loro.
“Potete avvicinarvi.” Ridacchio. “Non mordo.”
La strega trattiene a stento una risatina. Andrew e Xander si guardano imbarazzati. Dawn mi osserva con i suoi occhi grandi da cerbiatta.
E in un attimo è tra le mie braccia. È cresciuta, la mia briciola. È una donna ormai. Eppure si commuove ancora come una ragazzina. E io con lei.
Dopo un momento che mi pare interminabile mi sciolgo dal suo abbraccio e la osservo. Sì è davvero una donna.
“Sono felice di vedervi, ragazzi.” E finalmente si sciolgono. Xander mi stringe la mano ed Andrew…
Beh lui non è cambiato affatto. Mi abbraccia per nulla imbarazzato e piange sulla mia spalla, sussurrando le solite frasi tratte dai film.
Qualche minuto dopo chiacchieriamo accanto al buffet come se non ci fossimo mai lasciati.
Willow ha lasciato Londra e si è trasferita a New York, dove lavora come sistemista, ma le manca il clima caldo della California. Ha ricominciato a frequentare Oz, il licantropo che un tempo amava. Si son rivisti per caso quando il ragazzo è capitato lì per un concerto del suo gruppo. Anche Xander vive a New York, e ha un impresa edile. Ha deciso che era ora di smettere di gironzolare per il mondo. Ha frequentato per un periodo una ragazza ma non ha funzionato. Andrew e Dawn vivono ancora a Roma e progettano di sposarsi. Vorrebbero tornare anche loro in America, magari a Los Angeles.
Sembriamo davvero un gruppo d’amici che non si vede da tempo. Beh..in fondo lo siamo. E stare fra di loro mi fa sentire stranamente sereno. L’atmosfera non è più pesante come prima. E anche il sole non mi da più così fastidio.
Ad un certo punto mentre Xander ci sta raccontando una delle sue avventure in giro per il mondo lo sguardo mi cade su Beth, che chiacchiera allegramente con un gruppo di invitati.
Sospiro. Se solo anche lei fosse qui, con noi.
“Ehi Spike, tutto bene?”
Il mio cambiamento repentino d’umore non è passato inosservato. Annuisco e cerco di sorridere. Ma i miei occhi sono ancora puntati su di lei. Anche gli altri ora mi osservano apprensivi.
Sento posarsi una mano gentile sulla spalla e finalmente mi volto.
“E’ per lei, vero?” chiede la strega, che ha capito tutto con un semplice sguardo.
Annuisco di nuovo.
“Vorrei che fosse qui, con noi.”
L’atmosfera è mutata di colpo. L’espressione di Dawn si è fatta triste, ed Andrew la stringe a sé, protettivo. Xander sospira e cerca la mano della sua migliore amica. Il nostro pensiero è comune.
“Manca a tutti.” Dice Harris.
“Ma non ricorda proprio nulla?” domanda briciola.
Scuoto il capo.
“Neanche rivedendoti?” chiede Willow.
La guardo.
“La prima volta che ci siamo rivisti ha avuto l’impressione di avermi già incontrato da qualche parte. “ i loro sguardi sembrano illuminarsi di speranza. “ma le ho detto che si stava sbagliando.”
“Perché?” grida Dawn.
“Perché, Spike?” le fa eco la rossa.
“Sapete tutti cos’è successo no?” chiedo retorico. Loro annuiscono. Sanno tutta la dannata storia. Anche se viverla è stata un po’ differente. “Lei non deve ricordare.”
“Perché?”ripete Dawn, cocciuta.
“Non sappiamo cosa potrebbe succedere se dovesse ricordare. E la mia presenza qui..”
“Spike?”
Non riesco a concludere la frase che vengo interrotto da qualcuno. Il gruppetto si scioglie e tutti si allontanano.
Angel si avvicina a me. Mi guarda in un modo strano. Che abbia sentito qualcosa dei nostri discorsi? Che lei abbia sentito qualcosa? Lancio uno sguardo fugace in sua direzione. Sta sempre ridendo con gli invitati. Ed è troppo lontana per aver udito qualcosa.
Rivolgo di nuovo la mia attenzione a Liam che sta salutando i ragazzi.
“Scusate se vi interrompo ma ho bisogno di Spike.” Si gira verso di me. “Devo parlarti.” E mi fissa in maniera eloquente.
Ora ricordo. Il discorso che abbiamo lasciato in sospeso prima della cerimonia.
Congedo la gang e lo seguo, con una strana inquietudine. Chissà cosa deve dirmi di così importante.
“Scordatelo”
Angel abbassa gli occhi e si fissa la punta delle scarpe, visibilmente imbarazzato.
Io invece sono furioso. Non può farmi questo. Non dopo che..
Cazzo.
Dev’essere impazzito. Do un piccolo pugno sull’isola della cucina. Perché mi deve sempre mettere in certe situazioni.
“Spike..” accenna timido, rialzando lo sguardo. Chissà se nota le mie occhiate assassine. Ah se uno sguardo potesse uccidere.
“No!” lo blocco, secco. Alzo una mano per enfatizzare il mio rifiuto. Forse è la volta buona che lo capisce.
“Ma si tratta solo di un mese..”
“Hai qualche problema con la parola NO, peaches?”
Liam si passa una mano tra i capelli e allenta il colletto della camicia. Scommetto che sta sudando. Per un attimo il suo collo appare ai miei occhi. La vena pulsa in maniera fin troppo invitante.
Il demone ringhia dentro di me. Deglutisco. Troppo tempo fuori. Sono stanco e disidratato.
Appoggio entrambe le mani sull’isola e chiudo gli occhi. Sospiro, frustrato.
Devo allontanarlo, subito.
“Spike?”
“Puoi allontanarti di qualche metro, per favore? Prima che mi faccia uno spuntino con il tuo collo.”
“Oh.”
Anche se non lo vedo percepisco lo spostamento d’aria.
“Così va bene?” chiede, dopo qualche minuto.
La sua voce mi giunge lievemente attutita e con un leggero ritorno. Dev’essere vicino alla porta a vetri della veranda.
Annuisco e sospiro di nuovo.
“Scusami, per questo.”
“Scusami tu, William.” La sua voce è venata di preoccupazione. “Avrei dovuto immaginare..”
“Non ti preoccupare.” Lo interrompo io. Riapro gli occhi e lo guardo. Come pensavo, è vicino alla veranda. “E’ tutto sotto controllo.”
Sorride lievemente.
“Ma è meglio che me ne vada. Ora.”
Il suo sorriso scompare così com’è apparso. Si mordicchia il labbro inferiore, di nuovo imbarazzato.
“Allora accetti?” chiede, timido.
Ridacchio. Sembra un ragazzino al suo primo appuntamento. Mi irrita ma allo stesso tempo mi fa tenerezza, il suo comportamento.
“Ho un volo prenotato per domani..”
“Lo puoi rimandare.”
“Proprio non ti arrendi?”
Alzo gli occhi al cielo, di nuovo frustrato. Lui si stringe nelle spalle.
“Si tratta solo di un mese. Ho già detto ai ragazzi che mi avresti sostituito.”
Lo fulmino con lo sguardo. Un piccolo ringhio mi esce dalla gola. Non è possibile.
“Tu davi per scontato che avrei accettato, vero?” e la mia è più un affermazione, che una domanda.
Lui sorride e mi disarma. Colpito e affondato.
“Beh, sì.”
Allargo le braccia, sconfitto. Giro attorno all’isola e mi allontano verso l’uscita. Mi fermo davanti alla porta.
“E va bene. Prenderò il tuo posto nella maledetta agenzia di avvocati del diavolo.” Mi mordicchio il labbro, ghignando appena.
“Ma voglio il tuo ufficio.”
Appoggio la mano sulla maniglia. Il ghigno si allarga.
“E la Viper.”
Angel sospira dietro di me.
“Non cambierai mai.”
Potrei giurare che sta scuotendo la testa con il sorriso sulle labbra.
“E’ un sì?”
“Sì.”
Apro la porta.
“Spike?”
“Sì?”
“Grazie per essere venuto. Non deve essere stato facile.”
Mi volto lentamente a guardarlo. Fottuto bastardo. Lo odio quando si comporta così.
“Grazie a te per avermi invitato.” Dico in un sussurro e poi fuggo, prima che veda i miei occhi lucidi.
Guido verso il mio appartamento in uno stato di trance. La giacca da pinguino e la cravatta sono malamente gettati sul sedile posteriore.
Ho il finestrino abbassato e l’aria rinfresca il mio viso troppo accaldato. Non vedo l’ora di farmi un bello spuntino a base di sangue fresco.
Sospiro e rimugino sulla conversazione con Angel. Mi ha fottuto di nuovo. E mi ritrovo ingabbiato in una situazione da cui mi è impossibile uscire.
Se questa è stata la giornata più lunga della mia esistenza quello che mi aspetta sarà un dannatissimo mese all’inferno. Do un pugno sul volante. L’auto sbanda appena e poi rientra in carreggiata.
Non devo pensarci. O rischio di impazzire. Un mese in fondo passa in fretta. E non devo avere per forza contatti con lei.
Ma se in tre giorni l’ho vista per ben tre volte e due erano fottute coincidenze in un mese quanto rischierò?
Cazzo.
In che dannata situazione mi hai messo, Sire.
Capitolo 5 – La Wolfram & Hart
Appoggio il flacone di acqua ossigenata sul bordo della vasca e sciacquo i capelli sotto il getto caldo della doccia.
Sono le otto di mattina del lunedì e io sono maledettamente in ritardo al mio primo giorno di lavoro.
Lavoro. Beh si fa per dire. Capo per un mese della Wolfram & Hart. Dovrei essere emozionato di questo. E orgoglioso.
La verità è che sono dannatamente terrorizzato. E ho un diavolo per capello. Letteralmente. Di punto in bianco ho deciso di tornare al vecchio me.
Allo Spike dark e platinato. Fortuna che esistono gli store aperti 24 ore su 24. E che ne ho uno giusto sotto casa.
E fortuna anche che ho uno specchio su cui riflettermi. Almeno posso vedere il disastro che ho combinato. Erano anni che non lo facevo.
È come quando un adulto fatto e finito decide di rispolverare il look che usava da giovane. E si suppone sia ridicolo.
Io sono come l’adulto fatto e finito. Ma il risultato non è poi così male. Non sembro ridicolo. Solo..nostalgico.
Avevo nostalgia del vecchio me. L’avevo rinchiuso in un angolo del mio cuore, sostituito da quell’aria da bravo ragazzo che non mi si addice affatto.
E ho capito che posso essere Spike continuando ad essere William. In fondo lo sono sempre stato.
Con i capelli ancora bagnati mi sposto in camera da letto dove, in mezzo ai vestiti che indosserò oggi, troneggia il mio vecchio spolverino.
Mi siedo sul bordo del letto e accarezzo la pelle morbida. Chiudo gli occhi ed è come fare un salto nel passato. Questa giacca è…tutto per me. È un simbolo. Mi fa sentire sicuro e forte. Mi basta solo non pensare ai metodi poco ortodossi con cui me la sono procurata.
Sa di polvere e tabacco, sangue e ricordi lontani. Ho smesso di indossarla il giorno in cui Buffy è morta. Il giorno in cui è nata Beth.
Suppongo sia simbolico che torni a portarla proprio ora..che l’ho rivista. Scuoto il capo e inizio a vestirmi. Sono già in dannato ritardo. In quel preciso momento il cellulare inizia a suonare.
Mi allungo sul comodino e lo prendo. Sul display appare lampeggiante il nome di Angel.
Cazzo.
Ma non dovrebbe essere già partito?
“Pronto?”
“Ciao, William.” Mi saluta allegramente.
“Angel.” Sospiro. Prendo una sigaretta e la accendo. “Non dovresti essere già partito?”
“L’aereo ha subito un piccolo ritardo. Come vanno le cose lì?”
Tiro una boccata e rifletto un momento sulla risposta. Potrei sempre raccontargli una balla. E se poi mi chiede di passargli qualcuno del suo staff?
Cazzo.
“Ehm..” tentenno. “Sono ancora a casa.”
“Che cosa?!?” grida lui e devo sposate il telefono se non voglio finire sordo con qualche secolo d’anticipo.
“Angel, calmati. È tutto sotto controllo.” O certo.
“Dammi una buona ragione per non pentirmi di averti assegnato questo compito.”
“Ho avuto un piccolo contrattempo.” Beh in fondo è vero. “Ma sto uscendo di casa.” Questo è un po’ meno vero.
“Spero per te che sia vero.”
“Angel mi stai facendo perdere tempo.” Appoggio un istante il telefono sul bordo del letto e, con la sigaretta tra i denti infilo lo spolverino. Quando lo riprendo in mano Angel sta finendo una frase che non ho capito.
“…ok?”
“Ehm..certo.”
Lui, dall’altro capo del filo, sospira di sollievo. Sarei proprio curioso di sapere cosa mi ha chiesto.
Più che altro per non mettermi nei guai.
“Benissimo, allora posso partire tranquillo.”
Mi chiudo la porta alle spalle e scendo velocemente le scale.
“Angel cosa devo aspettarmi alla Wolfram&Hart? Chi sono i nuovi componenti della gang?”
Ma lui elude la mia domanda. Una voce proveniente dall’altoparlante copre per un attimo la sua.
“Hanno annunciato il mio volo, devo scappare. Mi raccomando, Spike.”
“Angel, aspetta.”
“Ti chiamo quando atterro, ok? E non fare stupidaggini. Ciao.”
E riattacca.
Ora sì che sono tranquillo. Do un occhiata all’orologio. Le otto e mezza. Sono ufficialmente in ritardo.
Raggiungo l’auto, parcheggiata sotto casa e parto sgommando. La sede della Wolfram&Hart non è cambiata quindi so esattamente dove andare.
Il tragitto fortunatamente è breve e mi impedisce di rimuginare troppo su quanto sta per accadere.
Parcheggio l’auto proprio di fronte all’ingresso. Non scendo subito. Prendo un'altra sigaretta e l’accendo.
Coraggio Spike, ce la puoi fare. La cosa che mi preoccupa di più è chi troverò di sopra. Angel non mi ha detto un dannato niente.
Della gang originaria non è rimasto nessuno quindi non so cosa aspettarmi. Ma soprattutto..loro sapranno con chi avranno a che fare?
Tiro l’ultima boccata e con un sospiro scendo dall’auto. Getto il mozzicone della sigaretta ed entro.
Anche l’interno è rimasto lo stesso. Attorno a me c’è il solito via vai di gente in giacca e cravatta. Umani e demoni che si mischiano in perfetta armonia, come sempre.
Sembra sia passato un giorno, e non cinque anni, da quando ho varcato quella soglia l’ultima volta.
Salgo al secondo piano, dove c’era e suppongo ci sia ancora, l’ufficio di Angel. Le porte dell’ascensore si aprono e mi ritrovo nel grande salone rettangolare, con la scala centrale che porta ai laboratori e le grandi vetrate con i vetri speciali che filtravano i raggi solari. Sul lato est la porta del suo ufficio. Al suo fianco la scrivania un tempo occupata da Harmony. Al suo posto ora c’è una graziosa ragazza bruna. Un’ umana, a giudicare dall’odore. Mi avvicino e lei alza lo sguardo su di me.
Ha due dolci occhi da cerbiatta. “Isabel” c’è scritto nella targhetta appuntata sulla sua giacca. Il suo viso si illumina di un sorriso. Si alza in piedi e allunga una mano.
“Lei deve essere il Signor Greyson.”
Annuisco e allungo la mia. La sua pelle è liscia e calda.
“La stavamo aspettando,” prosegue lei, trattenendo la mano nella mia un po’ più del necessario. Devo aver fatto colpo. “Può accomodarsi nell’ufficio del Signor O’Brian, gli altri sono già là.”
Sorride di nuovo e finalmente lascia la mia mano. Mi indica l’ufficio e si accomoda, tornando al suo lavoro.
Io resto un istante impalato davanti la sua scrivania, indeciso sul da farsi. Sono ancora in tempo per fuggire. Do un occhiata alle porte dell’ascensore e calcolo la distanza che mi separa da esse.
Isabel alza la testa e mi guarda, perplessa dal mio tentennamento. Mi indica l’ufficio con il mento. Io le sorrido imbarazzato e alla fine mi decido. Mi passo una mano tra i capelli ancora umidi ed entro.
Mi fermo sulla soglia e studio le cinque persone che si son voltate al mio ingresso. Tre le riconosco, due mi son del tutto sconosciute. Ci sono tre uomini e due donne.
Una delle due, bruna e autoritaria mi si avvicina con un largo sorriso.
“Ciao, Spike. È un piacere vederti.”
“Ben trovata, cacciatrice.”
La sua stretta di mano è forte e decisa. È cresciuta, la ragazza. Smessi i panni della ribelle ora è una sofisticata giovane donna di potere. È il braccio destro di Angel nella continua lotta contro il male.
È lei a presentarmi al resto del gruppo. Ci avviciniamo ad un ragazzo bruno e ombroso e a un demone verde.
“Lui è Connor, credo che non vi siate mai incontrati prima.” Dice Faith, indicandomi il ragazzo. “mentre Lorne non ha bisogno di presentazioni, vero?” aggiunge con un sorriso.
“Ciao zuccherino!” mi saluta lui, con una pacca sulla spalla.
“Lorne, è un piacere vederti.” Dico io, sinceramente felice e anche un po’ commosso. È come una parte della vecchia gang che si ricompone.
Connor invece rimane silenzioso. Sento solo il suo sguardo su di me e non è una sensazione piacevole. Continuo a pensare che ci sia un lato oscuro in lui. E non parlo di demoni.
Faith mi tocca il braccio, richiamando la mia attenzione e fa cenno agli ultimi due componenti del gruppo di avvicinarsi.
Il ragazzo è alto e magro, ma muscoloso. Sembra molto giovane. Ha i capelli rossicci e gli occhi dorati. La pelle è liscia e bianca. E gelida al tocco, quando mi stringe la mano. Più gelida della mia. Eppure sento il suo cuore battere. Tuttavia irradia una strana energia che non riesco a riconoscere. Il suo odore non è del tutto umano ma la sua aura non è negativa. È..strano.
Faith sorride. “Lui si chiama Edward. Insieme a me è la parte operativa del gruppo. Dimostra vent’ anni ma ne ha molti di più. Suo padre era un demone mentre la madre era umana. È esperto di magia ed è un ottimo combattente.”
“Piacere di conoscerla, Signor Greyson.”
“Piacere mio, ma chiamami pure Spike.” Dico, sorridendo. Sento che andrò d’accordo con questo ragazzo. Mi da fiducia.
“Lei invece..” prosegue Faith, indicandomi infine la ragazza a fianco di Edward. È piccola e molto graziosa. Ha i capelli corti e neri e gli occhi blu. Sembra un folletto. Anche la sua pelle è liscia e chiara. “è Alice. È con noi da un anno. Ha venticinque anni ed è la scienziata del gruppo. S’intende di magia e medicina.”
“Ciao Spike. Piacere di conoscerti.” Dice con la sua voce squillante e musicale. Mi stringe la mano con decisione. È piuttosto forte per essere così piccola. Infonde positività e ha uno sguardo dolce. Mi piace.
“Il piacere è mio, Alice.”
Noto che Edward non la perde di vista un istante. La guarda in modo strano e apprensivo. Sembra innamorato. Probabilmente lo è.
È un bel gruppo, alla fine. Compatto e affiatato. L’unica nota stonata continua a sembrarmi Connor. Forse sono solo prevenuto nei suoi confronti perché so cos’ha fatto a suo padre, in passato. Eppure non riesce a infondermi fiducia. Tutti mi si fanno intorno, allegri e curiosi di conoscermi meglio. Alice sembra la più informata su di me. Mi chiede se è vero che ho ucciso due cacciatrici e come ho riconquistato la mia anima.
Io sorrido e racconto del mio passato come se raccontassi una fiaba. È trascorso talmente tanto tempo che non mi sembra nemmeno di parlare di me. È come se non fossi stato io ad uccidere quelle cacciatrici. È come se non fossi stato io ad andare in capo al mondo seguendo una leggenda per riavere la mia anima.
La mia anima. È strano. Sono ormai così abituato ad averla che non ci penso nemmeno più. Non fa più male. Niente più incubi. Niente più voci nella testa che mi dicono di andare all’inferno.
Eppure penso di meritarlo ancora..a volte.
“Bene ragazzi.” La voce di Faith che richiama all’ordine mi fa tornare sulla terra, nell’ufficio di Angel. “Tornate pure al vostro lavoro, io mostro il resto dell’edificio a Spike. Per qualunque problema potete rivolgervi a lui.” Ammicca verso nella mia direzione. “ o a me.”
La gang si disperde e alla fine rimaniamo solo io e lei. La cacciatrice si siede sulla scrivania e accavalla le gambe. È sempre molto attraente. La osservo inclinando di lato la testa. Ma decisamente non il mio tipo.
Prendo una sigaretta e la accendo. L’ufficio è identico a come lo ricordavo. È rimasto uguale a com’era sei anni fa. Del resto Angel è sempre stato un conservatore. Un amante delle cose vecchie. Accarezzo con due dita il legno scuro della scrivania. È la stessa attraverso cui sono passato. Sorrido. È incredibile come ogni particolare della stanza mi evochi un ricordo. I vetri scuri che filtrano i raggi solari, davanti ai quali una volta ci siamo messi a litigare..io e lui. È stato il giorno in cui abbiamo perso Fred. O la poltrona rossa di fianco la scrivania, la mia preferita. Quella in cui mi sedevo sempre, per farlo incazzare. Oppure la spada appesa al muro dietro la sua scrivania. Quella che non ha mai voluto farmi usare.
“Preferisci stare per conto tuo o posso averne una?” di nuovo la voce di Faith mi distoglie dai miei ricordi.
Alzo lo sguardo e vedo che mi sorride, la mano tesa verso di me. Ricambio il sorriso e le allungo una sigaretta. Mi siedo accanto a lei sul bordo della scrivania e per qualche istante rimaniamo in silenzio.
“Così, come sei finita qui?” chiedo dopo un po’. Lei solleva le spalle, senza guardarmi.
“E’ successo per caso. Mi trovavo a Los Angeles di passaggio e una sera ho incontrato Angel.” Alza il viso su di me. I nostri occhi si incrociano.
“Non sapevo quello che era successo. Per la verità non me ne importava molto. Avevo mollato tutto dopo..Sunnydale. Evidentemente non era il mio destino.”
Prende una pausa, si stiracchia e con un balzo scende dalla scrivania. I suoi occhi tornano su di me.
“Ho capito subito che c’era qualcosa di diverso in lui. Mi ha raccontato tutta la storia e mi ha chiesto se volevo aiutarlo a riformare la squadra. Ho accettato. Per un po’ ho sperato ci potesse essere qualcosa, tra noi.”
La guardo di sbieco, per nulla sorpreso, ma un po’ infastidito. Sapevo anche quello. Annuisco. Lei si stringe nelle spalle.
“Ma non ero il suo tipo. Fine della storia.”
Mi alzo a mia volta dalla scrivania e getto la sigaretta consumata.
“Che mi dici degli altri?” mi sposto vicino alla finestra. Fuori è la solita, calda caotica giornata californiana. Per un attimo rimpiango il clima freddo di Praga. O quello mediterraneo dell’Italia.
“Cosa vuoi sapere?”
Si avvicina a me. Sospiro.
“Connor.”
La sento ridacchiare. Deve aver intuito la mia diffidenza. È pur sempre una cacciatrice.
“Proprio non ti piace, eh?”
Scuoto il capo e fisso la strada.
“E’ un ottimo elemento. E poi è il figlio di Angel.”
“Lo so.”
“L’ho incontrato una sera durante la ronda nel cimitero di Westwood. Stava cacciando un demone. Gli ho chiesto se si univa a noi. Suo padre ne è stato contento.”
“Già..”
“E’ un bravo combattente. Più forte di un normale essere umano. E dio solo sa se ne abbiamo bisogno. Finchè non crea problemi.” Alza le spalle.
“Edward?”
Faith mi guarda di sottecchi.
“Non ti piace neanche lui?”
Ricambio lo sguardo e torno alla scrivania. Ci giro intorno e mi siedo sulla poltrona di Angel. Ridacchio. Fa un certo effetto sedersi lì. Da potere.
“Non lo conosco ma sento positività in lui. Chi è?”
Faith si accomoda davanti a me.
“L’ho trovato sempre io. In un bar a ubriacarsi. Hai presente il ribelle in cerca di redenzione?”
Annuisco. La stanza ne è piena.
“Era lui. Non conosciamo bene il suo passato. Ha quasi duecento anni ma ne dimostra venti. È molto forte e conosce bene la parte oscura del mondo. Come noi. È stato lui a trovare Alice.”
Appoggio le mani sulla scrivania. I miei occhi sono fissi su Faith. La faccenda inizia a farsi interessante.
“E’ laureata in medicina con specializzazione in chimica e fisica. Si interessa di magia e conosce l’occulto. Edward l’ha salvata un anno fa da un aggressione. Da allora lavora con noi. Credo che Edward abbia una cotta per lei.”
L’avevo notato.
“Ricambiata?”
Faith scuote il capo. Lo immaginavo.
“Vuole molto bene a Edward ma lo vede più come un fratello che come possibile pretendente.”
“E’ single?”
“Spike!”
“Scherzavo.” Faccio una pausa e abbasso gli occhi. Mi torturo le mani, appoggiate sulla scrivania. Sospiro. Faith lo nota. Le sue dite si appoggiano delicate sulla mia mano.
“La ami ancora, vero?”
Annuisco, incapace di parlare. Lei si schiarisce la voce. Sembra imbarazzata.
“Angel mi ha..raccontato cos’è successo a Buffy. L’ho..vista un paio di volte e non mi ha riconosciuto. Mi dispiace tanto.”
Scuoto il capo. Chiudo gli occhi e prendo un profondo respiro. Le mie mani scivolano via dalle sue. Mi alzo in piedi. Mi stringo nelle spalle.
“E’ passato tanto tempo.” Sospiro di nuovo e finalmente la guardo. È ancora seduta con le braccia allungate verso di me. “Bene.” Cerco di sorridere. “Perché non mi fai vedere il resto?”
La mattinata trascorre così, con un tour guidato per gli uffici della Wolfram&Hart. Non è cambiato quasi niente. È tutto come lo ricordavo. L’unica differenza è la totale assenza di collegamento con i Senior Partners. Dopotutto li abbiamo sconfitti. E ora è un agenzia votata al bene. Beh..più o meno. Nel pomeriggio Faith mi mostra i casi a cui stanno lavorando e quelli che invece usano come copertura. Hanno anche un bello staff di avvocati. Devo dire che se la cavano davvero bene. Chiunque ci crederebbe. Persino il sottoscritto.
Rientro al mio appartamento intorno alle sei, in tempo per fare uno spuntino e poi via..nella notte di Los Angeles. Ho appuntamento con Connor per un giro di ricognizione.
Se devo lavorarci insieme per un mese è giusto che conosca meglio il mio gruppo. E da chi iniziare se non da quello di cui mi fido meno?
Sono sotto la doccia quando il telefono inizia a squillare. Non sono mai stato tanto ricercato come negli ultimi 5 giorni.
Naturalmente è Angel.
“Allora com’è andata?” esordisce allegro.
Già me lo immagino, sdraiato all’ombra di una palma, sulla spiaggia dorata di un isola tropicale, in mano un bicchiere di tequila.
Sospiro, e mi siedo sul letto, l’asciugamano legato in vita e i capelli gocciolanti. Con una mano afferro le sigarette.
“Hai un ottima squadra, Angel.” E in fondo è vero, se non fosse per Connor.
Lo sento sospirare di sollievo. Era in ansia?
“Ne sono contento. Vedrai ti troverai bene con loro. Sono degli ottimi elementi.”
“Stasera esco di ronda con tuo figlio.” Mi mordo il labbro, quasi pentendomi di ciò che ho appena detto. Prendo una sigaretta tra i denti e cerco l’accendino.
Lui sospira di nuovo.
“Mi fa piacere.” Dice e il tono della sua voce è sorpreso ma anche sollevato. “Temevo la tua reazione alla sua presenza.”
Già.
“Me ne farò una ragione.”
“E’ un bravo ragazzo, Spike.”
“Ha tentato di ucciderti.”
“Anche tu l’hai fatto.”
Ennesimo sospiro. Ha ragione. Come sempre.
“Non è la stessa cosa.”
“Ne riparliamo ok? Ora devo andare, e ricorda quello che ti ho detto stamattina a proposito di Beth ok?”
“Ehm..sì.”
“Ciao Spike.”
Riattacca e io rimango lì, seduto sul letto come un idiota, mezzo nudo, con la sigaretta in bocca e il telefono in mano a chiedermi per l’ennesima dannata volta chi me l’ha fatto fare di cacciarmi in questa situazione.
Capitolo 6 – Ronde notturne
La prima settimana come capo della Wolfram&Hart tutto sommato trascorre relativamente tranquilla. Forse mi sono preoccupato per niente.
In fondo Los Angeles ha più di dieci milioni di abitanti, senza contare tutta la popolazione demoniaca, quante probabilità possono esserci che possa incontrare Beth di nuovo?
Soprattutto se mi tengo lontano dai posti che potrebbe frequentare ed evito di pensare a lei. Il non pensare a lei è una cosa che mi riesce relativamente facile di giorno, quando ho la mente impegnata altrove. Di notte… beh di notte è più difficile.
Devo dire però che lavorare alla Wolfram&Hart ha i suoi vantaggi. Per una volta tanto sono il leader della situazione, tutti pendono dalle mie labbra, tutti non fanno un passo senza prima avere la mia approvazione, tutti chiedono a me cosa fare. Tutti tranne Faith e Connor.
Faith posso capirla. Era il braccio destro di Angel ed è il mio, mentre lo sostituisco. E mi ha stupito. Letteralmente. Se la prima impressione era stata ottima, vederla lavorare è stato anche meglio.
La cacciatrice ribelle e un po’ oscura è definitivamente sparita. Al suo posto c’è una giovane donna piena di carisma e molto autoritaria, ferma nelle decisioni ma non per questo detestabile. Una leader insomma.
Connor invece non mi sta facendo cambiare idea sull’impressione che ho di lui. È testardo e taciturno. Non so mai cosa gli passa per la testa e a volte è più avventato di me ai tempi del punk ribelle. Agisce sempre per conto suo, senza consigliarsi con me e gli altri ma, soprattutto, sebbene sia molto forte – è sempre il figlio di un vampiro – ho paura che un giorno questa sua sconsideratezza gli procuri dei guai. A lui e a noi.
Me ne sono reso conto la prima sera, quando siamo usciti in perlustrazione insieme. Camminavamo fianco a fianco verso il cimitero di Westwood ma era come essere solo.
Non diceva una parola e quasi non lo notavo, se non fosse per il suo cuore che batteva e l’aria che entrava e usciva dai polmoni.
Io sinceramente non sapevo cosa dire e la sua compagnia mi era sgradita almeno quanto la mia lo era per lui.
Avevamo appena varcato i cancelli del cimitero, quando lui mi sorprese.
Il mio fiuto doveva essere peggiorato nelle ultime settimane o forse ero distratto da lui. Fatto sta che non mi ero accorto della presenza di un paio di vampiri se non fosse stato per la sua prontezza di riflessi.
E i due non morti sono finiti in cenere prima di poter registrare una qualsiasi reazione da parte mia. Mi sembrava di essere tornato ai tempi di Sunnydale, quando Buffy diceva di odiarmi e poi mi spingeva a terra per salvarmi dai paletti volanti dei miei creditori.
Era una situazione surreale. Specialmente se lui, come se nulla fosse, mentre si spazzolava via la polvere dei vampiri, riprendeva a camminare in silenzio.
E io a seguirlo come un idiota. E mentre proseguivamo la ronda, con i sensi all’erta per evitare un'altra figuraccia lui mi sorprese un'altra volta.
“So che non ti piaccio, Spike.” Mi disse all’improvviso, fermandosi e voltandosi verso di me.
Io lo guardai di sbieco, annuendo con il capo.
Gli occhi del ragazzo erano, anche se di un colore diverso, incredibilmente profondi e simili a quelli di suo padre. E in un certo senso mi facevano male.
“So che non approvi la mia presenza qui e non mi perdoni ciò che ho fatto in passato a mio… nostro padre.”
Trasalii appena, a quelle parole, ma continuai a fingere indifferenza. Quindi lui sapeva.
“Ma spero che, conoscendomi meglio, avrai l’opportunità di cambiare idea.” Sorrise appena, ma era un sorriso triste, come quello di suo padre. “Non sono poi così marcio.”
Ci guardammo ancora per un lungo istante poi lui si voltò, riprendendo a camminare come se nulla fosse successo.
Quella notte, tornato a casa, ripensai a lungo a quelle parole. Decisi di dargli un opportunità, anche se non cambiai idea su di lui.
Con gli altri, al contrario, sto instaurando un ottimo rapporto. Con Lorne è come ai vecchi tempi e ogni volta che lo guardo è come se mi aspettassi da un momento all’altro di veder apparire Wesley, o Gunn. O Fred.
Da quando sono tornato qui penso spesso a lei. Ai suoi begli occhi da cerbiatta, al suo sorriso gentile, alla sua forza interiore. Mi manca e mi manca anche Illyria.
Alice le somiglia molto. A Fred intendo. Ha la sua stessa determinazione, la sua dolcezza. Ed è anche molto carina. E non si rende conto che Edward praticamente muore per lei.
Una sera sono uscito con lei di ronda nonostante non sia esattamente una guerriera. Ha qualche nozione di autodifesa e ha tenuto delle sessioni di Tai-Chi con Angel e con il mezzo demone ma non ama combattere. È più un topo di laboratorio lei. Ma se la cava egregiamente con le magie. E ha un notevole senso dell’umorismo.
È una ragazza di cui potrei innamorarmi, se non lo fossi già. Durante il nostro giro di pattuglia abbiamo parlato parecchio.
Era una serata relativamente tranquilla. Niente omicidi, inseguimenti, aggressioni. Solo un paio di novellini succhia sangue appena nati. Sono ritornati alla polvere quasi senza rendersene conto. Un lavoretto facile per un anziano come me. Così abbiamo conversato per la maggior parte del tempo.
Mi ha raccontato di essere cresciuta in campagna e di essersi trasferita a Los Angeles per studiare. La sua grande passione erano gli animali e avrebbe voluto prendere una specializzazione in veterinaria. Poi ha scoperto l’occulto e ha iniziato ad interessarsi ai fenomeni paranormali. Da lì alla laurea specialistica in chimica e fisica il passo è stato breve.
Ha rotto con i genitori nel momento in cui ha lasciato la loro casa. La volevano sposata con un contadino figlio di alcuni amici. Erano promessi fin da quando erano bambini. Come ai vecchi tempi. Una vita tranquilla insomma, che a lei però non andava a genio.
Le ho consigliato, invano, di riallacciare i rapporti con loro. Ma non sente ragioni. In campo sentimentale va altrettanto male. Si innamora sempre dei ragazzi sbagliati. Di stronzi che puntualmente la usano e la lasciano a leccarsi le ferite da sola.
Se solo si accorgesse di Edward.
Il mezzo demone è un ottimo compagno di caccia invece. Meglio di Connor. Persino meglio di Angel. È un combattente formidabile ed è scattato un feeling immediato, tra noi.
Dev’essere stato per il passato più o meno simile che abbiamo avuto. Anche lui ha avuto il suo periodo da ribelle. Anche lui ha dovuto scontrarsi con la realtà della sua natura. Non del tutto umano, non del tutto demone. Un po’ come me. O come il me degli ultimi anni.
La sera in cui siamo usciti di pattuglia insieme mi ha raccontato un po’ della sua vita. È incredibile come, per certi versi, assomigli alla mia.
È nato nel 1901 e la sua infanzia è stata relativamente tranquilla, come la mia. Suo padre era un demone Fenrir, una razza pacifica dalle sembianze umane. Morì quando lui aveva dieci anni, rivelandogli, solo allora, il suo destino.
Lui ne rimase devastato e divenne un ribelle. Fuggì di casa appena raggiunta la maggiore età e nello stesso periodo iniziarono a manifestarsi le sue caratteristiche demoniache.
Invecchia molto lentamente ed è dotato di una forza notevole, di poco inferiore a quella di un vampiro.
Vagò per l’America per oltre mezzo secolo finchè non incontrò un altro della sua specie, che gli insegnò tutto quello che ora sa.
Quando Faith lo trovò, ubriaco in un bar, il suo maestro, se così lo vogliamo chiamare, era morto da pochi mesi e la vita per lui aveva smesso di nuovo di avere un senso.
Così è entrato a far parte della gang di Angel, e con ottimi risultati.
Uscire con Faith è rilassante. Mi suona strano pensarlo, ma è così. Almeno so cosa aspettarmi da lei. E so di avere le spalle coperte. È una brava cacciatrice. Lo è sempre stata. Anche quand’ero io il destinatario dei suoi pugni.
Non mi è mancata l’occasione di rinfacciarglielo. E lei mi ha chiesto scusa. Mi ha sorpreso, devo ammetterlo. Non è tipo che chiede scusa, lei. Deve far parte del pacchetto “nuova donna, nuova vita”. Però l’ha fatto.
E ha confessato di aver invidiato un po’ il rapporto che allora avevo instaurato con Buffy. E di essersi presa una mezza cotta per me.
“Deve avere solo Buffy il primato di innamorarsi di vampiri?” mi ha detto ridendo.
Io del resto non ho dimenticato quando voleva farmi scoppiare come champagne caldo. Credo sia l’unica cosa che non ho dimenticato di lei. A parte i pugni, naturalmente.
Una volta avevo fatto un pensierino. Avrei voluto una dimostrazione delle sue capacità amatorie. Poi sono cresciuto anche io. Andare e venire dall’inferno due o tre volte fa maturare una persona. Radicalmente.
Secondo lei dovrei dirglielo. A Buffy intendo. Dovrei raccontargli tutta la verità su di me e sulla sua perdita di memoria.
“Perché devi sprecare un opportunità di essere felice di nuovo. Se il destino ti ha portato di nuovo qui, dove vive lei perché non approfittarne?” ha affermato, convinta.
Lei non è una che se le lascia scappare, le occasioni. È una teoria corretta, in fondo. Ma non ha fatto i conti con i miei rimorsi di coscienza se andasse male. E il rischio che vada male c’è. Eccome se c’è. Lei è umana e io sono un vampiro. E non c’è mai un lieto fine, per questo genere di storie.
Gli e l’ho detto e non ha insistito. Ma è testarda e non demorderà di certo.
Fortuna che mancano “solo” tre settimane.
Liam è un uomo terribilmente apprensivo. Mi telefona tutte le sere, o tutte le notti, dovrei dire. E tutte le dannate volte appena rientro dal mio giro di ronda e vorrei solo dormire.
Lo manderò a fanculo, un giorno. Lui e il suo maledetto fuso orario.
E se ritardo a rispondere anche di un solo minuto mi fa scenate degne di una prima donna.
“Perché non sei rimasto a casa?” gli ho chiesto una volta, e stavo quasi per sbattergli il telefono in faccia.
“Scusami, Spike.” Ha mormorato con vocino sottile “sono solo preoccupato.”
“Per me?” ho domandato ironico.
“Anche.” Ha risposto lui, sorprendendomi. Mi si attorciglia lo stomaco, quando fa così. Quando fa il padre. E lo picchierei volentieri, se solo ce l’avessi tra le mani. Perché fa uscire il lato debole di me che tanto odio. Fa uscire William.
E ogni volta dopo il lungo resoconto della giornata, prima di chiudere la chiamata, mi domanda di Beth.
È dannatamente in ansia per quello. Teme che la incontri. Lo temo anche io, se è per quello. Ma mi manca anche. Vorrei che questa maledetta storia finisse. Vorrei tante cose. Tra le altre vorrei sapere cosa non ho sentito durante la prima telefonata. Così non rimarrei come un fesso col telefono in mano ogni volta che lui mi ricorda ciò che non posso ricordare.
Stasera mi sento particolarmente malinconico. Sono sul terrazzo del mio appartamento a fumare una sigaretta e a osservare le luci di Los Angeles.
Non sono ancora uscito per la solita ronda notturna. Non ho voluto nessuno con me, questa volta. E c’è una ragione specifica.
È il giorno del mio compleanno, sempre se un vampiro lo può festeggiare. È il giorno vero. È il giorno in cui è nato William. Il giorno in cui è nato Spike l’ho dimenticato. Non so perché. Forse per il dolore del morso. O forse per l’umiliazione ricevuta da quelli che poi sarebbero diventati il mio primo pasto da vampiro. Ricordo solo che era inverno, novembre forse, e che Drusilla per qualche anno si è ostinata a festeggiarlo, portandomi a casa un bel regalo. Di solito era un umano da sgozzare. Ho apprezzato, per un po’.
William invece era nato in una luminosa mattina d’estate. Era il 22 Giugno del 1852. Da allora sono trascorsi 155 anni, anno più anno meno.
Dire che mi sento più vecchio è un eufemismo. Se quella notte di 130 anni fa non avessi incontrato Drusilla probabilmente sarei morto prima di vedere l’inizio del XX secolo, data l’età media di vita di allora. O forse avrei visto giusto i primi anni.
Invece sto vivendo, se così si può dire, nel XXI secolo. E di cose, da allora, ne ho viste.
E posso permettermi di essere nostalgico. Non so dire con esattezza quale secolo ho amato di più. O in quale mi sono trovato più a mio agio.
Quello in cui ho vissuto, nel vero senso della parola, non credo. È stato straziante, fatta eccezione per il periodo dell’infanzia. Forse anche l’università. Ma essere un nerd inglese in epoca vittoriana non lo auguro a nessuno. Non interessarsi di politica, avere un fisico esile e dei capelli color topo. Amare la poesia e scrivere male. Venire umiliato e deriso persino dalla provincialotta di cui ti sei innamorato. Oh no davvero.
Il XX secolo è stato il secolo di Spike. Il secolo del riscatto, fatto di sangue, morte e stragi. Vivere allo sbaraglio, come un nomade. Non avere una fissa dimora. Pensare di essere immortale e invincibile. Pensare di fare la differenza. Pensare di vivere tutta l’eternità con la tua principessa oscura. Stupido illuso.
È stato entusiasmante, per un po’, lo devo ammettere. Lo è stato di meno con il pacchetto anima incluso.
Infine il secolo il cui sto vivendo, o non vivendo, a seconda dei casi, è stato quello dei cambiamenti. Dei miei cambiamenti. Arrivare a Sunnydale e conoscere la cacciatrice. Quello ha fatto la differenza. Cercarla per ucciderla. E innamorarmi di lei. Farmi impiantare un chip nel cervello che mi impedisce di uccidere e reinventarmi l’esistenza. Passare dalla parte dei buoni. Buoni. Buono, io? Un essere senz’anima non può essere buono, diceva qualcuno. Andare a riprendermi l’anima per essere degno della donna che amo. Morire. Resuscitare. Morire di nuovo, quasi. Reinventarmi per l’ennesima volta la mia esistenza.
Tutto questo in solo nove anni. Chissà cosa mi devo aspettare dai restanti 91. Sempre se riuscirò a vederli.
Angel ne ha visti quattro, di secoli e non riuscirà a vederne un quinto. Come Buffy e tutte le persone a cui voglio bene. Tutti umani. Tutti mortali.
Fino ad ora non avevo pensato all’eventualità di vederli morire.
Non voglio che succeda. Ne uscirei devastato. Non riuscirei a sopportarlo. Preferirei morire io, prima. Farebbe meno male.
È buffo che un non morto pensi alla morte in questi termini. Che ne abbia quasi paura. Io non vivo da talmente tanto tempo che ci dovrei essere abituato.
Un'altra dannazione dell’anima. Un altro castigo della redenzione. Se sei un non morto cattivo la morte in fondo non ti tocca.
È il tuo dono.
Ma se sei un non morto “buono” allora sei condannato a vedere morire le persone che ami.
E’ sempre il tuo dono. Un dono crudele, in questo caso.
Forse dovrei uscire a ubriacarmi. Sarebbe sempre meglio che avere questi pensieri da checca depressa. Dev’essere l’effetto compleanno. Passa un anno e ti rendi conto di non aver combinato nulla di buono nella vita, o della non vita, a seconda dei casi. E ti senti inutile.
Chissà se esistono psicologi per vampiri. Forse mi sarebbe utile. Mi aiuterebbe a riordinare il caos che ho nella testa, quel groviglio di emozioni e pensieri che mi tormenta l’anima anche a distanza di anni.
Stupido vampiro sentimentale.
Con un gesto che oserei definire nervoso getto la sigaretta e rientro in casa. Devo uscire, altrimenti impazzisco sul serio.
Prendo lo spolverino e, ignorando volutamente il cellulare appoggiato sul letto esco. E se mi cercano, tanto meglio. Stasera non ho voglia di sentire nessuno. Ho già avvisato Faith che sarei stato irreperibile. Per una volta può succedere no? Che uno voglia stare per i cazzi propri. E se chiama Angel, che vada al diavolo.
Ignoro anche l’auto parcheggiata vicino all’ingresso. Ho voglia di camminare, e la fatica non mi spaventa di certo. Potrei farmi a piedi anche tutta la città. E non ci impiegherei nemmeno tutta la notte.
Altro vantaggio dell’essere vampiro. Velocità, forza, resistenza alla stanchezza.
Sono sempre stato un vampiro a metà, io. Non ho mai sfruttato veramente tutte le mie capacità. Non ho mai davvero permesso di emergere il vero me. Ma non ha importanza ora.
Adesso voglio solo trovare un pub e ubriacarmi fino a stare male. Anche una bella scazzottata non sarebbe male. E, perché no, anche una scopata non mi dispiacerebbe. Da ubriaco non me ne accorgerei. Mi sveglierei solo la mattina dopo con una sconosciuta nel letto, con un mal di testa allucinante e pieno di sensi di colpa.
No, forse la scopata è da evitare. Limitiamoci alla sbronza e alla rissa.
Sto camminando da qualche minuto, in mezzo ai comuni mortali quando in fondo alla strada intravedo l’insegna di un locale.
“Club Valace”
Suona interessante. È quel che ci vuole per dimenticare. Dopo un istante di esitazione, e un occhiataccia del buttafuori, entro. È buio all’interno, e pieno di gente. Un ammasso di corpi accaldati ed eccitati. Coppie che si strusciano sensualmente al ritmo della musica. Il volume è un troppo alto per i miei gusti ma non importa. Non è il ballo che mi interessa, ma il bere.
Attraverso la pista, driblando un paio di prostitute che si attaccano a me come un edera. Non le degno di uno sguardo. Punto al bancone del bar.
Un quarto d’ora e quattro gin dopo la testa inizia a girarmi. E comincio a dare i numeri. Ho già chiesto il numero di telefono e un appuntamento a metà delle ragazze di questo locale. E poi la vedo.
Sicuramente è un allucinazione perché non può essere vero. Non può essere lei e non può essere qui. Semplicemente non può essere Buffy.
Quindi sono già bello ubriaco, ma non importa. Voglio godermi questa visione che, fasciata da un tubino nero che mette in risalto le sue curve, i tacchi alti e i capelli dorati sciolti sulle spalle, sorridente si avvicina verso di me.
“William, cosa ci fai qui?” domanda e poi l’oblio s’impadronisce di me.
Capitolo 7 – Sbronze e cacciatrici
Luci colorate e psichedeliche.
Musica spacca timpani.
Caldo soffocante.
Corpi sudati.
Odore di eccitazione nell’aria.
Alcool e droga che ti scorre nelle vene.
Senso di stordimento.
Oblio.
William. Una voce.
Spike. William.
William. La sua voce.
Lei.
Il suo viso.
I suoi occhi
Il suo profumo.
Il mio angelo.
Buffy.
Oblio. Stordimento. Sogni. Incubi.
“I love you, Buffy.”
“Death is your gift.”
“Every night… I save you.”
“Say you love me.”
“I love you.”
“Say you want me.”
“I want you always…”
“I’m sorry, William.”
“Your soul.”
“I believe in you, Spike.”
“It was the best night of my life.”
“I love you.”
“No you don’t… but thanks to sayin it.”
Death. Life. My life. She lives…because of me.
“NO!” Mi sveglio urlando e spalanco gli occhi. Li richiudo immediatamente, accecato dalla luce.
Rotolo sul letto. Sono su un letto? Il mio letto?
Come diavolo…
Merda. Respiro a fondo. Uno, due, tre…
Passo una mano sul viso. Gocce di sudore mi imperlano la fronte. E puzzo da fare schifo. Mi sento uno straccio.
Un martello trapana incessantemente dentro la mia testa.
Cazzo. Il chip.
Il chip. Io non l’ho più da una vita, il maledetto chip.
Spalanco nuovamente gli occhi. La luce mi ferisce le pupille. Li richiudo.
Maledetto inferno.
È la peggiore sbronza della mia vita. Appoggio le dita sulle tempie e premo. Se solo il fottuto dolore svanisse.
Riapro gli occhi, con calma questa volta. La luce accecante proviene dalla finestra rimasta aperta. Sono disteso sul letto ancora intatto. Vestito.
Se solo ricordassi cos’è successo stanotte. Ricordo solo il locale, un numero imprecisato di gin… e Buffy.
Ma lei era un allucinazione dovuta all’alcool. O forse era qualcuna che le somigliava. Ma che non mi sono portato a letto, a quanto pare. A meno che non me la sia scopata nel vicolo dietro al locale. Tra i rifiuti e i cassonetti.
No. Me lo ricorderei, credo.
Cazzo.
Una doccia. Ho un dannato bisogno di una doccia. Che mi liberi di questa puzza tremenda e mi rischiari le idee.
Da sdraiato mi libero dei vestiti, che finiscono da qualche parte in camera. Tanto più disordine di così…
Una doccia. Se solo riesco a raggiungere il bagno.
Rotolo verso il bordo del letto e mi lascio scivolare sul pavimento. È più facile, quando tutto gira intorno a te. Mi metto in piedi e barcollando cerco di arrivare alla porta del bagno, aggrappandomi a tutto quello che capita.
Mi appoggio ai bordi del lavandino. Lo specchio riflette la mia immagine. I capelli arruffati hanno uno strano colore tendente al bianco. Devo aver sbagliato la dose di acqua ossigenata. Il viso è ancora più pallido del solito, con due spaventose occhiaie violacee sotto gli occhi. Sembro uno zombie che cammina. Un completo disastro insomma.
Mi infilo sotto il getto bollente della doccia, sperando che serva a farmi passare la sbornia.
L’acqua calda mi riscalda la pelle e mi rinfranca lo spirito. Rimango lì, immobile, con gli occhi chiusi e le mani appoggiate alle piastrelle per un tempo che mi pare indefinito. La testa inizia a girare un po’ meno.
I vampiri hanno un modo completamente differente di smaltire l’alcool e tutte le sostanze che non sono il sangue. Gli organi sono tutti al loro posto ma non hanno alcuna funzione. Così vengono riassorbite dai tessuti nello stesso modo in cui viene riassorbito il sangue. Ci vuole solo un po’ più di tempo. Per questo non abbiamo bisogno di mangiare o bere. È sconsigliato ma non proibito.
Quando l’acqua inizia a raffreddarsi esco e con solo l’asciugamano avvolto in vita mi getto di nuovo sul letto.
Il martello pneumatico dentro la mia testa non accenna a diminuire. Rotolo sulla schiena e fisso il soffitto. È un casino quando un vampiro si ubriaca. I medicinali non fanno granchè.
Bilancio della serata appena trascorsa: ho preso una sbronza colossale, non ho fatto sesso e non ho picchiato nessuno. Non male.
Se solo ricordassi come sono finito a casa mia. Ma soprattutto chi era la donna che ho scambiato per Buffy?
E se fosse stata proprio lei? No, impossibile. Non frequenta questo genere di locali.
Chiudo gli occhi un secondo. Mi sento ancora piuttosto stordito. Sto quasi per addormentarmi quando il cellulare inizia a squillare da qualche parte nella stanza.
Cazzo. Chissà che ore sono. Dev’essere Fatih. Che razza di capo si son ritrovati. Mi allungo sul comodino e lo afferro.
Non ricordavo di averlo lasciato lì, ieri sera. Sul display compare un numero che non conosco. Schiaccio il tasto verde e rispondo. La mia voce è bassa e roca. Alcool e sigarette hanno fatto a pugni con le mie corde vocali, stanotte.
“William?”
Cazzo. Sto ancora sognando. Devo stare ancora sognando. Perché non può essere davvero la sua voce. Ma quanto ho bevuto stanotte?
“William, sei ancora lì?”
Mi do mentalmente dell’idiota. Rispondi, coglione.
“Beth?” e cerca di non far tremare la voce, almeno.
Lei tira un sospiro di sollievo.
“Sì sono io.” Dice, e posso giurare che sta sorridendo.
Coglione, ripete una voce nella mia mente.
“Come stai?” continua lei.
“Io… uh…” ecco balbetta pure, idiota. “Sono stato meglio.”
“Lo immagino, con tutto quello che ti sei bevuto.”
Eh… già.
“Ehm… mi hai accompagnato tu stanotte?”
“Sì, non te lo ricordi?”
Non ricordo un fottuto niente, amore.
“No. Cioè… è tutto un po’ confuso. Non è successo… voglio dire…”
Per l’amor di dio piantala di balbettare.
Dall’altra parte del filo lei ride.
“Sei crollato appena hai toccato il letto. E…” esita, prima di continuare. “Mi sono presa la libertà di copiarmi il tuo numero. Ero preoccupata. Spero non ti dispiaccia.”
“No. No davvero. Anzi… grazie.”
“Figurati.” Fa una piccola pausa. “Senti sono al bar qui sotto. Ti porto caffè e ciambella. Colazione a domicilio, ti va’?”
Se mi va?
“Oh… sì, certo.” E l’idiota ricomincia a balbettare.
“Perfetto, cinque minuti e sono da te.”
Solo quando riattacca mi rendo conto di ciò che ho fatto. E di ciò che sta per succedere. Lei sarà qui, tra poco. Lei si è preoccupata. Lei mi ha portato a casa, stanotte.
Oh cazzo.
Schizzo in piedi e mi guardo intorno disgustato. La mia casa fa schifo. Ci sono vestiti e scarpe ovunque, lattine vuote, asciugamani ammonticchiati negli angoli, bottigliette di acqua ossigenata e shampoo per capelli, qualche busta vuota di sangue.
Cazzo. Quelle devono sparire, ora. Raccolgo tutto e lo getto in un sacchetto che finisce nascosto sotto il letto. Sistemerò poi. Frugo nei cassetti, alla ricerca di un fottuto paio di jeans e una maglietta puliti. Devo ricordarmi di fare il bucato, uno di questi giorni.
Il piano di sotto non è in condizioni migliori della camera da letto. Ci sono riviste, altri vestiti, bottiglie vuote di birra, altre buste di sangue. Sul tavolino basso del salotto giace il portatile, ancora acceso. Lo spolverino è abbandonato sul divano. Raccolgo tutto anche qui e lo nascondo in un angolo del terrazzo. Sono a malapena presentabile, io e la casa, quando la sento bussare alla porta.
Mi passo una mano tra i capelli e, con il miglior sorriso stampato in viso, vado ad aprire. Mi sento timido come un ragazzino al primo appuntamento.
L’incontro è andato bene, alla fine.
Dopo l’imbarazzo iniziale parlare con lei è stato semplice e naturale. Fino ad un certo punto. Mi ha raccontato di essersi trovata al Club Valace per puro caso. Stava per andarsene quando mi ha visto mezzo accasciato sul bancone del bar.
“Farneticavi di qualcosa di cui non capivo bene il senso.” Mi ha detto, stringendo il bicchiere del caffè tra le mani.
Io bevevo il mio di caffè, cercando di riordinare le idee.
“Ho detto qualcosa di… sì insomma…” ed ecco che ricominciavo a balbettare.
Lei ha sorriso. Era così bella. Aveva una camicetta a righe e un paio di jeans scuri che le fasciavano le gambe. I capelli erano sciolti sulle spalle.
“Parlavi di cose strane, di anima e redenzione. E hai pronunciato due o tre volte il nome Buffy.” A quel punto mi ha guardato negli occhi.
Io sono rimasto in silenzio, senza avere il coraggio di ricambiare il suo sguardo.
“Chi è Buffy?” ha domandato poi a bruciapelo, spiazzandomi.
Io mi sono alzato in piedi, sempre senza guardarla e mi sono avvicinato alla finestra, prendendo tempo. Lei mi ha raggiunto e ha posato la mano sulla mia spalla.
“William.”
Mi sono voltato verso di lei e finalmente l’ho fissata negli occhi.
“Chi è Buffy?” ha chiesto lei di nuovo, una luce strana nello sguardo. Mi guardava in un modo che non saprei definire. Come se… come se mi avesse riconosciuto.
Io non riuscivo a staccare gli occhi dai suoi. Ci siamo fissati per un lungo, interminabile istante.
“E’… è la donna che amo.” Ho confessato alla fine ed è stato come liberarmi di un peso opprimente.
La sua mano è scivolata via dalla mia spalla. Si è scostata di un passo.
“E dov’è ora?” ha chiesto e potrei giurare che le tremava la voce.
È qui, di fronte a me. Avrei voluto dire.
Non ho risposto. Non avrei saputo cosa dire. Ho sentito gli occhi riempirsi di lacrime e ho abbassato in fretta il viso. Mi sono allontanato, andando a sedermi sul divano del salotto.
Beth è rimasta immobile per un po’, poi mi si è avvicinata. Si è seduta accanto a me.
“Io te la ricordo, vero?” ha chiesto, in un sussurro gentile.
Io sono riuscito solo ad annuire. Poi ho sentito di nuovo la sua mano posarsi sul mio braccio, in una carezza delicata.
“Mi dispiace, William.” Ha trattenuto la mano su di me per qualche istante poi l’ho sentita alzarsi. “Forse è meglio che me ne vada.” Ha aggiunto. La sua voce tremava appena.
A quel punto mi sono riscosso dal mio torpore.
L’ho raggiunta sulla porta prima che lei l’aprisse e l’ho fermata.
Eravamo ad un soffio di distanza l’uno dall’altra.
“No, Beth.” Ho respirato a fondo, cercando di calmare il tumulto d’emozioni che avevo dentro. “Non è colpa tua. Sono io che…” un altro respiro. “Scusami.” Ho mormorato alla fine, scuotendo leggermente la testa. “Sono ricordi difficili e dolorosi.”
Il suo viso era così vicino al mio che potevo sentire il suo profumo. Il soffio delicato del suo respiro mi solleticava la pelle. Avevo una gran voglia di baciarla.
Inaspettatamente le sue labbra hanno sfiorato l’angolo della mia bocca in un bacio delicato.
Sarei potuto morire in quel momento.
“Se vuoi parlarne…” ha mormorato accarezzandomi piano la guancia, prima di allontanarsi di nuovo.
Sentivo il suo cuore battere all’impazzata.
Ho annuito, prima di tornare verso l’interno dell’appartamento.
“Grazie.” Ho detto semplicemente. Poi ho ripreso in mano il bicchiere con il caffè ormai freddo.
“Anche di questo.” Ho aggiunto con un sorriso, cercando di smorzare in qualche modo la tensione che si era creata tra noi.
Beth ha ricambiato il mio sorriso e stava per dire qualcosa quando il suo telefono ha iniziato a suonare.
Mi ha lanciato uno sguardo di scuse e poi ha risposto. La sua telefonata è stata breve e concitata.
“Josef? Sì. Sì arrivo subito, scusami.” Ha riattaccato e mi ha guardato, leggermente in imbarazzo.
“Perdonami ma devo proprio scappare. Sono in ritardo.”
“Non ti preoccupare. Perdonami invece se ti ho trattenuto. E per quanto riguarda stanotte io…”
“Non dire nulla.” Mi ha interrotto lei, sorridendo. “Avrai modo di ricambiare. Ci sentiamo ok?”
E senza lasciarmi il tempo di replicare se n’è andata.
E ora sono qui, come un imbecille a ripensare a quei momenti passati con lei. Sono ancora perso nei miei pensieri quando sento qualcuno avvicinarsi alle mie spalle.
Senza riflettere afferro l’intruso per un braccio e lo faccio ruotare davanti a me con mala grazia. L’intruso non si fa intimorire e girandomi indietro il braccio mi spinge contro la parete opposta. Tutto quello che riesco a vedere prima di finire a terra ammaccato è un bel paio di gambe fasciate da pantaloni di pelle nera.
“E’ questo il tuo benvenuto, Spike?”
“Faith.” Mormoro massaggiando il braccio dolorante. “Nessuno ti ha insegnato a bussare?”
“Era aperto.” Replica lei, accennando alla porta con il mento. Incrocia le braccia al petto e mi fissa, in silenzio.
“Cosa diavolo ci fai qui?” chiedo io, vagamente irritato.
“Ero preoccupata. Non ti fai vedere. Non rispondi al telefono…”
“Ma che ore sono?” la interrompo io, aggrottando le sopracciglia.
Lei mi indica l’orologio appeso alla parete dietro alle mie spalle.
“Quasi ora di pranzo.” Fa un passo in mia direzione e si appoggia all’isola della cucina, sempre fissandomi. “Se sapevo che eri in dolce compagnia non sarei venuta.” Aggiunge, calcando sulla parola “dolce”.
“Non capisco quello che intende.”
Lei sorride, complice.
“Ho incrociato Buffy o come si fa chiamare ora, per le scale. E non dirmi che è una coincidenza.”
Se fossi stato umano ora sarei arrossito. Mi avvicino a lei.
“Non è come pensi.”
“ Ah no?” chiede, alzando un sopracciglio. Come dire “non me la dai a bere amico”
“Buffy non ha passato la notte qui.” Mi gratto la testa, un po’ imbarazzato. Ok è Faith ma non è bello ammettere una sbronza. “Mi sono ubriacato, ieri sera. Per una fottuta coincidenza lei si trovava nello stesso locale e mi ha riaccompagnato a casa. Stamattina è venuta a vedere come sto. Fine della storia.”
Il suo sguardo si fa sorpreso.
“Non venirmi a dire che tu non ne hai approfittato.”
“Certo che no.”
“Allora sei un coglione!”
“Grazie!”
“Prego!”
Rimaniamo per un lungo momento in silenzio, fissandoci l’uno con l’altra. Poi improvvisamente lei scoppia a ridere e la tensione si scioglie.
Con disinvoltura si siede sull’isola della cucina, e accavalla le gambe.
“Così ti sei sbronzato ma non hai concluso nulla. In effetti non hai un bell’aspetto.”
“Siamo in vena di complimenti, oggi.” La guardo di sbieco e mi accendo una sigaretta.
Faith allunga la mano in mia direzione e io gli e ne lancio una.
“Scusami.” Se la fa accendere e rimane in silenzio. “Seriamente…” dice dopo un po’. “Davvero dovresti provarci con lei.”
“Non se ne parla.”
“Perché?”
“Lo sai perché.”
“Dammi una sola ottima ragione.”
“Angel mi ucciderebbe.”
“Balle.”
“E se non lo fa lui ci penserà qualcun altro.”
“Ma allora lo sei davvero.”
“Cosa?”
“Un coglione.”
La fulmino con lo sguardo.
“Vuoi entrare nei guinness dei primati o assaggiare i miei canini, Pet?”
La cacciatrice balza giù dall’isola con un movimento fluido. Accartoccia il mozzicone di sigaretta nel portacenere e mi guarda.
“Nessuna delle due, vampiro.” Poi continua, con un tono più dolce. “Ami Buffy da una vita, Spike. Non condannatevi all’infelicità.”
“Lei è felice.” Affermo, convinto.
“Davvero?”
“E poi ci sono delle regole…”
Faith si allontana verso la porta. Mette una mano sulla maniglia e si volta verso di me. Ha uno sguardo strano.
“Le regole sono fatte per essere infrante.”
Si volta di nuovo e apre la porta.
“Riposati, per oggi. Ti sostituisco io ok? Se ho bisogno ti chiamo.”
Supera la soglia e se ne va.
La telefonata di Faith giunge in serata.
Alla fine ho seguito il suo consiglio e ho trascorso la giornata a dormire. Ne avevo un gran bisogno.
E poi è nella natura dei vampiri stare svegli di notte e collassare di giorno.
Ma in fondo, io sono sempre andato contro natura. Non ricordo di aver mai passato un intera giornata a dormire.
Drusilla lo faceva, anche Angelus…e Darla. Io sono sempre stato un tipo attivo. Uno che non riesce a stare fermo. Mi rompeva dormire tutto il tempo.
È per questo forse che ho così tante passioni…umane.
Mentre gli altri dormivano io imparavo a fare tante cose. Il mio hobby preferito era leggere. E cucinare. Con il disegno me la cavavo un po’ meno bene. Così come con la tecnologia.
So usare un telefono cellulare, o un computer. Ma se posso ne faccio volentieri a meno.
Ho anche scritto, per un po’. Poi quando ho scoperto che Angelus leggeva le mie poesie di nascosto ho smesso di farlo. Per dispetto, ovviamente.
Soltanto in seguito ho saputo che gli piacevano veramente.
“Spike c’è bisogno di te.” Esordisce Faith senza tanti preamboli.
“Che succede?” domando io, ancora un po’ insonnolito.
“Sono morte due ragazze.”
“Demoni, vampiri?”
“Pare di no.”
“E che centra con noi allora?”
“Si trovavano al Club Valace, la notte scorsa.”
Capitolo 8 – Coincidenze
Un quarto d’ora dopo, minuto più, minuto meno, sono alla Wolfram & Hart. C’è la gang al completo. È roba grossa, pare.
“Come fate ad essere sicuri che erano al Club Valace?”
“Per i tatuaggi.”
“Tatuaggi?”
“Questi.” Faith mi lancia delle foto sulla scrivania. Ritraggono i polsi delle due ragazze, ornati di una specie di tatuaggi a forma di cerchio.
Aggrotto le sopracciglia.
“A me non hanno fatto tatuaggi.”
“Tu non sei una donna.”
“Mi pare evidente.”
“Decisamente.” Faith accompagna la sua affermazione con uno sguardo eloquente. È come se volesse mangiarmi con gli occhi. Letteralmente. Si sentono delle risatine intorno a noi.
Li zittisco con un occhiataccia e mi schiarisco la voce. Prendo una sigaretta e la accendo.
“Conosciamo le cause della morte?”
La cacciatrice si siede sul bordo della scrivania.
“Alice ci sta lavorando.” Dice, indicando la ragazza china sul suo portatile. “E stiamo aspettando la chiamata di Guillermo.”
“Chi?”
Faith mi guarda con ovvietà.
“Il nostro contatto. Lavora come patologo al Saint Vincent Medical Center di Los Angeles.”
Aspiro una lunga boccata dalla mia sigaretta, in silenzio.
“Faith?”
“Sì?”
“Ti posso parlare un momento da solo?”
Lei allarga gli occhi, sorpresa, ma annuisce. Scende dalla scrivania e si rivolge agli altri.
“Edward, Connor. Fate un sopralluogo sulla scena del crimine delle due vittime. Più informazioni abbiamo e meglio è. Alice. Prova a chiamare Guillermo. Lorne. Tu occupati del resto.”
Io rimango in silenzio, assorto ad osservare la città dall’enorme vetrata posta dietro la scrivania, finchè tutti non sono usciti.
Do le spalle alla porta, e a Faith.
“Allora, cosa devi dirmi?” esordisce lei, affiancandosi a me. Le lancio un occhiata con la coda dell’occhio.
“Ricordami di dire due paroline a Angel, quando torna.”
“A che proposito?”
“Su quello che succede qui.”
“Non ti ha detto niente?” la sua voce suona stupita, ma nemmeno troppo.
Scuoto il capo e mi giro verso di lei.
“Non mi ha detto un fottuto niente. Quali altre sorprese devo aspettarmi? Un infiltrato nella C.I.A.? nell’F.B.I.?” non mi rendo conto di alzare pericolosamente la voce. Prendo un'altra sigaretta.
Faith emette una risatina nervosa.
“Non arriviamo a tanto.”
Una nuvoletta di fumo esce dalla mia bocca.
“Dimmi tutto. E non sorvolare sui dettagli. Ho un eternità davanti.”
C’è voluta solo un ora, alla fine. E ora so che Angel, quando ha ripreso in mano la Wolfram&Hart non solo l’ha trasformata da anticamera del male ad agenzia del bene, sotto copertura, ovviamente. Ma è diventata un enorme fondazione segreta al servizio della legge. Ha contatti e infiltrati un po’ dappertutto. Nei dipartimenti di polizia, negli ospedali, nelle banche.
Apparentemente è solo uno studio legale con un reparto investigativo distaccato. Scavando nel profondo, è molto di più. Non indagano solo sul sovrannaturale ma anche su normalissimi casi umani. Il gruppo di cui sono a capo è solo la punta di diamante di quest’immensa organizzazione. Come abbia fatto Angel a tenerlo all’oscuro di tutti, compreso me, Dio solo lo sa.
Il mio soggiorno a Los Angeles si sta rivelando più movimentato del previsto. E non sono sicuro di apprezzarlo. Non sono sicuro di essere contento di essere invischiato fino al collo in questa assurda situazione.
Io avevo la mia vita, o non vita, a seconda dei casi, tranquilla. Perché venire a sconvolgerla così radicalmente? Ricordo che Angel all’inizio aveva cercato di convincermi a restare.
Era convinto che non dovessi necessariamente lasciare la città per stare lontano da Buffy. E che, anzi, l’avrei protetta meglio da vicino. Io non ero della stessa idea.
Desideravo lasciarmi alle spalle tutto quanto. Dimenticare.
Ora inizio a comprendere le ragioni della sua insistenza. Forse avrebbe voluto fin da subito coinvolgermi nel suo progetto. Solo che io non gli ho mai dato retta. E sviavo il discorso anche quando, negli anni successivi, me ne parlava per telefono. O quando mi invitava a raggiungerlo, per una vacanza magari. O per Natale.
“A che stai pensando?” è la voce di Faith che mi distoglie dai miei pensieri come al solito confusionari. La sigaretta che tenevo ancora tra i denti si è lentamente consumata da sola. La accartoccio tra le dita e torno alla scrivania, apparentemente ignorando la cacciatrice.
Lei mi segue e si piazza davanti a me, le braccia incrociate al petto.
“Allora?”
“Perché mi ha coinvolto in tutto questo?” domando, un po’ più duramente di quanto volessi. Dopotutto lei non ha colpa.
“Perché aveva bisogno di qualcuno che lo sostituisse mentre era via.” Risponde lei.
Scuoto la testa.
“No non è vero.” La guardo. “Aveva te. Te la saresti cavata perfettamente, nel ruolo del capo.”
È il suo turno di scrollare il capo. E di emettere una piccola risatina ironica.
“Sai gli uomini hanno qualche piccolo pregiudizio, con una donna al comando.”
“Non mi sembra abbiano problemi a seguirti.” La squadro da capo a piedi. Percepisco la sua forza, il suo carisma. Il suo potere. “Tu sei nata per comandare, cacciatrice.”
Lei torna seria e abbassa la testa. Giurerei che è arrossita anche un po’. Lo rialza dopo poco e mi lancia uno sguardo di sfida.
“Ti ringrazio, vampiro. Ma non è questo il punto.”
“E qual è?”
“Angel ha bisogno di te.”
Stavolta sono io ad abbassare lo sguardo. Ha toccato il tasto dolente. Chissà cosa gli ha raccontato lui riguardo il nostro rapporto. Cosa sa lei di noi.
“Ti sbagli.”
“Ha sempre avuto bisogno di te.” Fa una piccola pausa. La sento sorridere. Io ho ancora gli occhi bassi. “Sai sei una specie di mito, per il gruppo.”
Rialzo la testa con uno scatto improvviso. Il mio sguardo allucinato è più che eloquente.
“Stai scherzando.”
Lei scuote il capo. Ha un piccolo sorriso in viso che mi fa irritare.
“Angel parlava spesso di te. Di come avete combattuto insieme. Lui ti considera un eroe.”
Il mio sguardo si fa duro. Inizio ad innervosirmi.
“Ma non lo sono.”
“Lo sei Spike, renditene conto. C’ero anche io quando hai chiuso la bocca dell’inferno. Se non fosse stato per te saremmo morti tutti.”
“E se non fosse stato per me tu non ti saresti attivata. E nemmeno Buffy.”
Faith scrolla le spalle.
“Capirai che vita noiosa da delinquente qualunque.”
Sono teso come una corda di violino. Le braccia, abbandonate lungo i fianchi, i pugni stretti.
“Faith piantala.” Lo dico a voce bassa, unito a qualcosa che può considerarsi un ringhio.
“No non la pianto.” Lei è risoluta almeno quanto me. E non si lascia di certo intimidire dal mio atteggiamento.
“Lui ti vuole al suo fianco, Spike. Ti ha sempre voluto. Smettila di tirarti indietro. Non chiuderti alla vita.”
“Faith, ora basta.”
“Ti da fastidio perché dico la verità vero? Non sei cambiato, Spike. Sei sempre stato refrattario, alla verità. A chi ti dice le cose come stanno.”
“Stai superando il limite, cacciatrice.”
Lei si avvicina a me. Il suo viso è a una spanna dal mio.
“Altrimenti che mi fai, vampiro? Mi colpisci? Mi prendi a pugni?”
“Ci sei dannatamente vicino.”
“E allora fallo. Cazzo.”
Mi allunga un destro che io prontamente blocco con il palmo aperto. Riprova con un sinistro ma io blocco anche quello. Andiamo avanti con finte per qualche minuto. So che cerca di provocarmi. Il demone, dentro di me, ringhia di frustrazione. Ma non ho intenzione di cedere.
Non picchio una donna da… una vita fa. L’ultima volta è stato proprio con lei, nel soggiorno di Buffy. A Sunnydale. E anche allora aveva maledettamente ragione.
Il mio mondo girava attorno a Buffy. Gira ancora attorno a lei. Vivo per lei. La mia vita non avrebbe senso se lei non ci fosse. I miei sensi la percepiscono anche a kilometri di distanza.
Ed è vero che mi sto tirando indietro. Lo nego a me stesso ma Faith l’ha capito comunque.
Ho bisogno di Buffy. E ho bisogno di Angel. Per sentirmi completo. Per sentirmi vivo. Loro sono il mio mondo. Loro sono il mio respiro, il mio cuore che batte. Senza di loro sarei solo un corpo morto.
Abbasso le braccia, sconfitto, senza più avere la forza di lottare e mi arriva un suo dentro in pieno viso. Finisco a terra, sbattendo la schiena sulla scrivania.
Mi aspetto altri pugni, calci ma Faith si ferma e resta immobile. Poi si siede accanto a me. Rimaniamo lungo in silenzio, persi ognuno nel proprio mondo. Il muro che ho faticosamente innalzato in questi cinque anni sta iniziando a sgretolarsi. E le emozioni stanno invadendo il mio cuore morto da troppo tempo. Da troppo tempo mi sto negando alla vita.
Sospiro.
“Hai ragione, Pet.” Sussurro dopo un po’. Lei annuisce.
“Lo so.” Sorride. “Anche io ho fatto il tuo stesso errore, tanto tempo fa. Quando Angel mi ha trovato stavo fuggendo dalla mia stessa esistenza. Lui mi ha dato una ragione per vivere. Tu già ce l’hai. Non voltargli le spalle.”
Di nuovo cala il silenzio, tra noi. Non so cosa dire. Non so cosa rispondere. Ha ragione, naturalmente. Ha ragione di nuovo.
Poi la sua mano mi sfiora delicatamente la mascella.
“Non intendevo davvero colpirti. Ti ho fatto male?”
Questa sua gentilezza mi strappa un sorriso. È proprio diventata una donna.
“Immagino sia un no.” Continua lei e con un unico fluido movimento si alza in piedi. Poi mi tende la mano, che io accetto volentieri.
“Grazie, Faith.” Dico, sinceramente e lei sorride di nuovo.
Rimaniamo a guardarci per un lungo momento. Poi lei abbassa lo sguardo.
“Credo sia meglio tornare all’indagine, ora.”
Annuisco. Gli altri non sono ancora tornati.
“Cosa sappiamo?” chiedo.
“Poco.” Risponde lei, guardandomi. “Tu cosa ricordi, Spike?”
La guardo di sbieco.
“Che intendi dire?”
“Eri lì.”
Istintivamente mi metto sulla difensiva.
“Non penserai che sia stato io?”
Faith allarga le braccia e rotea gli occhi.
“Naturalmente no. Volevo solo sapere se hai notato qualcosa di strano.”
Ripenso alla notte appena trascorsa.
“Non mi sembra.”
“Che cos’hai fatto esattamente?” insiste lei.
“Mi sono seduto al bar e ho bevuto.”
“Cosa?”
“Gin.”
“Quanti bicchieri?”
“Faith.”
“Quanti?”
Sbuffo, esasperato.
“Non lo so, non me lo ricordo.” Rifletto un momento. “Cinque, o sei, credo.”
“E poi?”
Questo interrogatorio comincia a darmi sui nervi. Prendo una sigaretta. Con calma, la accendo.
“Poi sono tornato a casa.”
Lei ridacchia.
“Spike?”
“Sì?”
“Quanto regge l’alcool un vampiro?”
Aggrotto le sopracciglia, la sigaretta accesa tra i denti. La accarezzo con la lingua. Poi la prendo tra le dita, lasciando uscire una nuvoletta di fumo.
“Più di un umano, sicuramente.”
“E possono sei gin averti ridotto in quello stato?”
Inizio a capire il suo ragionamento. E non è del tutto assurdo.
“Pensi che ci fosse altro…?”
Lei annuisce,pensierosa.
“Droga?”
“Forse.”
Un leggero bussare alla porta interrompe le nostre riflessioni.
“Avanti.” Rispondiamo quasi contemporaneamente.
La testolina bruna di Alice appare.
“Vi disturbo?” chiede, timida.
Le sorrido, incoraggiante.
“Entra pure, Alice.”
La piccola scienziata avanza aggraziata e si ferma di fronte a noi. Ogni volta che la vedo mi sembra di trovarmi di fronte Fred.
“Novità?” chiede Faith.
Lei ci guarda alternativamente.
“Guillermo ha chiamato.” Esita un momento. “Vuole che andiamo là.”
Dieci minuti dopo siamo in auto, io e Faith, diretti all’ospedale. Edward e Connor non sono ancora tornati. Alice è rimasta alla Wolfram&Hart. Sarà il nostro contatto quando loro torneranno.
Il viaggio è silenzioso. Ho lasciato guidare Faith, così io ho tutto il tempo di distrarmi…pensando.
Cerco soprattutto di ricostruire la notte trascorsa in quel maledetto Club. Ho il terrore di aver combinato qualcosa, mentre ero sbronzo, magari attirato da tutti quei corpi caldi ed eccitati. Eppure c’è qualcosa che non mi torna. Un pezzo mancante. Come se fosse stato rimosso dalla memoria.
Ricordo i gin. Ricordo Buffy. E poi più nulla.
“Siamo silenziosi.” Osserva Faith ad un certo punto.
Mi volto verso di lei. Il suo viso, concentrato nella guida, è in penombra.
“Sto cercando di ricordare la maledetta notte.”
Lei sorride, svoltando verso l’ingresso posteriore dell’ospedale, quello meno frequentato.
“Non preoccuparti.” Dice, tranquilla. Parcheggia vicino ad una porta e spegne il motore. “Bene, andiamo.” E, senza aspettarmi, scende dall’auto.
“Com’è Guillermo?” chiedo curioso, mentre attraversiamo i corridoi deserti che portano alle celle mortuarie.
Lei ridacchia.
“Vedrai, ti piacerà.”
Sto per ribattere, perplesso quando inaspettatamente mi arriva alle narici un odore inconfondibile e familiare. E non si tratta del sangue.
Mi blocco in mezzo al corridoio e chiudo gli occhi, annusando l’aria. Devo essere impazzito del tutto perché non è possibile.
“Spike, cosa diavolo…?”
“Zitta.”
E poi avverto distintamente la sua presenza. E allora non ho più dubbi. Lei è qui. Riapro gli occhi in tempo per vederla apparire, in fondo al corridoio.
Faith segue il mio sguardo e in un istante capisce. Io se possibile vorrei sparire. La cacciatrice posa una mano sul mio braccio e mi fa cenno di riprendere a camminare.
Ha ragione, in fondo. Il corridoio che stiamo percorrendo ha un'unica porta posta alla fine, che sbuca direttamente nella cella mortuaria. Nessuna via d’uscita se non tornare indietro.
Ma farlo sarebbe infantile e imbarazzante.
Buffy ha lo stesso vestito che indossava questa mattina ed è più bella che mai, anche con i capelli in disordine e l’aria stanca di chi non ha ancora finito di lavorare.
È sola e, appena mi riconosce il suo viso si illumina di un sorriso sorpreso ma felice. Si ferma a un mezzo metro da noi.
“William. Non mi aspettavo di vederti così presto.” Esordisce e poi indica il luogo intorno a sé. “Che ci fai qui?”
“Potrei farti la stessa domanda, amore.”
Lei arrossisce di colpo e io mi prenderei volentieri a schiaffi. Faith trattiene a stento una risatina. Cosa mi è saltato in mente di chiamarla amore?
Cazzo.
Faith mi stringe lievemente il braccio. Anche se il suo “lievemente” fa piuttosto male. So cosa sta pensando.
Di qualcosa, coglione.
Beth guarda alternativamente me e Faith, chiaramente in imbarazzo. Le sue dita si stringono attorno alla tracolla della borsa.
“Io… beh…” balbetta incerta. Fa un sospiro. Alza una mano, in segno di resa. “Ok.” Dice rassegnata. “Ci sono state due morti sospette, la notte scorsa ed ero venuta a dare un occhiata.”
Annuisco. Dovevo immaginarlo che era qui per questo. Dove c’è un mistero, c’è lei.
“E tu?” aggiunge, insistendo con lo sguardo su Faith.
È chiaramente sorpresa di vedermi in compagnia di una donna. E sembra quasi…gelosa.
“Noi…” dico, calcando volutamente sulla parola noi. “…siamo qui per lo stesso motivo.”
Le dita della cacciatrice si stringono sul mio braccio con maggiore forza. Avverto un leggero scricchiolio delle mie ossa.
“Non mi presenti la tua amica?” Domanda Buffy, sempre guardando Faith.
La cacciatrice si avvicina a lei con il braccio teso.
“Sono Faith Lehane, piacere di conoscerti.” Beth le stringe la mano, un po’ titubante. “Collaboro con William.”
“Piacere mio.” Mormora Buffy. “Io sono Elisabeth Summers, ma puoi chiamarmi Beth.” Si sorridono.
È strano vederle così, considerando che in passato erano quasi nemiche. Faith si allontana per prima. Ha uno sguardo strano, triste potrei dire.
Forse si aspettava un cenno di riconoscimento.
“Bene.” Dice poi, riprendendosi subito. “Io vado.” Si volta verso di me. “Ci vediamo dopo, Will…” sorride e mi lancia uno sguardo d’intesa.
Rimango solo con Buffy quasi senza rendermene conto. E senza aver trovato una scusa decente per trattenere Faith.
Sto ancora guardando il pavimento quando sento la sua voce gentile.
“Va meglio?”
Alzo gli occhi e incontro i suoi. Lei mi sorride. È sempre così radiosa. Non posso fare a meno di sorridere a mia volta.
“Sì.” Rispondo, leggermente intimidito. “Grazie.” Faccio un passo in avanti.
“Non sapevo che avessi dei collaboratori.” Osserva.
“Di solito lavoro da solo. Faith è una vecchia amica. Dovevamo…uh…vedere il suo contatto qui in ospedale.” E ora lei se n’è andata e ho anche dimenticato il nome dell’idiota.
“Guillermo?” azzarda lei, ancora con il sorriso sulle labbra.
Annuisco.
“Ci ho appena parlato.” Rimane pensierosa per qualche minuto. “se mi offri una coca e un panino ti racconto quello che ho saputo.” Azzarda poi, innocentemente.
Io non posso fare altro che accettare.
TBC
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