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Once

ONCE UPON A TIME

E se Buffy avesse saputo che Spike era tornato ed era ferito?

Subject: Buffyverse
Timeline: ATS 5°Stagione - 5x10 Damage
Rating: NC17
Genere: Romance, Angst
Lunghezza: 27 capitoli + Epilogo
Pairing: Spuffy
Data: Primi 7 capitoli Settembre 2005/Marzo 2006, Rimanente Novembre 2007/Novembre 2008

Capitolo 1

Los Angeles, i suoi grattacieli, le sue luci, la sua vita notturna.
Angel fissava tutto questo attraverso le vetrate del suo ufficio, alla Wolfram & Hart, senza realmente vederle.
Osservava come la vita andasse avanti, nonostante tutto, ignara delle sofferenze di una cacciatrice sconosciuta, vittima di un padre violento e con una mente malata, e di un vampiro, la cui unica colpa era di essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Dana era stata sedata e portata via da Andrew, insieme alle altre cacciatrici intervenute.
Spike era ricoverato nel piccolo ma efficiente centro medico della Wolfram & Hart.
Le mani gli erano state ricucite, e, data la sua costituzione di vampiro, sarebbe guarito in fretta, se solo l’avesse voluto.
Quando l’aveva visto, Angel aveva temuto il peggio.
Non erano tanto le ferite fisiche, ma quelle morali, a preoccuparlo.
Il vampiro biondo era uscito molto provato, da quell’esperienza, e pareva essere maturato di colpo.
Il suo dolore albergava soprattutto nel cuore.
Molto, ma non abbastanza..”gli aveva detto, poche ore prima, quando era andato a trovarlo.
Sembrava aver perso di colpo tutta la sua solita arroganza, l’ironia, il buon umore, la speranza, che comunque aveva conservato da quando era riapparso nel suo ufficio.
Ad Angel dispiaceva, ma non sapeva come aiutarlo.
Ti ho detto che non puoi passare..ferma..”
Delle grida, provenienti dal corridoio, attirarono l’attenzione del vampiro, distogliendolo dai suoi pensieri.
Non fece in tempo a girarsi che la porta si spalancò, mostrando una piccola ragazza bionda dall’aria furiosa.
Era Buffy.
Angel si avvicinò di un passo, con cautela, e la scrutò in volto.
Non era molto diversa dall’ultima volta che l’aveva vista, solo i capelli erano un po’ più lunghi, l’aspetto più maturo, e lo sguardo scintillante di rabbia e preoccupazione mal celata.
Indossava dei jeans chiari e una maglietta colorata, delle scarpe da ginnastica e appesa ad una spalla teneva una grossa borsa da viaggio.
Doveva essere appena arrivata dall’aeroporto, dove probabilmente aveva incrociato Andrew che partiva.
E quasi sicuramente lui le aveva detto di Spike.
Una morsa di gelosia gli attanagliò il petto, a quel pensiero..
Non aveva ancora digerito l’idea che Buffy fosse stata, anche solo per un attimo, innamorata del vampiro biondo.
Ricacciò indietro quel sentimento e si stampò un sorriso di circostanza sulle labbra, come se fosse stato felice e sorpreso di rivederla.
“Buff..”disse, avanzando di un altro passo, ma lei non lo lasciò nemmeno finire.
“Dov’è??”gli domandò, cupa.
Era rimasta immobile all’ingresso, scrutando con il suo sguardo smeraldo il suo antico amore..
Quando Andrew era partito per Los Angeles, senza dare spiegazioni esaurienti lei l’aveva seguito, a sua insaputa.
Voleva rivedere l’America, tra le altre cose.
La vita in Italia le andava stretta, e allenare le potenziali la annoiava.
Le mancava il clima caldo della California, ed era stanca di dover fingere una felicità che non sentiva.
Lui era sempre nei suoi pensieri.
Gli altri ne erano ignari, pensavano che lei l’avesse dimenticato, invece non passava notte in cui non lo sognasse.
Ogni volta era lo stesso, rivedeva i suoi begli occhi blu velati di lacrime, il suo sorriso dolce ma un po’ forzato, le loro mani che bruciavano, i riccioli biondi scomposti e la fronte imperlata di sudore.
E le sue ultime parole.
Si risvegliava in lacrime, e si sentiva in colpa, per essere fuggita e non aver fatto nulla per salvarlo.
E ora il suo istinto la guidava lì, a Los Angeles.
Quando era giunta all’aeroporto e aveva visto il giovane osservatore con quella ragazza aveva capito il perché.
Era come se il suo cuore e la sua anima avessero già intuito tutto.
Far parlare Andrew poi non era stato difficile.
Così si era precipitata alla Wolfram & Hart.
E ora era lì, nell’ufficio di Angel.
“A chi ti riferisci??”le domandò lui, con noncuranza.
Lo fulminò con lo sguardo e in un istante gli fu addosso.
Il vampiro si ritrovò premuto contro il vetro della finestra, la mano della cacciatrice sul suo collo.

“Ci manca solo un paletto..”

“Dov’è Spike??”domandò lei, gelida.
Angel sospirò, si liberò della sua stretta e la guardò dritta negli occhi.
Non era più tempo di rimandare l’inevitabile.

La stanza d’ospedale della Wolfram & Hart era asettica e avvolta nella penombra, l’arredamento spartano e l’aria era impregnata di odore di disinfettante.
Spike giaceva semi sdraiato sul letto, le braccia fasciate abbandonate sui cuscini, gli occhi chiusi.
Non dormiva, non ne era in grado, dopo quello che era successo.
Non era il dolore, a tenerlo sveglio, quello lo poteva sopportare.
Era il ricordo della ragazza, a tormentarlo, continuava a rivederla, nella sua mente, e nella sua anima.
Era tornata, era tornata a farsi sentire.
La sua anima.          
Da quando era riapparso fantasma nell’ufficio di Angel, a quando era tornato corporeo, fino a quel giorno pareva essersi quietata.
Non gli dava più noie, per un attimo si era persino convinto che fosse svanita nel  momento in cui era bruciato.
Invece si era risvegliata, e ora non gli dava pace.
Dana gli aveva fatto riaffiorare tutti gli orrori del suo passato, le cacciatrici uccise, che lei aveva sentito dentro di sé.
E ne era inorridito, com’era spaventato da ciò che quella ragazzina aveva subito.
Lui, William the Bloody, era terrorizzato.
Scosse piano la testa.
No, avrebbe meritato molto più di quella poca sofferenza che provava ora..
Improvviso, un rumore indistinto attirò la sua attenzione, distogliendolo da quei pensieri..
Anche ad occhi chiusi riuscì a percepire una presenza che lentamente aveva aperto la porta ed era entrata nella stanza..
Un profumo inebriante invase le sue narici.

“No!Non poteva essere!Non poteva essere lei!!”

Un brivido gli attraversò la schiena, quando riconobbe l’odore, mentre la sua mente si affollava del ricordo di lei.

“Lei è in Europa, lei non sa che io..lei..”

La presenza di fece più vicina, e il profumo più intenso, e le idee gli si confusero ancora di più.
Si costrinse a rimanere immobile, temeva che, se si fosse mosso, quella che credeva fosse frutto della sua immaginazione sarebbe svanita.
E questo lui non lo voleva.
Desiderava disperatamente che lei fosse vera.
Buffy nel frattempo si era seduta sul bordo del letto, e fissava il vampiro con le lacrime agli occhi..
Andrew le aveva detto che Spike era ferito, ma non si aspettava di trovarlo in quelle condizioni..
Delle grosse bende gli ricoprivano quasi interamente le braccia, il corpo era abbandonato tra i cuscini e la carnagione appariva più bianca del solito.
Sembrava profondamente addormentato.
Gli sfiorò delicatamente le fasciature, poi gli si accoccolò vicino, appoggiando la testa sulla sua spalla.
Spike socchiuse appena gli occhi, tremando, e la vide..
Era davvero lei..
Era lì..
I suoi capelli gli sfioravano il viso, e il suo profumo..
Dio!
Avrebbe tanto voluto toccarla, ma le sue mani si rifiutavano di muoversi..
Maledizione!
“Buffy..”sussurrò, aprendo un po’ di più gli occhi..
“Spike..”esalò lei, alzando appena la testa, mentre una lacrima scivolava furtiva lungo la guancia..
“Passerotto, sai che odio vederti piangere..”disse lui, sforzandosi di sorridere, e apparire tranquillo..
Il suo cuore urlava di gioia, ma la sua mente si rifiutava ancora di ammettere l’evidenza..
La ragazza si mise seduta, asciugandosi il viso bagnato, e gli accarezzò la guancia..
Spike chiuse gli occhi, desiderando con tutte le sue forze di poter allungare le mani e prenderla tra le braccia..
“Sei reale..”bisbigliò, dopo qualche minuto, riaprendoli..
“Sono reale..”rispose lei, sorridendo..
Incrociò il suo sguardo, e scese ad accarezzargli il collo, scivolando lungo il braccio, fino a raggiungere la sua mano..
Spike sbuffò, esasperato, mentre i suoi arti, ancora una volta si rifiutavano di rispondere ai suoi comandi..
“Ti faccio male??”chiese Buffy, allarmata..
Il vampiro scosse la testa..
“Non sento nulla..”mormorò, abbassando lo sguardo..
La ragazza si stese di nuovo accanto a lui, appoggiando il viso sulla sua spalla..
“Guarirai..” soffiò, chiudendo gli occhi..
“Resti con me??”chiese lui, abbassando le palpebre, mentre tutto il dolore e la stanchezza tornavano a farsi sentire..
Non si era chiesto cosa lei ci facesse lì, non voleva pensarci, voleva solo che rimanesse con lui..
“Resterò..”rispose Buffy, scivolando dolcemente nel sonno…

Spike fu il primo a svegliarsi, la mattina successiva..
Prima ancora di vederla avvertì la sua presenza, percepiva il calore del suo corpo, disteso accanto a lui..
Aprì piano gli occhi, temendo forse che, svegliandosi del tutto, anche quella meravigliosa sensazione sarebbe svanita, e si sarebbe ritrovato di nuovo solo..
Invece Buffy era lì, profondamente addormentata, il capo appoggiato sulla sua spalla, i capelli che gli sfioravano il viso, un braccio allungato a circondargli la vita..
Era davvero lei..
Il vampiro sorrise, e di nuovo desiderò di poterla toccare..
Chiuse gli occhi e concentrò tutti i suoi sensi sul suo corpo, e su ciò che gli stava comunicando..
Il dolore pareva essere svanito..
Tentò, lentamente, di muovere la mano destra..
Riuscì a spostarla senza apparente sforzo e un sorriso illuminò il suo viso..
Sto guarendo..” pensò, riaprendo gli occhi e muovendo anche l’altra mano..
Raggiunse quella di Buffy, abbandonata sul suo fianco, e la strinse..
Un dolore acuto si irradiò dalle dita, risalendo lungo il braccio, fino al cervello..
Lottò per non urlare..

“Maledizione!”

Non sapeva come funzionavano queste cose, dato che non gli era mai capitato un “incidente” simile, ma era certo che avrebbe dovuto avere molta, molta pazienza..
E forse non sarebbe mai guarito del tutto..
Buffy si svegliò in quel momento, aprì gli occhi e vide il volto teso del vampiro, e la mano, stretta nella sua..
Si alzò un poco, per vederlo meglio..
“Spike..”lo chiamò, mentre mille pensieri le affollavano la mente.. “riesci a muoverla..”
Lui sorrise, e allentò di un poco la stretta, lasciando scivolare il braccio lungo il fianco..
“Fa male..”sussurrò, nascondendo una smorfia di dolore..
“Devi avere pazienza..”mormorò lei dolcemente, mettendosi seduta accanto a lui..
Spike sospirò..
“Come l’hai saputo??”chiese, tentando di alzarsi un poco, non senza sforzo..
“Ho incontrato Andrew, all’aeroporto..”rispose lei, circondandogli la vita con un braccio, e aiutandolo a sedersi..
“Quando imparerà a tenere il becco chiuso quel ragazzo??”borbottò lui, appoggiando le spalle alla testiera del letto..
Il dolore alle braccia era tornato a pulsare più acuto della notte prima..
Chiuse gli occhi, cercando di non pensare, mentre tutta la felicità svaniva come una bolla di sapone..
“E tu quando imparerai a fidarti di me??”la sentì dire..
Riaprì gli occhi, e la guardò.
Era la donna che amava, e che non sarebbe mai stata sua..
Sospirò di nuovo, senza sapere come rispondere..
“Perchè non me l’hai detto??”proseguì lei..
Spike abbassò il capo, mesto..
“Non sapevo come fare..”rispose piano, senza guardarla, “e non sarebbe stato giusto..”aggiunse..
“Giusto cosa??”
“Intromettermi di nuovo nella tua vita, ora che tu..”
“Non lo fare Spike!” lo interruppe lei, capendo a cosa lui si riferisse..
Il vampiro alzò lo sguardo, stupito del tono freddo della ragazza..
“Non fare cosa??”
“Non decidere per me..” esalò lei, più calma, “Non fare come lui, tu non sai cos’ho passato in questi mesi, quindi non puoi capire..e..”
Fu Spike ora a non lasciarla finire..
“Sei TU a non sapere cosa IO ho passato in questi mesi CACCIATRICE. Credi che il mondo, il MIO mondo ruoti sempre attorno a te? Credi sia stato facile ricominciare tutto da capo un altra volta?? E credi che non ti abbia pensato? Credi che non abbia desiderato vederti, parlarti, di nuovo?? Ma no, tu devi sempre pensare a te stessa, troppo occupata a difendere il tuo piccolo mondo ipocrita per pensare anche solo per un momento allo STUPIDO vampiro che si è sacrificato per te, per salvare il mondo, quel mondo che l’ha sempre rifiutato. Se solo non mi avessi dato quello stupido gingillo..” si bloccò, rendendosi conto solo in quel momento di cosa avesse detto..
Aprì la bocca, tentando di rimediare, ma lei non lo lasciò nemmeno parlare..
Si alzò dal letto, gli occhi vitrei e si allontanò di un passo..
“Così, mi rinfacci di averti dato l’amuleto, di averti considerato il mio eroe..” disse, fredda..
“Buffy io non intendevo..”
Lei rise amaramente, ignorandolo..
“Ma certo, tu non mi hai creduto quando ho detto di amarti, cosa potevo aspettarmi..” proseguì, allontanandosi di un altro passo..
Spike cercò di alzarsi, per raggiungerla, fece leva sulle braccia, che naturalmente non ressero il suo peso, e ricadde indietro sui cuscini, gemendo di dolore..
“Buffy, ti prego..”
La porta della camera si aprì in quel momento, e apparve il doce viso di Fred..
“Spike stai meglio oggi??”chiese allegramente, avanzando di qualche passo all’interno, si bloccò, imbarazzata, notando Buffy..
“Ho interrotto qualcosa??”chiese, a disagio, guardando i due ragazzi.
“No…”rispose la cacciatrice, fissando truce la nuova venuta, “me ne stavo andando..” aggiunse, poi raccolse la sua borsa da viaggio e uscì dalla camera..
Fred rimase a lungo in silenzio, immobile sulla soglia, la cartella clinica in mano, l’aria evidentemente imbarazzata..
Spike teneva lo sguardo fisso sulla porta, aspettandosi forse che da un momento all’altro quella si riaprisse, e tornasse lei..
Stava andando bene, se solo lui non fosse stato così dannatamente stupido, rovinando tutto un altra volta..
Scosse la testa, sconsolato, e si accorse, solo in quel momento, di un dolore acuto che si irradiava lungo le braccia..
Aveva stretto i pugni, conficcando le unghie nel palmo della mano, senza rendersene conto, e ora gli dolevano terribilmente..
Rilasciò la presa con un gemito, e alzò lo sguardo su Fred, che si tormentava nervosamente una ciocca di capelli tra le dita..
“Fred?”
La ragazza sussultò, sentendosi chiamare, voltò gli occhi verso di lui, sistemandosi gli occhiali sul naso, e gli si avvicinò..
“Come ti senti??”chiese, cauta..
“Morto..” rispose lui..

Capitolo 2

Era la quarta volta che percorreva lo stesso corridoio.
Ed era la quarta volta che sbagliava direzione, perdendosi sempre di piu’ in quel labirinto che qualcuno chiamava Wolfram & Hart.
Non sapeva da quanto stava girando per l’edificio, nel vano tentativo di raggiungere l’uscita.
Era stato facile, la sera prima, con una guida.
Ma ora.
“Oh Maledizione!” borbotto’ esasperata, ritrovandosi di nuovo in un vicolo cieco.
Stava per tornare indietro quando avverti’ una presenza alle sue spalle.
Anche senza voltarsi capi’ di chi si trattava.
L’avrebbe riconosciuto tra mille.
“Angel..”disse, girandosi lentamente.
Il vampiro bruno sorrise, per nulla sorpreso che lei l’avesse sentito anche senza vederlo.
Per un attimo si illuse che Buffy fosse lì per lui, solo per lui.
Poi vide le sue occhiaie scure, gli occhi arrossati dal pianto, il volto stanco, i capelli scomposti.
E si chiese cosa ci facesse lì, così lontano dal piccolo centro medico dell’agenzia.
“Buon giorno Buff..”disse, quieto.. “ Credevo fossi da Spike..”
Il volto della ragazza s’incupì, sospirò pesantemente, prima di parlare.
Forse era stata troppo precipitosa ad andarsene così, senza lasciargli il tempo per spiegare, per chiarire.
Dopo tutto lui aveva tutte le ragioni per essere in collera con lei.
Stupida, stupida Buffy, che agisci sempre senza riflettere..
“Abbiamo avuto una piccola discussione..” disse, abbassando lo sguardo.
“Vuoi parlarne??”chiese Angel, cauto.
Da un lato il vampiro bruno gioiva, per quell’inaspettata notizia, dall’altra la sua coscienza era dispiaciuta per Spike.
Non lo meritava, non ora che aveva bisogno di tutto il sostegno possibile.
Buffy scosse la testa con decisione.
“No, non credo tu sia la persona adatta per..”
“Forse..” la interruppe lui.. “ ma sono quello che gli è stato piu’ vicino negli ultimi mesi..”
La cacciatrice rialzo’ il viso di colpo, gli occhi verdi spalancati per la sorpresa.
Era proprio Angel quello che gli stava davanti?
Lo stesso vampiro che solo pochi mesi prima pareva un bambino di cinque anni, tant’era geloso??

Spike ha un anima ora, Spike è nel mio cuore..”

E lui si era ingelosito.
No, non poteva essere. Il mondo pareva essersi capovolto.
“Angel, io non..”
“Hai gia’ fatto colazione??” la interruppe di nuovo lui, spiazzandola.
La ragazza scosse meccanicamente la testa, rendendosi conto solo in quel momento di essere affamata.
Il vampiro di fornte a lei sorrise.
“Bene..”disse, prendendola sottobraccio e iniziando a camminare lungo il corridoio.. “non posso portarti fuori a pranzo ma posso ordinare la colazione in ufficio, vuoi??”

La conversazione con Angel era stata molto utile. E quella passeggiata le stava schiarendo ulteriormente le idee.
Lentamente si stava disegnando nella sua mente cio’ che avrebbe dovuto fare di li’ a poco, in mezzo, le parole confuse del vampiro bruno.
Ora sapeva tutto, o quasi, degli ultimi mesi di vita di Spike. Sapeva quello che aveva patito, quello che aveva passato.
E sapeva che non aveva mai smesso di pensare a lei, di amarla, nemmeno per un istante.
Sospiro’, osservando distrattamente la vetrina che aveva davanti.
Una volta le piaceva lo shopping. Andare con le amiche a comprarsi nuovi vestiti, cosmetici, scarpe, borse, cd.
Come le pareva lontano quel mondo.
Aveva solo 23 anni e sembrava fossero trascorsi secoli, da quand’era adolescente.

L’amuleto, quello che ti avevo dato, mi è stato recapitato in una busta chiusa nel mio ufficio, 19 giorni dopo la chiusura della bocca dell’inferno. Da li’, in una nuvola di fumo è riapparso Spike, non era corporeo, in quanto la sua essenza era rimasta imprigionata all’interno del gioiello.”

Quelle frasi le rimbombavano senza sosta nel cervello.
Spike era tornato, e lei non era stata informata.
Riprese a camminare per la strada. Non aveva ancora il coraggio di tornare da lui. Non finche’ si trovava in quello stato confusionale.
Passava in pochi secondi dalla rabbia al dolore, dalla frustrazione alla gioia.
L’attimo prima desiderava ucciderlo, quello dopo stringerlo a se’, e fargli dimenticare tutta la pena patita.

Sei TU a non sapere cosa IO ho passato CACCIATRICE..”

Era vero, lei non poteva immaginare.
Perche’ non sapeva dannazione!!
Se solo non mi avessi dato quel gingillo..”
Gia’..se solo non gli e l’avesse dato. Consegnargli quel gioiello era stato come condannarlo a morte.
E l’avrebbe capito, se lui la odiasse, ora. Lei era l’unica responsabile.
Lei riusciva sempre a far soffire le persone che amava.
Forse avrebbe fatto meglio a tornare in Europa. Cosi’ almeno gli avrebbe risparmiato altro dolore.

Credi che non abbia pensato, credi che non abbia desiderato vederti, parlarti ancora..”

Chiuse gli occhi, ignorando quella vocina che le diceva insistentemente di smettere di pensare, e di tornare da lui.
E fu come un flash.
Vide il viso di Spike materializzarsi nella sua mente, ed ebbe persino l’impressione di sentire la sua voce.

TI AMO Buffy. HO BIOGNO DI TE..”

Riapri’ gli occhi di colpo.
No.
Non poteva.
Non poteva andarsene.
Non cosi’.
Si volto’ ed inizio’ a correre, incurante dei passanti che la guardavano straniti.
Doveva tornare da lui.
Doveva vederlo, toccarlo.
Doveva...

Giunse alla Wolfram & Hart che era da poco trascorso il tramonto.
Harmony stava lasciando la sua postazione per tornare a casa.
Di Angel pareva non esserci traccia. Probabilmente era fuori per qualche missione.
Buffy intercetto’ i movimenti della vampira e le si paro’ davanti.
Lei la guardo’ infastidita. Sospettava le ragioni per cui la cacciatrice era tornata li’. E non voleva darle la soddisfazione di aiutarla.
Perche’ sì, era gelosa.
“Angel non c’è..”disse, in fretta, cercando di farsi strada.
Ma Buffy non aveva alcuna intenzione di lasciarla andare.
“Non cerco Angel..”replico’, gelida.
“E che vuoi allora??”
“Portami al centro medico.”

Pochi minuti dopo era nel corridoio nei pressi della camera di Spike. Da dentro le giunsero, concitate le voci confuse del vampiro e di Fred.
Si fermo’, non vista, sulla soglia, spinse un poco la porta per scrutare all’interno.
Spike era in piedi accanto al letto, dava le spalle alla porta e pareva discutere piuttosto animatamente con la giovane scienziata.
Sembrava stare un po’ meglio di quella mattina.
“Ti prego, cerca di ragionare..William..”stava dicendo la ragazza.
Buffy lo vide scuotere la testa, mentre una morsa di gelosia le serrava lo stomaco.
Come si permetteva quella di chiamarlo col suo vero nome. Come si permetteva di avere cosi’ tanta confidenza con lui.
“Sono stanco Fred. Questo posto mi da sui nervi, e l’odore di disinfettante mi nausea. Voglio tornare a casa, sto bene..”
“Soltanto un altra notte Spike, per favore..” replico’ lei, con tono supplichevole.
Avanzo’ di un passo verso il vampiro, andando a mettersi proprio di fronte alla porta. Alzo’ la testa appena sopra la spalla di Spike e la vide.
“Buffy!!” grido’, speranzosa.. “diglielo anche tu..”aggiunse, facendole cenno di entrare.
La schiena del ragazzo fu percorsa da un brivido. Non l’aveva sentita arrivare.
Scosse la testa. Gli antidolorifici che prendeva da due giorni gli alteravano i sensi, e la percezione della realta’.
Aveva desiderato per tutto il giorno, che quella porta si aprisse, e apparisse lei.
E ora era li’.
Si volto’ lentamente, e quando incrocio’ gli occhi verdi di Buffy il suo cuore ebbe un fremito.
Ma si impose di rimanere immobile, mascherando ogni emozione dietro uno sguardo di ghiaccio.
“Me ne andro’ di qui, con o senza il tuo consenso, passerotto..” disse, tornando a rivolgersi a Fred.
Buffy emise un profondo respiro, ed entro’ nella stanza.
Rivederlo le aveva procurato un emozione indescrivibile. Avvertire la sua freddezza l’aveva fatta stare male. Sentire chiamare un altra con il “suo” nomignolo l’aveva fatta morire di gelosia.
Ignoro’ a sua volta il vampiro e si avvicino’ alla giovane scienziata.
“C’è qualche rischio se esce di qui stasera?” chiese, a bassa voce.
Fred scosse la testa.
“No ma, non voglio che rimanga solo, ha ancora bisogno d’aiuto. E qui sarebbe assistito...”
“Ci pensero’ io..” disse la cacciatrice, con convinzione.
Spike sussulto’, a quelle parole, ma finse indifferenza.
Si avvicino’ ad una sedia e prese lo spolverino.
Non aveva bisogno di aiuto. Non aveva bisogno del suo aiuto.
Voleva stare solo. Voleva solo..
Una fitta di dolore gli trapasso’ il corpo, mentre cercava di infilare la giacca.
“C’è qualcosa di particolare che devo fare??”stava dicendo Buffy nel frattempo.
Fred le mise in mano delle bottigliette riempiti di pillole colorare.
“Per il dolore..”spiego’.
Buffy  sorrise, e torno’ a rivolgere la sua attenzione sul vampiro.
Lo raggiunse da dietro e lo aiuto’ a indossare lo spolverino.
In risposta ebbe solo un ringhio sommesso ma lei non se ne curo’.
Gli circondo’ la vita con un braccio e, salutata Fred, usci’ dalla stanza, seguita di malavoglia da Spike.

Capitolo 3

L’appartamento dove viveva Spike era piuttosto piccolo e angusto.
L’arredamento spartano era costituito da un divano di pelle scura, che troneggiava al centro dell’unica stanza che racchiudeva ingresso, salotto e cucina; da un tavolino basso posto di fronte con sopra un televisore vecchio stile.
In un angolo, un piccolo frigo, alcuni mobiletti spaiati e un forno a microonde. Di fronte all’ingresso un unica grande finestra, accuratamente nascosta da una spessa tenda nera. Sulla sinistra, uno stretto corridoio portava alla zona notte, costituita da una camera da letto e un bagno.
Alle pareti alcuni vecchi quadri e un appendiabiti ricolmo di magliette, giacche e camicie.
Tutt’intorno, il caos.
“Cosi’, abiti qui..” mormoro’ Buffy, guardandosi intorno con aria critica. “Non si puo’ dire che tu sia un tipo ordinato..”
Spike, ancora fermo sulla soglia, alzo’ un sopracciglio, scrollando appena le spalle.
Non poteva dire di essere entusiasta della situazione in cui si era ritrovato.
Non amava Los Angeles, non amava la topaia in cui si era ritrovato a vivere ma, soprattutto, non amava mostrarsi debole. Finche’ era solo, poco gli era importato. Ma ora..
L’ultimo dei suoi desideri era che lei scoprisse tutto, e ora che era capitato, non sapeva che fare.
“Si’..”disse, avanzando di un passo all’interno della stanza.. “non è granche’ lo so ma è l’unico posto che..”si interruppe, aggrottando le sopracciglia.
Si stava scusando?? Giustificando?? Con lei?? Perche’??
Non aveva fatto nulla di male, dopotutto.
Era Buffy che era capitata li’ all’improvviso e..
“E’ carino..”
La voce della cacciatrice interruppe i suoi pensieri confusi. Alzo’ lo sguardo e se la ritrovo’ davanti. Aveva appoggiato la borsa sul pavimento e lo guardava sorridendo dolcemente.
Quella ragazza aveva il potere di sorprenderlo sempre.
Apri’ la bocca un paio di volte, cercando un aria di cui non necessitava.
Poi scosse la testa, irritato con se’ stesso per la situazione in cui si era cacciato, e che faceva riemergere il lato umano che era, da sempre, latente in lui.
Oltrepasso’ la ragazza e avanzo’ all’interno della stanza. Si fermo’ davanti al divano e prese tra le dita i due lembi dello spolverino per toglierlo.
Una fitta acuta gli trapasso’ le braccia, irradiandosi verso le spalle. Chiuse gli occhi, stringendo i denti per non urlare.
“Maledetta cacciatrice..”penso’, mentre attendeva immobile che il dolore si dileguasse.
Sarebbe mai guarito? Sarebbe mai riuscito a compiere anche il gesto piu’ stupido senza bisogno d’aiuto? Sarebbe piu’ tornato quello di un tempo?
Non la senti’ arrivare nemmeno quella volta. Avverti’ la sua presenza solo quando un tocco lieve gli sfioro’ le braccia.
“Passerotto io..”sussurro’, riaprendo piano gli occhi..
 Non voleva mostrarsi debole, non piu’. Lo era gia’ stato fin troppo..
“Shhh..”lo zitti’ lei, posando un dito sulle sue labbra.. “non dire nulla..”
Lentamente gli sfilo’ la giacca, e in silenzio lo spinse sul divano, sedendogli accanto.
Lui la lascio’ fare, troppo stanco e stordito anche solo per pensare..
Abbasso’ le palpebre e abbandono’ la testa indietro, sospirando.
Il bacio gli giunse inaspettato, leggero e delicato come le ali di una farfalla..
Le dita di Buffy gli sfioravano lievi il viso, mentre le labbra premevano sulle sue.
Socchiuse gli occhi, confuso e felice, e li richiuse immediatamente, abbandonandosi a quel dolce sogno.
Perche’ doveva essere un sogno.
Da quanto non la baciava? Da..una vita. Nemmeno lo ricordava quand’era successo l’ultima volta.
Si’, decise, quello era soltanto un magnifico sogno, da cui non avrebbe mai piu’ voluto risvegliarsi.
Eppure gli pareva cosi’ reale.
Istintivamente la prese per la vita e la porto’ a sedere sulle sue ginocchia.
Le mani volarono sul viso di lei, mentre il bacio si approfondiva. La lingua percorse le sue labbra e le invito’ a schiuderle.
Avrebbe voluto non finisse mai. Avrebbe voluto farlo durare in eterno. E avrebbe voluto non lasciarla andare.
Ma lo fece, a malincuore, per lasciarla almeno respirare..
Riapri’ gli occhi ansimando un poco, il suo sapore ancora nella sua bocca, i sensi inebriati dal suo profumo.
Incrocio’ le verdi iridi della ragazza, brillavano di una luce che non aveva mai visto.
Se solo avesse voluto vi avrebbe letto dentro tutto l’amore che lei non era mai stata in grado di confessargli, ma abbasso’ subito lo sguardo, improvvisamente timido, e pentito di essersi lasciato andare.
“Amore io..”inizio’..
Ma Buffy non lo lascio’ finire. Gli prese il viso tra le mani e lo bacio’ di nuovo.

La camera da letto era il luogo piu’ confortevole di tutto l’appartamento. L’arredamento, di gusto prettamente maschile, era composto da un armadio a muro, che ricopriva l’intera parete a sinistra della porta.
A destra, la finestra, ricoperta da un pesante tendaggio scuro, in un angolo, nella stessa parete, un tavolo ricoperto da svariati oggetti. Al centro, il grande letto matrimoniale, ai lati, due comodini.
Non sapeva com’era finito li’. Un attimo prima era seduto sul divano a baciare Buffy, ora era steso tra le lenzuola di seta nera, con lei che gli carezzava piano il petto.  Non aveva idea di che fine avesse fatto nemmeno la sua maglietta. Sentiva solo il tocco delicato della cacciatrice sulla sua pelle. Teneva gli occhi chiusi, e il viso abbandonato tra i cuscini.
Il suo cervello aveva smesso di funzionare mezz’ora prima, di la’ in soggiorno. Ora subiva tutto passivamente, senza avere la forza di muovere un muscolo, senza avere il coraggio di fermarla. Era cosi’ bello. Era come nei suoi sogni. Si amavano, ed era meraviglioso. Non avrebbe voluto che finisse, non voleva  tornare sulla terra, alle sofferenze di tutti i giorni, al dolore, alla tristezza, alla sua vita vuota.
Le dita della ragazza scivolavano sulla sua pelle, strappandogli brevi gemiti di piacere. Poi gli sfiorarono i fianchi, indugiando sulla cintura dei pantaloni.
E il sogno fini’. Spike riapri’ gli occhi e, in un attimo di lucidita’ la allontano’ da se’, mettendosi seduto.
Non poteva permettere che succedesse. Non di nuovo, non in quel modo, non per pieta’.
Voleva che lei lo amasse, non gli bastava quel “TI AMO” sussurrato ad un attimo dalla fine. Voleva di piu’.
Voleva qualcosa che lei non gli poteva dare.
La desiderava, la amava, bramava di fare l’amore con lei. Ma non doveva essere debole. Non voleva ricadere di nuovo nella stessa trappola.
Non era piu’ il suo giocattolo, e non gli avrebbe permesso di usare ancora il suo corpo per soddisfare i suoi capricci.
“Buffy..no..”disse, senza guardarla negli occhi.
Scivolo’ sul letto, allontanandosi da lei. La ragazza rimase immobile, shockata dalla sua reazione. Non sapeva piu’ che pensare. Lui la stava rifiutando. Perche’? Non capiva.
Forse non l’amava piu’. No, non era possibile. Ci doveva essere dell’altro.
“Spike..”mormoro’, cercando il suo sguardo, che lui si ostinava a tenere basso. “Spike..”ripete’, allungando le mani verso il suo viso. Il vampiro alzo’ appena il capo, e finalmente incrocio’ i suoi occhi.
Erano lucidi di lacrime, e infinitamente tristi. Gli sfioro’ le labbra con un bacio, appoggiando la fronte contro la sua.
“Voglio fare l’amore con te..” gli sussurro’, senza scostarsi da lui.
E per Spike fu la fine. L’istinto prese il sopravvento. Al diavolo tutto. Lui la voleva. La voleva ora. E non importa se poi se ne sarebbe pentito.
Le catturo’ le labbra e capovolse le posizioni. Ora era su di lei, e dominava la situazione.
Inizio’ a baciarla con ardore, mentre le dita scorrevano sul suo corpo, dal viso alle spalle, indugiavano sulla curvatura dei seni e scendevano lungo i fianchi, per poi risalire, in un moto perpetuo.
Tutta la sofferenza di poco prima pareva essere svanita. Al suo posto, la passione che l’aveva mantenuto vivo fino a quel momento.
Le sfilo’ piano la camicetta, senza mai smettere un istante di baciarla e accarezzarla.
Era Buffy ora, a tenere gli occhi chiusi e la testa abbandonata tra le lenzuola, subendo passivamente quella dolce tortura.
Aveva sempre amato il tocco delicato di Spike, morbido come una piuma e ardente come il fuoco. Era l’unico capace di accenderla cosi’, con i suoi movimenti, toccandola, accarezzandola come solo lui sapeva fare.
Adorava le sue mani su di se’.
Le sue mani.
Riapri’ gli occhi di scatto, lo sguardo preoccupato, un pensiero improvviso nella mente. Fece trasalire il vampiro, che si blocco’, fissandola stupito.
Con un sospiro si scosto’ da lei, intuendo cio’ che stava per succedere. Sicuramente si era gia’ pentita di cio’ che stava per fare.
“Spike..”
Si senti’ chiamare, ma non era sicuro di voler udire cio’ che lei aveva da dirgli. Si sposto’ indietro, abbassando lo sguardo.
“Spike..”ripete’ Buffy, mettendosi seduta.
Gli si avvicino’, sfiorando con le dita le fasciature che gli ricoprivano le braccia.
“Le tue mani..”sussurro’, accarezzandogliele delicatamente.
Spike rialzo’ lo sguardo su di lei, confuso. Non era sicuro di aver udito bene. Piego’ la testa di lato, fissandola.
“Stai bene?”domando’ Buffy, premurosa.
“Sto bene..”rispose lui, con un sorriso.
Si chino’ su di lei, posandole un bacio delicato sulla bocca.
“Non ti preoccupare..” soffio’ piano, le labbra ancora sulle sue..
La bacio’ di nuovo, mentre si liberava gentilmente della sua stretta e ricominciava ad accarezzarla, risalendo lungo le braccia.
La fece sdraiare e la spoglio’ con lentezza, posando una scia di baci man mano che scopriva la sua pelle. Si libero’ a sua volta dei pantaloni e si stese su di lei.
La stanza si riempi’ dei loro gemiti, e non ci fu piu’ bisogno di parole.

Piu’ tardi, giacevano entrambi esausti tra le lenzuola,il viso di Buffy abbandonato sul petto di Spike e un braccio che gli circondava la vita.
Non si era mai sentita cosi’ serena, e felice, accanto a lui.
Il vampiro teneva gli occhi chiusi, ma non dormiva.
Ora che la passione era scemata la realta’ gli piombava addosso come un macigno. Era successo di nuovo. Lei l’aveva usato. Di nuovo.
E ora, tutto sarebbe finito. Lei se ne sarebbe andata, e lui sarebbe rimasto solo. Di nuovo.
Strinse tra le dita il lembo del lenzuolo. Perche’ faceva cosi’ male? E perche’ lei stava prolungando quella tortura, abbandonandosi cosi’ languidamente tra le sue braccia. Come un innamorata. E se lo fosse stata veramente??
Sentiva il suo respiro caldo sulla pelle, e le sue dita delicate scivolare sul petto.
Si irrigidi’ istintivamente, e si risveglio’ definitivamente da quel sogno. Riapri’ gli occhi e la vide.
I suoi capelli gli sfioravano il viso, solleticandolo, il calore che lei emanava si irradiava nel suo corpo, riscaldandolo.
Aveva una gran voglia di stringerla, e baciarla, e accarezzarla, e farla sua di nuovo. Ma non lo fece.
“Non te ne vai?”disse, con voce fredda e, apparentemente, controllata.
La senti’ trasalire, tra le sue braccia, e irrigidirsi, inconsapevolmente. Un brivido gli percorse la schiena.
Forse non tutto era perduto, si disse. Forse poteva ancora rimediare. Forse poteva ancora tornare indietro e illudersi che lei lo amasse. Ma, di nuovo, non lo fece.
“Non è quello che fai sempre??”senti’ la sua voce dire, gelida come non mai.
Buffy rialzo’ il capo, a quelle parole, si allontano’ da lui e lo fisso’, confusa.
Non capiva. Non riusciva a capire. Che stava succedendo? Perche’ Spike le parlava cosi’? Perche’ era cosi’ freddo, distaccato. Cos’aveva sbagliato, ora?
Scosse la testa, cercando di scacciare quello che pareva essere solo un brutto sogno. Ma non lo era. Sembrava tutto dannatamente vero.
“Che diavolo stai dicendo??”chiese, con voce piu’ stridula di quanto avesse voluto.
Spike si mise seduto, fissandola con uno sguardo di ghiaccio. Si sentiva soffocare, anche se sapeva bene che non era possibile. Socchiuse gli occhi, nascondendo, ancora una volta, i suoi sentimenti dietro l’ironia e l’arroganza.
“Ti è piaciuto il tuo giocattolo, cacciatrice??”
Buffy scosse di nuovo la testa. Il brutto sogno si stava lentamente trasformando in un incubo. Si sposto’ indietro, coprendosi il corpo nudo con il lenzuolo.
“Questo discorso non ha senso..”riusci’ a stento a dire, mentre il labbro iniziava a tremare e gli occhi si inumidivano.
Il vampiro rise, mentre il cuore gli si spezzava in due.
“Perche’, non è cosi’??”
Si sentiva devastato, non era nemmeno sicuro che quella voce gelida fosse la sua. La sua anima urlava, e avrebbe voluto prendere tra le braccia quella ragazza bionda che ora piangeva davanti a lui. Ma il suo demone si rifiutava di ragionare.
“Io volevo farti stare bene..”urlo’ Buffy, senza piu’ trattenere le lacrime.
“E io non voglio la tua pieta’ cacciatrice..”grido’ lui di rimando, mentre il suo equilibrio iniziava a vacillare.
“E se non fosse pieta’???E se fosse amore??”
Mentre pronunciava quelle parole la ragazza fu avvolta da una consapevolezza. Lui non le avrebbe mai creduto. Mai.
“Tu non mi credi.”ripete’ a voce alta, ritrovando in un attimo la calma. Si alzo’ dal letto, lasciando scivolare il lenzuolo, e si allontano’.
“Tu non mi hai mai creduto, nemmeno quando ho detto di amarti. Perche’ dovresti credermi ora..”disse, cercando i suoi vestiti.
Spike era rimasto come pietrificato. Con le parole di lei che si ripetevano all’infinito nella sua mente. Amore. L’aveva ripetuto due volte.
Amore. Amore. Amore.
Ma era anche convinta che lui non le credesse. Tu non mi credi. Non mi credi. Non.
La vide confusamente alzarsi dal letto, allontanarsi, raccogliere i suoi vestiti e indossarli.
“Che stai facendo??”urlo’, risvegliandosi come da un sogno.
“Me ne vado, non era quello che volevi??”disse lei, senza guardarlo.
“NO!!” grido’ il vampiro, schizzando fuori dal letto. La raggiunse da dietro, prendendola per la vita. Non poteva lasciarla andare. Non ora. Non ora che aveva capito. Doveva, doveva spiegarle. Doveva dirle che l’amava.
“Buffy..”
“Lasciami!”strillo’ lei, cercando di divincolarsi. Ma lui la stringeva.
“Buffy..”soffio’, appoggiando il viso tra i suoi capelli..
“Lasciami!!” ripete’ lei, strattonandosi bruscamente e liberandosi dalla stretta di lui.
Spike gemette, arretro’ di alcuni passi, soffoco’ un grido, mentre il dolore si irradiava dalle braccia al resto del corpo, fino ad esplodergli nel cervello. Le strinse al petto, tenendosi un polso con l’altra mano, e inizio’ a tremare.
Buffy si volto’ di scatto, spaventata. Non ci aveva pensato. Aveva dimenticato. E gli aveva fatto del male. Di nuovo.
Cerco’ di avvicinarsi a lui, mormorando parole di scuse, ma  il vampiro si allontanava, gemendo e tremando, tenendo le braccia raccolte al petto, il viso basso e rigato di lacrime. Sembrava un cucciolo spaurito.
“Spike..”lo chiamo’ piano, intimorita dalla sua reazione. Allungo’ una mano, sfiorandogli timidamente un braccio.
Lui si scosto’, come se quel tocco lo bruciasse, e arretro’ ancora.
“Non mi toccare..”
“Spike..ti prego..”gemette lei, cercando ancora di avvicinarsi.
“Sta lontana, non farmi del male..ti prego, non farmi del male..” continuava a ripetere lui, come una litania, come se non si rendesse nemmeno conto di essere li’, in quel momento. Come se avesse paura. Di lei. E Buffy capi’. L’esperienza con quella cacciatrice gli aveva lasciato un segno indelebile, che forse non avrebbe mai dimenticato. Aveva provato ad essere forte, ma non ci era riuscito. E ora aveva bisogno di sostegno. Aveva bisogno di lei.
Lo prese tra le braccia, senza che lui facesse nulla per opporsi, e lo guido’ verso il letto, in silenzio.
Lo fece sdraiare, e poi gli si stese accanto. Spike si rannicchio’ contro di lei, appoggio’ la testa sulla sua spalla, gemendo. Buffy gli circondo’ la vita con un braccio, sostenendolo, e inizio’ ad accarezzargli piano i capelli.
Continuo’ a cullarlo dolcemente, mormorandogli di tanto in tanto frasi gentili, finche’ non lo senti’ rilassare, e scivolare piano nel sonno.

Capitolo 4

Spike si risvegliò soltanto qualche ora dopo, quando ormai era notte. Fu un risveglio lento e, a tratti, doloroso. Rimase immobile con gli occhi chiusi. Non avvertiva alcuna presenza accanto a sé. Non c’era nessuno. Era solo. Buffy se n’era andata.
I ricordi lentamente tornarono vivi in lui. Un gemito soffocato gli uscì dalle labbra, al pensiero di quant’era accaduto solo qualche ora prima.
Aveva fatto l’amore con lei, poi l’aveva rifiutata. E infine i suoi nervi erano crollati. Ricordava poco della crisi che aveva avuto. In quel momento avrebbe voluto solo dimenticare. Sprofondare nel nulla, e smettere di provare quel dolore che faceva tanto male al suo cuore.
Maledetta anima. Da quando l’aveva riavuta indietro gli aveva procurato solo problemi. Era dunque questo il suo destino?O piuttosto la sua dannazione? Non sbagliava Angel. Aveva maledettamente ragione.
Ma in fondo lui lo meritava. La sofferenza che provava ora era niente confronto quella che aveva causato agli altri in tanti anni.
Probabilmente era suo destino anche quello di rimanere solo. Faceva male, la solitudine. Faceva male soprattutto dopo aver assaporato, anche se solo per pochi attimi, la felicità assoluta.
Buffy era stata la cosa più bella che gli fosse mai capitata in tutta la sua esistenza. Stare con lei, amarla, tenerla tra le braccia, era tutto ciò che aveva sempre desiderato.
E invece aveva rovinato tutto. Lui non era fatto per l’amore. Loro non erano fatti per amarsi.
Sembrava non riuscissero a fare altro che litigare, e ferirsi a vicenda. Lui si rifugiava nell’ironia e lei se n’andava sbattendo la porta. La prima volta era tornata, ma non era sicuro che sarebbe accaduto di nuovo.
All’improvviso dei rumori attirarono la sua attenzione. Aprì gli occhi e tese i sensi, cercando di stabilirne la provenienza.
Sembrava lo scatto di una serratura, la porta d’entrata che si apriva, passi leggeri sul pavimento.
Si mise seduto, attento a non fare il minimo rumore, e rimase in ascolto.
Udì la porta che si richiudeva cigolando, altri passi, fruscio lieve di plastica e carta.
“Grandiosa giornata..” pensò, allungando le braccia e muovendo alternativamente le mani.
I muscoli erano un po’ indolenziti, ma nel complesso non parevano fare così male.
Forse sarebbe riuscito a difendersi, chiunque fosse l’intruso.
Poi gli giunse il suo profumo. Era Buffy. Era lì. Era tornata.
Un lampo di gioia gli attraversò lo sguardo, mentre a stento reprimeva l’impulso di balzare fuori del letto e correre da lei. Scosse la testa, scivolando di nuovo lungo i cuscini.
Avrebbe aspettato che fosse lei a venire. Sicuramente c’era una spiegazione logica al suo ritorno.
Forse aveva dimenticato qualcosa. Non poteva essere lì per lui. Non poteva…

La porta della camera si aprì lentamente. Un cono di luce s’irradiò nella stanza, illuminandola un poco, e una piccola figuretta femminile apparve sulla soglia.
Era rimasta fuori solo poche ore, ma a lei erano sembrate un’eternità.
Era dovuta uscire, non mangiava da quella mattina, ed era affamata. E naturalmente il frigo del suo vampiro era irrimediabilmente vuoto, fatta eccezione per qualche birra e un po’ di sangue.
Per fortuna aveva trovato una rosticceria cinese che faceva orario continuato e durante il ritorno si era anche fermata in una macelleria che teneva aperto fino a tardi.
Al suo rientro tutto le era apparso tranquillo. Non un rumore, tutto era come l’aveva lasciato.
Sospirò di sollievo quando lo vide apparentemente immerso nel sonno. Aveva temuto che durante la sua assenza lui si risvegliasse, e si ritrovasse da solo. E quella era l’ultima cosa di cui aveva bisogno ora.
Grazie a Dio non era successo.
Gli si avvicinò un poco,  reprimendo a stento l’impulso di prenderlo tra le braccia come aveva fatto qualche ora prima. Lo amava così tanto. Se ne rendeva conto solo ora. Ora che l’aveva visto così fragile e indifeso. E così bisognoso delle sue cure e delle sue attenzioni.
Sorrise mentre si allontanava di nuovo. Avrebbe atteso il suo risveglio accoccolata sul divano in soggiorno, mangiucchiando il cibo cinese che si era comprata.
“Dove sei stata?” la sua voce, calda e dolce come la ricordava, gli giunse inaspettata.
Si bloccò con la mano sulla maniglia, mentre una tenue luce illuminava la stanza. Si voltò e lo vide.
Era seduto tra le lenzuola, la schiena appoggiata ai cuscini, i capelli scomposti, lo sguardo fisso su di lei.
Il suo cuore prese a batterle furiosamente in petto, mentre faceva un passo in direzione del letto. Era così..bello.
“Io..ehm..”farfugliò, un po’ imbarazzata. “Non volevo svegliarti, scusa..”disse infine, abbassando gli occhi..
“Non mi hai svegliato..”replicò lui, sorridendo lieve. “Dove sei stata?”ripeté, facendole segno di sedersi accanto a lui.
“Fuori..a prendere qualcosa di commestibile per me e del sangue per te, non volevo stare fuori a lungo..”si giustificò la ragazza, accomodandosi al suo fianco..

Finirono col cenare insieme, lei con riso alla cantonese e pollo fritto con le mandorle, lui con un po’ di sangue. Poi rimasero stesi uno di fianco all’altro, in quieta tranquillità, a parlare dei più svariati argomenti, senza mai andare a toccare temi troppo personali.
“Scusa, per prima..” mormorò lui ad un certo punto, guardandola fisso negli occhi.
Lei non si mosse, ne’abbassò lo sguardo, sapeva che non potevano evitare in eterno quella questione ed era quasi felice che fosse stato il vampiro a toccarla per primo.
Non era altrettanto sicura di essere in grado di affrontarla con serenità. In ogni caso la sua priorità  era di rassicurare lui, il resto sarebbe venuto dopo.
“Non devi scusarti..”replicò con dolcezza… “Ho capito…”
Spike non la lasciò finire. Gli era servito del tempo per raccogliere il coraggio necessario per iniziare quel delicato argomento e ora non voleva interruzioni, almeno finché non si fosse liberato di quel peso che gli opprimeva il cuore.
“No..devo..” prese fiato, prima di proseguire, girò gli occhi altrove. “Non vado fiero di quello che è successo ma..non ho retto. Credevo d’essere forte..ma non lo sono. In tanti anni ho affrontato..di tutto. Visto cose che non ti puoi nemmeno immaginare. Ma non ho mai avuto..paura. Paura di non farcela..paura di morire. Fino all’altra notte. Ero..impotente..terrorizzato..incapace di difendermi. E tutto quello che riuscivo a fare era difendermi con le parole, giustificarmi, urlare la mia innocenza. Lei mi accusava di aver ucciso la sua famiglia e io le gridavo che non era vero. Io..che avevo massacrato intere città. Io..che..” la voce si spezzò mentre il suo corpo iniziava impercettibile a tremare e un groppo gli serrava la gola.
Buffy raggiunse la sua mano, stringendola piano.
“Va tutto bene..Spike..va tutto bene..” sussurrò, rassicurandolo. “E’ normale che tu abbia avuto paura..non devi sentirti in colpa, ne’giustificarti. Quello che ti è capitato è terribile..inimmaginabile. E’ umano..avere paura.”
Il vampiro rise, amaro.
“Io non sono umano…io..”
“Non ho mai visto un demone piangere..” lo interruppe lei, carezzandogli lieve una guancia.
“Buffy..”
“C’è più umanità in te che in tanti uomini che ho conosciuto, credimi..”
“Buffy..” bisbigliò lui, appoggiando il viso sulla sua mano. Chiuse gli occhi un istante, assaporando tutto il calore che quel breve contatto era in grado di dargli. Poi li riaprì.
“Buffy..”ripete’.. “Io..vuoi..”s’interruppe, prese fiato, abbassò lo sguardo, intimidito.. “Ho bisogno di te..”ammise alla fine, con voce tremante.
La cacciatrice sorrise, avvicinandosi maggiormente a lui.
“Non ti lascio..”
Spike alzò un poco lo sguardo, incontrando le verdi iridi della ragazza.
“Resterai?”
Lei annuì..
“Resterò finché non sarai guarito..William..”
Il vampiro finalmente si rilassò, rassicurato da quelle parole. Chiuse di nuovo gli occhi, reclinando il capo sui cuscini.
“Dormiamo ora vuoi??” aggiunse la ragazza, accoccolandosi al suo fianco.
“Grazie..” disse lui, prima di scivolare dolcemente nel sonno.

Fu Buffy a risvegliarsi da sola, la mattina dopo. Si stiracchiò languida tra le lenzuola, senza aprire gli occhi. Era stata una notte tranquilla e si sentiva fresca e riposata. Allungò una mano alla sua destra, cercando il suo compagno, ma vi trovò solo il vuoto. Si mise seduta di scatto, allarmata dalla sua assenza. Lo cercò per la stanza. Vuota anch’essa. Dove poteva essere andato? Gettò uno sguardo all’orologio, e uno verso la finestra socchiusa. La tenue luce che filtrava le confermò che era giorno inoltrato. Non poteva essere uscito. Anche se..era abbastanza folle da tentare di farlo. Si alzò e si vestì velocemente, cercando di restare calma. I suoi sensi di cacciatrice le dicevano che non era andato lontano. Infatti, lo trovò seduto sul davanzale della finestra, in soggiorno.
Il cuore le balzò in gola, quando lo vide completamente inondato dalla luce.
“Spike!” gridò, incapace di muovere un muscolo, terrorizzata dall’idea di vederlo finire in cenere.
“Tranquilla, amore. Il sole è coperto dalle nuvole, nessun pericolo.” la rassicurò lui, senza muoversi.

Si era svegliato qualche ora prima. Era da poco passata l’alba. Si era alzato piano, attento a non far rumore, sorridendo all’idea di com’erano cambiate le sue abitudini, in quegli anni. Era solito andare a dormire anziché alzarsi, in quel momento della giornata.
Si sentiva bene, quella mattina, era come..rinato. La presenza di Buffy gli aveva giovato. Stava meglio fisicamente, oltre che moralmente. Il dolore era passato e i muscoli non gli davano noie. Una bella doccia calda gli aveva ulteriormente migliorato l’umore. Anche il tempo, quel giorno, pareva stare dalla sua parte. Nuvoloso ma senza pioggia, come piaceva a lui. L’ideale per una passeggiata alla luce del giorno senza correre il rischio di finire polvere. Non voleva pensare al dopo, a quando Buffy se ne sarebbe andata. E non l’avrebbe fatto.
Stava ammirando il cielo grigio alla finestra, quando l’aveva sentita arrivare. Aveva avvertito chiaramente la sua paura. E si era affrettato a rassicurarla. Anche se aveva gioito, per un attimo, captando la sua preoccupazione.

Buffy gli fu subito dietro. Non sapeva se ridere o piangere, in quel momento. O se prenderlo a pugni. Poi sorrise. Lui sembrava stare bene, e non voleva rovinare tutto litigando. Così scelse la via della mediazione.
“Mi hai spaventato, sai??”
Spike si voltò, e le sorrise di rimando.
“Scusa piccola, non volevo..” disse, accarezzandola con lo sguardo.. “Solo..mi capita così di rado di vedere la luce del giorno..”
La ragazza gli sfiorò le labbra con un bacio.
“Come ti senti oggi??” gli domandò poi, accostandosi a lui.
“Molto meglio..”rispose il vampiro, prendendola tra le braccia. “Ed è merito tuo..” aggiunse, baciandola di nuovo.
“Bene..che vorresti fare oggi??” replicò lei, cambiando argomento e stringendosi a lui.
Spike la guardò per un lungo istante, prima di rispondere.
“Faresti qualcosa per me?”
Capitolo 5

“Non mi sembra una buon’idea, Spike.”
Il vampiro scosse la testa, e non rispose. Tolse lo spolverino e la maglietta, appoggiandoli entrambi su una sedia lì vicino. Non aveva voglia di riprendere la discussione.
Dopo un lungo lavoro psicologico era riuscito a convincere la sua cacciatrice ad aiutarlo. Voleva allenarsi, testare la sua forza, le sue capacità e, più di tutto, voleva dimostrare a sé stesso e agli altri che era ancora in grado di combattere e difendersi. E poteva farlo solo con lei.
Così erano tornati alla Wolfram&Hart.
Buffy aveva acconsentito di malavoglia. Era piuttosto scettica, temeva che fosse ancora troppo presto per lui, che non fosse pronto per un allenamento. Poi aveva ceduto, poiché era un’impresa ardua contrastare la testardaggine del suo uomo.
Persino Angel era stato restio a concedere il permesso di utilizzare la palestra della Wolfram&Hart. Non l’aveva ammesso apertamente ma in fondo la pensava come la cacciatrice. Era anche un po’ preoccupato ma alla fine li aveva lasciati fare. Se Spike voleva farsi del male, non era affar suo.

“Spike, perché non usciamo, visto che possiamo farlo??” tentò ancora di convincerlo la ragazza, sperando che il giorno lo attirasse al punto di rinunciare a quel proposito.
Lui finse di non sentirla, teneva gli occhi chiusi, concentrato, e scaldava i muscoli delle braccia, indolenziti dal forzato riposo.
Buffy sospirò, rassegnata, e legò i capelli in una coda improvvisata. Poi si occupò di fasciare le mani, come faceva sempre dai tempi in cui si esercitava con Giles. Quando fu soddisfatta del suo lavoro alzò lo sguardo verso il compagno.
Il vampiro si era portato al centro della stanza, e l’aspettava.
“Spike..” lo implorò di nuovo..
“Usciremo dopo..” disse lui, facendole cenno di avvicinarsi. La cacciatrice sospirò di nuovo, e lo raggiunse.
Spike teneva in mano un lungo bastone di legno, simile alle stecche usate per giocare a biliardo.
Un ricordo lontano si fece strada in lei. Si rivide più giovane di qualche anno, a Sunnydale, in un vicolo nei pressi del Bronze. Di fronte a lei, un vampiro biondo alle prese con una lezione molto particolare.

“Avrei ballato con lei tutta la notte..”
“Perché noi stiamo ballando?”
“Non abbiamo fatto altro..”

E ancora..

“Ti svegli ogni mattina con l'interrogativo che ti ronza nel cervello: oggi sarà il giorno della mia morte?
La morte ti sta alle costole, e prima o poi ti piomberà addosso.
Una parte di te lo vorrebbe, per mettere fine alla paura e all'incertezza, ma anche perché sei innamorata della morte.
La morte e' un'opera d'arte. La modelli con le tue mani giorno dopo giorno. L'ultimo respiro. Quel senso di pace. Parte di te lo vuole disperatamente. Come sarà? Dove ti porterà? Ora lo vedrai.
Ecco il segreto. Non e' nei pugni che non hai dato, o nei calci che non hai sferrato. Ogni Cacciatrice desidera la morte. Anche tu.
L'unica ragione per cui duri da tanto tempo e' che hai ancora dei legami sulla terra. La mamma, una sorellina adorabile, gli amici. Sono loro che ti tengono, ma stai solo rimandando l'inevitabile. Presto o tardi vorrai morire, e in quel momento.. in quel momento in cui lo vorrai, io sarò lì per te.
A tutti i costi. Mi godrò il mio giorno speciale.
la lezione e' finita.”

Paura. Quella notte aveva avuto paura. Non di Spike. Ma di morire. Come le aveva detto lui. Fino a quel momento si era creduta invincibile, forte, superiore a tutto. Invece all’improvviso il suo mondo aveva iniziato a crollare. Essere ferita da un vampiro qualunque era stato solo l’inizio del suo declino.

La morte è il tuo dono..”

Poi era iniziata la sua lenta risalita. E Spike le era rimasto sempre silenziosamente accanto. Se ne rendeva conto solo ora. E il minimo che poteva fare adesso era aiutarlo a superare la sua paura. Oltre che imparare ad amarlo come lui meritava.

Ti amo..”
“Non è vero, ma grazie per averlo detto..”

Il problema era farglielo capire. Fortunatamente c’era tutto il tempo del mondo per farlo. Nessun problema. Nessuna preoccupazione. Nessuna apocalisse imminente. Solo un uomo e una donna, innamorati.

Fu un attimo. E si ritrovò a terra con la schiena dolorante. Sopra di lei un angelo biondo che rideva divertito.
“Uno a zero per me..cacciatrice..”
Si rialzò massaggiandosi i muscoli, e lo guardò torva. Stava per ribattere poi rimase in silenzio, incantata da lui. Era da tanto che non lo vedeva così allegro, sereno, rilassato. Ed era così bello, quando rideva. Il suo viso s’illuminava. Gli occhi splendevano, e pareva davvero un angelo. Il suo angelo.
“Ti ho fatto male, amore??” chiese Spike, toccandole piano una spalla.
Era sinceramente preoccupato. Lei lo guardava con uno sguardo strano. Sembrava rapita, in contemplazione.
Quando l’aveva colpita non aveva pensato a quello che stava facendo. E non si era accorto della sua distrazione. Era completamente perso nei ricordi di un passato nemmeno troppo lontano.
E solo ora iniziava ad intuire che forse avevano rivissuto lo stesso avvenimento. Ma non importava. Non ora. Stava bene. Era riuscito ad atterrarla. E questo non faceva che migliorare il suo umore.
“Era solo il primo round..” borbottò la cacciatrice, fingendosi offesa.
Fece un passo indietro, riportandosi in posizione d’attacco.
E ricominciarono ad allenarsi.

“Ora basta!”
Si stavano allenando da circa mezzora quando Spike si era bloccato al centro della stanza, aveva lanciato un’occhiataccia alla sua compagna e se n’era uscito con quella frase.
Buffy si fermò con il braccio a mezz’aria e l’aveva guardato, senza capire.
“Sei stanco, amore?”chiese, cauta.
Probabilmente avevano esagerato. Presa com’era dall’allenamento non si era resa conto che forse lui si era stancato troppo e che, testardo com’era, non l’avrebbe mai ammesso spontaneamente.
Il vampiro sembrò non notare la reale preoccupazione della ragazza, ne’il nomignolo affettuoso con cui l’aveva chiamato. Da qualche minuto un pensiero fastidioso gli ronzava in testa fino a che non era più riuscito a trattenersi.
Ed era scoppiato.
“Non stai facendo sul serio..” disse, gelido.
La cacciatrice sbiancò, a quelle parole. Gli occhi si spalancarono stupiti e il braccio ricadde privo di vita lungo il fianco, come se fosse divenuto improvvisamente pesante. Arretrò di un passo, scuotendo energicamente la testa.
No. Non era possibile. Non stava succedendo veramente. Era solo..un sogno. Un brutto sogno. Anzi..un incubo.
Spike non poteva pensarlo davvero. Non di nuovo.

“Stai scherzando, vero?” balbettò, con la voce che le tremava un poco.
Dov’era finito l’angelo biondo che prima la guardava con occhi splendenti? Perché doveva sempre rovinare ogni cosa con i suoi maledetti sospetti?
“Non stai facendo sul serio, Buffy.” ripeté lui.
“E cosa te lo fa pensare?”
“Non combatti come al solito. Non combatti come lo ricordavo. Ti stai trattenendo.”
“Certo che mi sto trattenendo!”sbottò lei esasperata. “E’ un allenamento!”
“Balle! Non voglio la tua pietà..cacciatrice.”
Non fece in tempo a finire che gli arrivò un pugno in pieno viso.
“Ho fatto sul serio, stavolta??”
Massaggiandosi la mascella dolorante Spike leccò via il sangue che iniziava ad uscire dal labbro, e la guardò mortificato. Aveva sbagliato tutto. Un'altra volta. Ma forse aveva ancora l’opportunità’ di rimediare.
“Buffy..”
“No! Ora parlo io.”
E lo colpì di nuovo, allo stomaco stavolta. Il vampiro si piegò in due dal dolore, e arretrò di un passo.
“Volevi che facessi sul serio? Ora sto facendo sul serio.”urlava lei, la voce resa acuta dalla rabbia.
Fece per colpirlo nuovamente ma lui fu più veloce, e la afferrò per entrambi i polsi, bloccandola.
“Buffy ti prego, calmati.”
“No, non mi calmo!” urlò, isterica. Si liberò della sua presa con uno strattone e indietreggiò ancora.
“Sei solo un maledetto stupido. Perché devi sempre rovinare tutto? So di avere sbagliato, in passato. So di avere delle colpe e so di avere molto da farmi perdonare. Ma come posso, se non me ne lasci l’opportunità’? Come, se non ti fidi di me? Se non ci provi nemmeno. Come posso amarti se non mi credi? Io mi sono stancata. Vuoi continuare a pensare che stia fingendo? Bene, fallo. Io me ne vado.”
Non gli lasciò il tempo di replicare, ne’ di immagazzinare quel fiume di parole, si voltò e si diresse verso l’uscita.
“E non provare a fermarmi..”disse, prima di sparire dietro la porta.
Spike rimase solo al centro della stanza. Chiuse gli occhi, trattenendo a stento un urlo.  Si spostò alla cieca verso la parete e quando fu abbastanza vicino la colpì con tutta la forza che era riuscito a trovare.
Il muro si sgretolò e un dolore acuto s’irradiò verso la spalla, mentre la mano iniziava a sanguinare. Ma lui non vi badò. Un dolore più forte gli premeva il centro del petto. Era riuscito di nuovo a farla andare via.

Angel stava camminando soprappensiero lungo un corridoio della Wolfram&Hart quando fu quasi travolto da un piccolo uragano biondo. Non l’aveva nemmeno sentita arrivare.
“Buff..” disse, riconoscendola..”Che è successo?”
La ragazza gli passò accanto senza fermarsi.
“Chiedilo a Spike.”
Il vampiro bruno scosse la testa, rassegnato e si diresse verso la palestra. Quei due l’avrebbero fatto impazzire, una volta o l’altra. Stavano insieme da due giorni e avevano trascorso la metà del tempo a litigare.
Se solo avesse avuto lui la stessa occasione che era stata concessa a Spike.
Raggiunse la sala degli allenamenti, e rimase un lungo istante a fissare un vampiro sull’orlo dell’isterismo prendere a pugni il boxsack.
Poi entrò nella stanza e gli afferrò, da dietro, entrambe le braccia, costringendolo a fermarsi.
“La pianti di farti del male?”
Spike si divincolò rabbioso, si voltò e lo spinse lontano.
“Non sono affari tuoi, Angel.”borbottò, fulminandolo con lo sguardo.
“Non è così che si risolvono i problemi..” disse l’altro, tranquillo.
Il biondo non rispose subito, si limitò a guardarlo per un lungo momento, poi andò a prendere la maglietta.
“Tu che ne sai..”sussurrò, infilandola. Nessuno poteva capire come si sentiva in quel momento, tanto meno lui.
“Ne so più di quanto immagini, invece..” replicò invece il bruno, sorprendendolo.
“Angel..”
“Non commettere il mio stesso errore Spike. Buffy ti ama. Me l’ha confidato ieri. Sai, abbiamo parlato molto. E ho capito che i suoi sentimenti sono sinceri. E’ qui per te. Non sprecare quest’occasione. “ si fermò un istante, cercando un respiro di cui non aveva bisogno. Era difficile, dire quelle cose al suo eterno rivale. Ma doveva farlo. Per il bene di tutti.
“Ascolta, orsacchiotto, non so dove vuoi andare a parare ma…”
“No, lasciami finire..” lo interrupe Angel. “ Io ho sprecato la mia occasione, non era nel mio destino essere felice con lei. Ma tu sì. Va da lei. Dille che l’ami. E vivi questa storia senza pensare al futuro..”
Spike lo fissava senza avere il coraggio di parlare. Non era sicuro di aver udito bene. Non poteva essere proprio lui, Angel, il suo peggior nemico ma anche il suo unico amico, a dire queste cose. Probabilmente il mondo era impazzito.
“Che aspetti, va da lei..”
Il biondo si risvegliò solo in quel momento.
“Grazie, Angel..”disse, prima di correre via.

Capitolo 6

Era da poco trascorso mezzogiorno e grosse nuvole cariche di pioggia si addensavano sul cielo plumbeo di Los Angeles. L’aria era satura di elettricità ma nessuno pareva farci caso. La vita frenetica della città degli angeli non si fermava di fronte un temporale. Di tanto in tanto i lampi rischiaravano l’atmosfera mentre rombi lontani sovrastavano per qualche istante il traffico cittadino. La gente gli passava accanto e non si accorgeva di Spike, fermo al centro del marciapiede, gli occhi chiusi e le narici dilatate, alla vana ricerca dell’aroma di Buffy. Era già la terza volta che lo perdeva. Tanta gente, tanti odori mescolati insieme e un fastidioso vento che si era alzato da poco gli confondevano le idee.
Scosse la testa, aspirando a fondo e finalmente… Eccolo. Il profumo della sua cacciatrice. Riaprì gli occhi soddisfatto e riprese a camminare.
Raggiunse Griffith Park  nello stesso momento in cui le prime gocce di pioggia iniziavano a cadere. Si fermò all’ingresso, guardandosi intorno, e poi la vide. Era seduta con le gambe raccolte al petto in una panchina di fronte un laghetto, sola. Aveva lo sguardo perso e l’aria di un cucciolo smarrito.
Le si avvicinò piano, silenzioso come un gatto e timido come un bambino. Durante la sua ricerca non aveva fatto altro che ripetersi mentalmente il discorso da farle ma ora le parole sembravano come bloccate in gola. Le si fermò di fronte sospirando, mentre lei rimaneva immobile, fingendo di non averlo visto.
Si era subito pentita di essere fuggita a quel modo, senza dargli tempo di spiegare, e di chiarire. Forse avrebbe dovuto utilizzare un altro modo per farlo ragionare, invece di urlargli dietro tutta la sua rabbia. Ma ora non aveva il coraggio di tornare indietro. Così dopo un lungo girovagare si era fermata in quel parco, certa che prima o poi lui l’avrebbe raggiunta. E ora era arrivato.
“Posso sedermi?”
Buffy alzò il capo e lo osservò, accennando un sorriso. Il vampiro biondo era fermo davanti a lei, lo sguardo fisso sul suo viso.  Piccole gocce di pioggia brillavano tra i suoi capelli, illuminandone il colore, altre scendevano a rigare lo spolverino, che gli danzava intorno sollevato dal vento come grandi ali nere. Di nuovo le parve di vedere un angelo.
“Così mi hai trovato…” sussurrò piano, facendogli cenno di accomodarsi.
Spike le si sedette accanto, senza smettere di guardarla. Era così bella, anche con i capelli scomposti e bagnati. Avrebbe voluto abbracciarla ma non osava muoversi. E soprattutto non sapeva cosa dire.
“Mi dispiace, per prima…sono stato uno stupido.” mormorò alla fine, maledicendosi per non aver trovato qualcosa di meglio.  Buffy sorrise, guardandolo dritto negli occhi.
“Cosa ti ha fatto cambiare idea?”
Spike abbassò lo sguardo, torcendosi nervosamente le mani, sul dorso di una spiccava ancora evidente una lunga ferita rossastra.
“Bugia o verità?” Fece un lungo sospiro e decise per la sincerità.
“Ho avuto una piccola…chiacchierata con Angel…”
“Ed è servita?”
“Sì…”sospirò lui. “Mi ha detto…che mi ami, e che non devo sprecare quest’occasione per essere felice…”
La cacciatrice gli sfiorò il mento con un dito, costringendolo ad alzare il viso fino ad incontrare di nuovo il suo sguardo.
“E avevi bisogno di lui per capirlo?” chiese, prima di posargli un lieve bacio sulle labbra.
Il vampiro appoggiò la fronte contro quella di lei. “Evidentemente sì…” bisbigliò sulla sua bocca. Rimasero un lungo istante in quella posizione, immobili, poi si scostarono.
“Riusciremo ad andare d’accordo per più di cinque minuti?” chiese Buffy, rannicchiandosi contro di lui.
Spike la accolse tra le sue braccia, scuotendo la testa. “Ti prometto che proverò a fidarmi di te…” mormorò, baciandole i capelli. “E io proverò ad essere più paziente…” replicò lei, nascondendo il viso sul suo petto.
“Hai freddo amore?” osservò il biondo, dopo qualche minuto, notando che lei stava tremando.
“Un po’…” bisbigliò la ragazza, stringendosi maggiormente a lui.
“Andiamo a casa, vuoi?”

Quando finalmente giunsero a casa erano bagnati fradici, ma felici come non lo erano mai stati. Sembrava che la pioggia avesse lavato via ogni rancore, ogni tristezza, lasciando posto solo alla gioia di stare insieme.
“Oddio, non avevo mai visto tanta acqua…” esclamò Buffy, passando le dita tra i capelli umidi, nel vano tentativo di districarli.
Si voltò verso Spike che, fermo sulla soglia, la guardava incantato. Anche così conciata gli pareva la donna più bella del mondo. Le si avvicinò di un passo. Allungò una mano, lisciando le ciocche che le scendevano disordinate ai lati del viso.
“Sei splendida, passerotto…”
Buffy socchiuse le labbra, scuotendo appena il capo. Gli sfiorò il volto con le dita, scostando alcuni riccioli ribelli dalla fronte.
“Il mio angelo…”sussurrò, scendendo ad accarezzargli la guancia.
Un brivido di piacere percorse la schiena di Spike mentre abbassava il capo e la baciava dolcemente.
“Ti andrebbe…una doccia?” chiese, ancora sulle sue labbra. Buffy gli circondò il collo con le braccia, aggrappandosi a lui e approfondendo il contatto. Non ci fu bisogno di risposta. Lo trascinò al centro della stanza, interrompendo il bacio solo per riprendere fiato.
Attraversarono il salotto, e poi il corridoio, fino alla stanza da bagno, baciandosi e accarezzandosi di continuo, come se non fossero mai sazi l’uno dell’altra.
I vestiti cadevano abbandonati lungo il cammino dei due amanti, le lingue si intrecciavano e i corpi si lambivano. Finirono sotto il getto caldo della doccia senza smettere di toccarsi; le mani di Buffy scivolavano lungo il torace perfetto del vampiro, scendevano fino all’inguine e raggiungevano la sua erezione, aumentando a dismisura l’ eccitazione. Spike la baciava ovunque mentre le sue dita correvano lungo la pelle liscia del ventre, accarezzavano la dolce curva dei seni e riscendevano giù, verso il centro del piacere.
Ansimando la spinse contro la parete della doccia, sollevandola da terra e affondando il viso sul suo collo. La ragazza si aggrappò a lui, circondandogli i fianchi con le gambe e permettendogli di entrare in lei.
Apri’ gli occhi un istante, cercando il suo sguardo in una muta domanda. Il vampiro alzò il capo, annuendo brevemente e posandole un bacio sulle labbra.
Ben presto l’aria si riempì dei loro gemiti che di tanto in tanto sovrastavano lo scrosciare dell’acqua che scorreva sui loro corpi uniti.

Era ormai sera a Los Angeles, e la pioggia aveva smesso di cadere, lasciando il posto a un cielo limpido e punteggiato di stelle. Timidi raggi di luna filtravano attraverso le tende socchiuse, illuminando appena i corpi abbracciati dei due amanti.
Spike fu il primo a svegliarsi, socchiuse appena gli occhi e osservò la sua ragazza, profondamente addormentata. Buffy aveva il viso appoggiato nell’incavo della sua spalla, i capelli sparsi tutt’intorno, il braccio allungato sul suo petto.
Era stata una giornata perfetta, come gli era capitato di rado. Erano rimasti insieme per tutto il pomeriggio. Dopo aver fatto l’amore sotto la doccia si erano lavati e insaponati a vicenda. Infine lui l’aveva presa tra le braccia e portata a letto. Lì si erano coccolati, e amati di nuovo, avevano anche pranzato e fatto tutte quelle cose che una coppia innamorata fa.
E ora tutto stava per finire. Richiuse gli occhi. Non voleva che finisse. Non voleva che lei se ne andasse. Perché l’avrebbe fatto. Ne era sicuro. Presto se ne sarebbe andata. E lui sarebbe rimasto di nuovo solo.
Tutti i pensieri negativi, che aveva tenuto lontano fino a quel momento lo travolsero come un fiume in piena.
Resterò finchè non sarai guarito…” gli aveva promesso lei, soltanto il giorno prima.
E lui ormai si sentiva guarito. Erano bastati due giorni e il dolore era quasi completamente scomparso. Le ferite si erano completamente rimarginate e le cicatrici stavano sparendo. Probabilmente sarebbe rimasta solamente una sottile linea biancastra attorno ai polsi, come ricordo indelebile di quella notte.
E lei sarebbe tornata a Roma, alla sua vita, alla sua famiglia, ai suoi amici. Anche di quello era sicuro. In quei tre giorni lei gli era stata vicino, aveva parlato d’amore ma…non l’amava veramente. Non come lui amava lei almeno. Forse provava un’affetto profondo, ma non amore.  
Lei ti ama…” gli diceva una vocina dentro di sé. Ma lui non gli dava ascolto.
La ragazza accanto a lui si mosse appena. Si irrigidì inconsapevolmente, restando perfettamente immobile. Il momento che tanto temeva era giunto.
Buffy si stiracchiò languidamente prima di aprire gli occhi. Accarezzò con le dita il petto del suo vampiro e alzò un poco la testa. Lui stava ancora dormendo. Si tirò su, cercando di muoversi piano per non fare rumore e rimase a guardarlo per un lungo momento.
Era così bello, anche quando dormiva. I lineamenti erano distesi, le labbra appena socchiuse e alcuni riccioli ricadevano ribelli sulla fronte. Sì assomigliava decisamente ad un angelo. Si chiese come avesse fatto a non rendersene conto prima. Lo conosceva da…almeno 5 anni, e non si era mai accorta di quanto fosse speciale. Grazie al cielo aveva avuto un’altra possibilità per farlo. E stavolta non l’avrebbe sprecata.
Questa volta avrebbe pensato soltanto a sé stessa e alla sua felicità e non più al giudizio dei suoi amici. Aveva deciso. Sarebbe rimasta a Los Angeles, accanto a lui. E al diavolo l’Europa, l’Italia, Roma e le cacciatrici da istruire. Ne andava della sua vita, e di quella di Spike.
Gettò un occhiata verso la finestra socchiusa e poi all’orologio sul comodino. Segnava le nove. E lei era affamata. Non solo. Era notte. Ed era a Los Angeles. Dove lei era nata. Dove era diventata la cacciatrice. E dove lei ora sarebbe uscita per rivivere un po’ i vecchi tempi.
Tornò a guardare Spike. Dormiva ancora. Se fosse stata fortunata sarebbe riuscita a uscire e rientrare prima che lui si svegliasse.
Non era sicura che avrebbe capito il suo desiderio. E non era nemmeno sicura che avrebbe gradito quell’uscita. Sicuramente l’avrebbe accompagnata ma lei temeva ancora per la sua incolumità e preferiva saperlo a casa al sicuro. Dopotutto non sarebbe rimasta via a lungo.
Si alzò piano e andò a cercare i suoi vestiti, sparsi un po’ ovunque. Sorrise, ricordando come e in quale circostanza gli erano stati tolti.
“Ti troverò mai accanto a me al mio risveglio, passerotto?” la sua voce calda la fece trasalire e quasi le cadde la giacca che teneva in mano.
Si voltò verso il letto e lo vide seduto tra le lenzuola, perfettamente sveglio, i suoi occhi blu che la scrutavano.
“Spike…” sussurrò, un po’ imbarazzata. “Scusami, non volevo svegliarti…”
Il vampiro scosse la testa, invitandola con un cenno ad avvicinarsi. Buffy si sedette sul bordo del letto, accanto a lui.
“Dove stai andando?” le chiese, per nulla sicuro di voler udire la risposta.
La ragazza abbassò lo sguardo. Era peggio di quanto lui temesse.
“Amore…”
Lei rialzò lo sguardo.
“Non ridere, ok?” lo ammonì, seria. Spike alzò un sopracciglio, senza capire.
“Io…ecco…” iniziò lei… “Ecco…volevo uscire di ronda!” esclamò poi tutto d’un fiato.
Il vampiro allargò gli occhi, troppo sorpreso per riuscire a dire una parola. Si era aspettato che lei se ne andasse invece voleva uscire di ronda. Non sapeva se ridere o piangere.
“Vuoi venire con me?” aggiunse lei, più tranquilla.

Capitolo 7

“Sei uno stupido, Spike!”
Era la terza volta che se lo ripeteva da quando lei era uscita.
No, credo che riposerò un po’…” le aveva risposto quando, poco prima, lei gli aveva chiesto di accompagnarla.
“Stupido!” ribadì per la quarta volta, prendendo a pugni il cuscino. Prese il pacchetto di sigarette e si accese l’ultima rimasta. Fumava sempre troppo, quando era nervoso.
Ne aveva fumato appena la metà quando balzò fuori dal letto, alla ricerca dei suoi vestiti.
Meno di cinque minuti dopo era fuori a cercarla, sperando che non fosse andata troppo lontano. Fu fortunato, perché la intravide in fondo alla via, che camminava lentamente con un sandwich in mano.
Prese a seguirla da lontano, improvvisamente intimidito. Che cosa le avrebbe detto? Come avrebbe giustificato l’improvviso cambio d’idea?
Non lo sapeva. Sapeva solo che, da quando aveva riavuto indietro l’anima e, più di recente, da quando aveva affrontato Dana, era diventato un maledettissimo idiota.
Sembrava quasi che il vecchio William premesse per emergere dal cantuccio in cui era rimasto fino a quel momento. Perché non c’erano dubbi che la sua umanità era latente in lui, solo in parte soffocata dal suo demone. Era sempre stato così. Era sempre stato diverso dagli altri vampiri.
Buffy girò a destra, proseguendo per una stradina malamente illuminata. Spike era sempre dietro di lei, solo appena più vicino, nascosto nell’ombra.
Era perso nei suoi ricordi quando, quasi senza rendersene conto, si ritrovò con un paletto di legno a pochi centimetri dal cuore.
“Amore, sono io!” esclamò, facendo un balzo indietro e ponendosi a distanza di sicurezza.
La cacciatrice abbassò l’arma, imbronciandosi.
“Non perdi mai le cattive abitudini, vedo.” mormorò, piccata e, senza lasciargli il tempo di replicare si voltò, dandogli la schiena, e riprese a camminare. Non voleva che lui capisse quant’era felice di vederlo. Non subito almeno.
Il vampiro la affiancò immediatamente.
“Posso venire con te?” chiese, con semplicità. Le sfiorò casualmente un braccio e lei trasalì di piacere. Non c’era bisogno di alcuna risposta.
Passeggiarono in silenzio per qualche minuto, godendo della reciproca compagnia. Fu Buffy a parlare per prima.
“Così hai cambiato idea…”
Spike sospirò.
“Ero preoccupato… Los Angeles non è come Sunnydale e…”
“Ehi!” lo interruppe lei indignata. Si piazzò di fronte a lui, gli occhi fiammeggianti.
“Ti ricordo che io qui ci sono nata e…” fece una pausa, perdendosi nei ricordi, poi il suo volto si illuminò.
“Vieni!” disse, prendendolo per mano. “Voglio mostrarti una cosa…”
E lo trascinò lungo la via.

“Sei sicura che sia ancora in piedi?”
“Certo che sono sicura!”
“Buffy…”
“E’ qui, dietro l’angolo, non posso sbagliare!”
“E’ la terza volta che lo ripeti, amore.”
“…”
Era circa mezz’ora che camminavano senza meta. Avevano attraversato diversi isolati senza riuscire a trovare ciò che la ragazza stava cercando. E Spike iniziava ad averne abbastanza, di girare a vuoto.
E per cercare cosa poi? Il vecchio liceo della cacciatrice!
“E’ qui…lo sento.” Stava dicendo lei, svoltando l’angolo.
Spike scosse la testa, preparandosi per l’ennesima delusione. Le donne. Lui non le avrebbe mai capite. Stava ancora riflettendo quando un urlo di gioia lo riscosse.
“Eccolo! Lo sapevo. Lo sapevo!” esultò Buffy tutta felice, ammirando estasiata quello che al vampiro parve solo un cumulo di macerie.
Si lasciò trascinare verso di esso, senza fare troppo caso a quello che lei gli stava dicendo. La vista di quell’edificio semi-diroccato gli aveva ricordato la vecchia fabbrica in cui aveva vissuto anni prima, quando per la prima volta era giunto a Sunnydale.
Erano di fronte l’entrata quando, improvviso, un brivido gli attraversò la schiena. Si fermò accanto all’ingresso, tendendo i sensi.
Buffy si accorse subito del repentino cambiamento di Spike e si arrestò al suo fianco, stringendo tra le dita il paletto che teneva in tasca.
“Che succede?” chiese, pur intuendo già la risposta.
Vampiri…” bisbigliò lui, ringhiando sommessamente. Li aveva sentiti. Aveva fiutato il loro odore. E ne aveva percepito il pericolo. Avrebbe voluto non essere lì.
“Quanti?”
Spike socchiuse le palpebre e strinse la mascella.
“Quattro, forse cinque…”
Maledizione. Non era sicuro di essere in grado di affrontarli. E soprattutto temeva di non riuscire a difendere lei.
“Vado dentro a dare un occhiata, tu coprimi le spalle.” Esclamò la cacciatrice, con decisione.
Il vampiro sussultò.
No, amore. Non andare.
La prese per un braccio, bloccandola.
“Buffy, non da sola…”
Lei gli sorrise, sciogliendosi gentilmente dalla sua stretta. Gli sfiorò la guancia con una carezza.
“Non ti preoccupare, sono la cacciatrice, no?”
E sparì all’interno dell’edificio.
Spike sospirò e avanzò lungo il perimetro dell’edificio, controllando che non ci fossero altri vampiri nei paraggi.

Nero. Era tutto nero attorno a lei. Tutto girava. Voci sommesse le rimbombavano nel cervello. La testa le doleva e non riusciva a muoversi. Qualcosa, che non riusciva a capire, gli e lo impediva.
Cosa diavolo era successo? Non se lo ricordava. Era entrata nel suo vecchio liceo quanto tempo prima? Dieci, forse quindici minuti prima. Aveva avanzato con sicurezza lungo i corridoi mentre Spike rimaneva fuori di guardia. Poi qualcosa l’aveva colpita ed era svenuta.
Socchiuse gli occhi, tornando lentamente alla realtà. Si accorse di non essere sola. C’erano altre persone, poco distanti da lei. Uomini, a giudicare dall’abbigliamento. Cercò di alzare la testa. Aveva il collo indolenzito, le gambe e le braccia immobilizzate. Si rese conto di essere legata.
Osservò meglio gli uomini, i loro visi alterati. Vampiri! L’avevano catturata! Dalla sua posizione non riusciva a capire cosa stessero dicendo. Probabilmente stavano decidendo della sua sorte.
Maledizione! Stupida Buffy. Ti sei fatta fregare come una ragazzina senza esperienza.
Tentò di liberarsi ma i lacci erano troppo stretti, anche per lei. Fu allora che uno dei tre si voltò nella sua direzione, e la vide. Si avvicinarono.
“Guarda guarda, la nostra ospite si è svegliata…dormito bene dolcezza?” ghignò quello che doveva essere il capo, abbassandosi a guardarla. La sua mano viscida le sfiorò la guancia.

Spike, ti prego, vieni a salvarmi…”

Arretrò istintivamente, cozzando la testa contro il pavimento. Un gemito le sfuggì dalle labbra mentre il vampiro la trascinava malamente in piedi.
“Ma guarda che bel bocconcino abbiamo qui.” Disse lascivamente, strusciando i canini sul suo collo.
Buffy rabbrividì. Era perduta. Le forze la stavano lentamente abbandonando e si sentiva completamente in balia dei suoi rapitori.

“Spike, dove sei?”

Anche gli altri due ormai si erano avvicinati e la annusavano affamati. Sembravano delle bestie pronte a nutrirsi della loro preda. E in fondo lo erano.
Alzò dolorosamente la testa, lasciando vagare lo sguardo oltre la spalla del vampiro che la teneva e lo vide.
Era Spike. Avanzava silenziosamente, protetto dall’ombra, lo spolverino che si alzava ad ogni suo passo come grandi ali nere, il volto mutato in quello della caccia, i canini in vista, gli occhi dorati scintillanti d’ira.
Com’era uguale eppure diverso dai suoi assalitori. Era il suo angelo nero. Ed era venuto a salvarla.
Quello che avvenne dopo fu come racchiuso in un sogno. Vide indistintamente Spike scagliarsi contro il vampiro che ancora la teneva e che non si ancora accorto della sua presenza. Gli altri due scattarono indietro, impietriti e lei si lasciò scivolare a terra, perdendo nuovamente i sensi.

Il risveglio questa volta fu meno doloroso e molto più…dolce. Braccia forti la sostenevano e dita delicate le sfioravano il viso. Il suo corpo era avvolto da qualcosa di caldo e morbido e intorno a lei aleggiava un profumo indefinito, virile e inebriante, unico nel suo genere, che poteva appartenere soltanto a lui.
Sollevò un poco le palpebre e incontrò i suoi occhi, ora blu e profondi, che la osservavano con leggera preoccupazione e amore infinito.
Un sorriso si distese sulle sue labbra, quando la vide riprendere conoscenza.
“Ehi…” mormorò, scostandole una ciocca di capelli che le ricadeva sulla fronte.
“Ehi…” sospirò lei, ancora sospesa tra la semi incoscienza e la realtà. Allungò una mano per toccare il suo viso. Era così bello che le pareva un sogno.
Solo il leggero dolore che ancora pulsava nella sua testa le fece ricordare ciò che era successo. Si mise seduta di scatto, tornando pienamente cosciente.
Lo spolverino che lui le aveva avvolto attorno alle spalle scivolò sul pavimento.
“I vampiri…” balbettò, guardandosi intorno allarmata.
Spike scosse la testa, sorridendo ironico.
Tranquilla luv, sono tornati da dov’erano venuti…”
Buffy si voltò a guardarlo, sospirando di sollievo. Si massaggiò il collo indolenzito. Il vampiro biondo corrugò la fronte.
Non aveva pensato a quello che loro avevano potuto farle.  Aveva pensato soltanto a salvarla. L’aveva sentita. Aveva percepito la sua invocazione d’aiuto mezz’ora prima mentre stava percorrendo il perimetro dell’edificio, neutralizzando i due vampiri che aveva trovato di guardia.
Si era precipitato da lei, incurante delle conseguenze. Loro non se n’erano resi conto. Erano stati ridotti in cenere prima di ogni possibile reazione.
Bello e letale. Come qualcuno gli aveva detto poco tempo prima.
“Ti fa male?” chiese, attirandola vicino. Lei appoggiò la schiena al suo petto, mugolando un sì.
“Qui?” domandò ancora lui, posando due dita in un punto imprecisato dietro il suo collo.
Un altro mugolio d’assenso.
Iniziò a massaggiare piano, con movimenti lenti e circolari. Buffy chiuse gli occhi, rilassandosi contro di lui.
Dopo qualche minuto il dolore era scomparso.
“Meglio?”
Lei annuì. “Il tuo tocco è magico, Spike…” sospirò, estasiata.
Il vampiro la strinse a sé, abbassandosi a baciarle l’incavo del collo.
“Andiamo a casa?” le soffiò all’orecchio.
“Sì…” rispose lei, scostandosi da lui e mettendosi in piedi. “Ne ho abbastanza per stasera…”
Uscirono mano nella mano dal vecchio edificio e presero la strada di casa.
“Grazie, per avermi salvato…” mormorò Buffy dopo un po’.
“Dovere…” replicò Spike, voltandosi verso di lei e accennando un inchino, quasi fosse un cavaliere d’altri tempi. Forse lo era davvero.
La ragazza rise, poi tornò seria.
“Come hai fatto a capire che ero in pericolo?”
Lui si fermò a guardarla.
“L’ho sentito.” Abbassò gli occhi, esalando un sospiro. “Tu sei dentro di me. E lo sarai sempre anche quando…quando non sarai più qui…”
Le volse le spalle, nascondendo una lacrima che sottile gli aveva rigato la guancia. Riprese a camminare.
Stupido vampiro sentimentale.
Buffy lo raggiunse, lo superò, parandosi davanti a lui e gli prese il viso tra le mani.
“Anche tu sei dentro di me…” disse, timidamente, e proseguì, prima che il coraggio venisse a mancarle. “Lo sei da tanto e… voglio restarti accanto. Non voglio che più nessuno decida della mia vita. Non voglio che i miei amici condizionino le mie scelte. Voglio essere libera. E voglio te. Voglio vivere con te. Perché ti amo. Ti amo Spike e, se non mi credi, avrò tutto il tempo per convincerti del contrario e dimostrarti che non mi voglio prendere gioco di te e dei tuoi sentimenti.” Gli posò un bacio delicato sulle labbra. “Mi vuoi Spike?”
Lui rimase immobile, in piedi di fronte a lei, occhi negli occhi. Deglutì vistosamente, sentendo il fiato mancargli.
Era…un sogno. Un desiderio lungo una vita che si avvera. La donna che amava era lì davanti a lui, e gli aveva appena detto “Ti Amo”. Era semplicemente meraviglioso.
Senza preavviso la prese tra le braccia, facendola volteggiare in aria per poi rimetterla a terra, il corpo che sfiorava il suo, i visi a pochi centimetri l’uno dall’altro. Lei gli circondò il collo con le braccia, ridendo felice.
“Mi vuoi?” ripetè.
“Ti voglio sempre amore. Sempre.”
La baciò sulle labbra, stringendola forte. Era persino più bello di quanto aveva immaginato.
“Dimmelo ancora…” la implorò.
“Ti amo, William…”

Capitolo 8

Fu un trillo acuto e insistente a svegliare Buffy, quella mattina. Erano trascorsi alcuni giorni da quando aveva deciso di rimanere a Los Angeles e tutto procedeva a meraviglia. Lei e Spike stavano sempre insieme, recuperando il tempo perduto e imparando a conoscersi come mai avevano fatto in quegli anni. Le giornate le trascorrevano alla Wolfram&Hart, quando c’era il sole e passeggiando all’aperto, quand’era nuvoloso. La sera uscivano di ronda o, più spesso, rimanevano a casa, recuperando altro tempo perduto.
Si rigirò nel letto con un grugnito di disappunto, abbandonando il comodo giaciglio che il petto del vampiro rappresentava e allungò una mano verso il comodino, senza aprire gli occhi, alla ricerca del telefono.
“Pronto.” Borbottò al microfono, soffocando appena uno sbadiglio.
Chi accidenti poteva svegliarla a quell’ora di “notte”?
“Buffy, sei tu?” disse una voce maschile dall’altro capo del filo.
La cacciatrice si rizzò a sedere, ora perfettamente sveglia, incurante del fatto che il movimento brusco avrebbe potuto svegliare il vampiro.
“Giles?” balbettò incerta, fissando un punto indefinito davanti a sé.
Un tremito impercettibile percorse il corpo di Spike mentre udiva quella parola.
L’osservatore. No. Non era possibile. Non poteva essere vero. Era solo un dannato…incubo.
Reprimendo a stento un urlo rabbioso si costrinse a rimanere perfettamente immobile, continuando a fingere di dormire.
Tese i sensi, cercando di captare quello che lui le stava dicendo.
Riuscì a distinguere, in mezzo a rumori lontani e le risposte monosillabe di Buffy che l’inglese si trovava a Los Angeles, e desiderava che qualcuno lo andasse a prendere.
Maledizione.
Socchiuse gli occhi quando sentì la ragazza riattaccare. La vide seduta immobile tra le lenzuola, il cellulare ancora in mano, lo sguardo fisso sul display. Avvertiva la sua tensione e questo, in un certo qual modo lo rincuorava.
Significava che non era felice di rivederlo almeno quanto lui, e che probabilmente non l’aveva ancora perdonato.
Restava il fatto che era a Los Angeles e non era certo in visita di piacere.
Prese un profondo respiro e aprì del tutto gli occhi. Doveva mostrarsi forte ma, soprattutto, doveva avere fiducia in Buffy. Lei lo amava e non l’avrebbe abbandonato.
Si mise a sedere e si allungò verso la ragazza, che sembrava non essersi resa conto di nulla, e continuava a fissare assorta il suo portatile.

La cacciatrice trasalì appena quando una mano gentile le sfiorò la spalla. Si voltò, andando a specchiarsi con gli occhi blu di Spike.
Forzò un sorriso, chiedendosi cosa lui avesse udito.
“Va tutto bene?” domandò il vampiro, carezzando la guancia di lei con le dita.
Buffy scosse il capo.
“No non va bene. Giles è a Los Angeles…”disse d’un fiato, abbassando gli occhi per non vedere la sua delusione.
“Sì, l’ho sentito…” sospirò lui, giocherellando con una ciocca dei suoi capelli, prima di sistemargliela dietro l’orecchio.
La ragazza appoggiò la fronte contro a sua spalla, esalando un sospiro.
“Non voglio vederlo. Non voglio che lui…”
“Shhh…” la interruppe lui, posandole un bacio delicato sulla testa. “Non sappiamo cosa sia venuto a fare qui…” proseguì, più per convincere sé stesso che lei.
Buffy rialzò il viso.
“Sappiamo bene cos’è venuto a fare. Non certo a dirci ciao. Mi domando solo chi possa averglielo detto.”
“Il ragazzino.”
“Andrew?”
Spike annuì.
“Non è mai riuscito a tenere la bocca chiusa.”
La cacciatrice sospirò di nuovo.
“Che facciamo ora?” chiese, stringendosi le braccia al petto.
“Beh…dato che non possiamo rispedirlo nella cara Inghilterra tanto vale mandare qualcuno a prenderlo.” Replicò lui, con un sorrisino.
Poi, senza attendere risposta, si allungò verso il comodino afferrando il telefono.
“Harm? Spike. Passami il boss. È urgente.”
Buffy rimase a guardarlo silenziosa, senza capire.

Mezz’ora più tardi Buffy era in piedi davanti la finestra, osservando distrattamente le auto che passavano lungo la strada, aspettandosi da un momento all’altro di veder comparire la limousine della Wolfram & Hart, che l’avrebbe accompagnata da Giles.
E sperando che quel momento non giungesse. Non era in collera con lui. Semplicemente non voleva vederlo. Non desiderava che lui ricominciasse ad intromettersi nella sua vita, come aveva sempre fatto da quando la conosceva.
Non capiva perché Spike avesse permesso quest’incontro. Lui, che più di tutti avrebbe dovuto odiarlo. Lui, che se ne stava mollemente appoggiato allo stipite della porta, la sigaretta accesa che gli pendeva dalle labbra, indifferente a tutto. Non era a conoscenza dei sentimenti che si agitavano dentro il suo cuore.
Non sapeva che avrebbe voluto solo urlare, in quel momento. Prenderla, e portarla via di lì, lontano da lui, da Los Angeles. Lontano da tutto, dove nessuno avrebbe potuto trovarli.
Ma non l’avrebbe fatto. L’inferno che aveva attraversato di recente l’aveva maturato. Come può maturare un vampiro di 125 anni. Non era più lo scapestrato assetato di sangue che era un tempo. Non lo era più da un pezzo. E riteneva giusto che Buffy incontrasse il suo osservatore, almeno una volta.
Era a conoscenza, da ciò che gli era stato riferito, che loro due non avevano mai veramente chiarito lo screzio che c’era stato, se tentare di ridurlo un mucchietto di polvere poteva definirsi tale.
E sapeva, per esperienza personale, che se lei non affrontava i fantasmi del suo passato, non ci sarebbe stato un futuro per loro.
Con un sospiro gettò la sigaretta ormai finita e le si avvicinò. Le cinse la vita con le braccia e accostò le labbra al suo orecchio.
“Finirai col consumarla, quella strada, se continui a fissarla a quel modo Pet..” sussurrò, nascondendo l’ansia che lo attanagliava con la sua solita ironia.
La cacciatrice sorrise appena. Aspirò il suo profumo e si accoccolò contro di lui, appoggiando la schiena al suo petto e chiudendo gli occhi. Era così rassicurante, il suo abbraccio.
“Devo proprio vederlo?” domandò, pur conoscendo la risposta.
“Devi..”  Com’era calda, e dolce, la sua voce.
“Perché non vieni con me?”
Spike sospirò pesantemente. Ora veniva la parte difficile. Le baciò lievemente il collo.
“Sai che io e il sole non andiamo esattamente d’accordo..” e l’osservatore è come il sole, per me. Avrebbe voluto aggiungere, ma non lo fece.
Era consapevole della sua bugia. I vetri della limousine erano schermati e la luce non penetrava all’interno. Quindi, se solo avesse voluto.. sarebbe potuto venire.
Ma riteneva che Buffy lo dovesse incontrare da sola, senza di lui. Era certo che la sua presenza l’avrebbe condizionata, e questo non doveva succedere.
Chiuse gli occhi, e la strinse  a sé, come fosse l’ultima volta. Pregò che tutto questo finisse al più presto, in un modo, o nell’altro.
Lo stridio delle gomme interruppe bruscamente il corso dei suoi pensieri. Guardò verso la strada. La Limousine era arrivata. Sentì Buffy irrigidirsi contro il suo corpo, e fissare l’auto con il panico negli occhi.“Amore..”Lei non rispose, si rigirò nel suo abbraccio,nascondendo il viso nella sua spalla. E pianse.

“Per l’inferno maledetto ma quanto ci mettono?”
“Spike per l’amor del cielo vuoi fermarti? Mi sta venendo mal di testa.” Angel si massaggiò le tempie con le dita, esasperato dall’ennesimo grugnito di risposta che ricevette.
Quei due l’avrebbero fatto impazzire, prima o poi, specie il vampiro fuori di testa che si muoveva per il suo ufficio ringhiando, come un leone in gabbia.
“Spike!” gridò di nuovo, desiderando di torcergli il collo e berne il suo sangue.
Finalmente il biondo si fermò, frugò nelle tasche, alla ricerca di una sigaretta.
“Dovrebbero essere già qui..” borbottò, guardando il bruno di sbieco.
Era passata più di un ora da quando la Limousine si era portata via una Buffy con il viso ancora rigato di lacrime. C’era voluta tutta la sua pazienza e il suo amore, per calmarla. E tutta la sua forza di volontà per lasciarla andare in quello stato.
“Avranno avuto un contrattempo, oppure si sono fermati a fare colazione.” Disse Angel, cercando di calmarlo.
“Oppure il dannato osservatore l’ha convinta a tornare in Europa!” sbottò Spike, interrompendolo. Gettò con rabbia la sigaretta. Perché doveva fare così male, il suo cuore. E perché la sua anima urlava. Fissò pensieroso il pavimento. Doveva fare qualcosa. Ora.
“Angel, io vado a cercarla..” disse, alzando lo sguardo verso di lui, improvvisamente calmo.
Non aveva terminato di formulare quel pensiero che la porta si spalancò. Il viso pallido di Harmony fece capolino, annunciando con voce timida e insolita per lei l’arrivo di due visitatori.
Spike  girò gli occhi verso l’ingresso, in tempo per vedere  la cacciatrice e il suo osservatore entrare nella stanza. Buffy non sembrava particolarmente felice, aveva ancora gli occhi arrossati, e teneva i pugni chiusi come se temesse di scoppiare da un momento all’altro.
Non appena lo scorse, gli volò letteralmente tra le braccia, dimenticando l’osservatore, Angel e il resto del mondo.
“Spike..” sospirò, stringendosi a lui. “Spike..”
Il vampiro sentì le lacrime premere per uscire. “Luv..” sussurrò, accarezzandole piano la schiena.
Poi si staccò da lei, alzandole il viso con un dito, fino ad incrociare  suoi occhi. Si abbassò, sfiorandole le labbra con un tenero bacio, incurante degli spettatori che stavano assitendo a quello spettacolo.
Rupert Giles li osservava con odio malcelato. Era peggio di quanto avesse immaginato. La ragazza non gli aveva quasi rivolto la parola, quando l’aveva raggiunto all’aeroporto, e sembrava molto ansiosa di raggiungere la Wolfram & Hart. Ora ne capiva le ragioni.
Fu Angel, ancora una volta, a risolvere la situazione e a sciogliere la tensione che si era creata. Si schiarì la voce, dividendo i due amanti e salutando educatamente il nuovo ospite.
“Mr Giles, è un piacere rivederla..” disse, alzandosi dalla sedia e tendendogli la mano.
Lanciò un occhiata a Spike, sperando che lui cogliesse l’invito a fare altrettanto. William ringhiò sommessamente, scostandosi da Buffy. Le tenne stretta la mano, mentre si rivolgeva all’osservatore.
“Rupert..”
“Spike..”
E questo fu tutto, non una parola, o un gesto gentile, da parte di entrambi. Di nuovo fu Angel a intervenire.
“Credo che Buffy e Giles abbiano bisogno di parlare..” disse gentile, e l’osservatore lo ringraziò con lo sguardo.“Spike.” Aggiunse poi, rivolgendosi al biondo prima che lui potesse replicare. “Ho un lavoro per te.”

Capitolo 9

Era ormai sera quando la cacciatrice varcò di nuovo la soglia della Wolfram & Hart. Questa volta era da sola. Salì lentamente sino all’ufficio di Angel. Harmony era già andata via. Spinse piano la porta e si fermò sulla soglia.
Lo vide intento a consultare dei documenti, seduto dietro l’imponente scrivania che occupava gran parte della stanza. Lui non parve accorgersi immediatamente del suo arrivo. Cercò Spike con lo sguardo. Un lampo di delusione attraversò i suoi occhi, quando vide che non c’era.
Cercò di non mostrarlo, anzi forse era meglio così. Era sempre stata una vigliacca, quando si trattava di lui. Soprattutto quando doveva dirgli qualcosa che non gli avrebbe fatto piacere.
Atraversò la stanza, fermandosi di fronte la scrivania. Appoggiò entrambe le mani sul legno scuro.
“Ciao, Angel..” disse, piano.
Il vampiro alzò la testa, sorridendo. Si era accorto da un po’ della sua presenza ma aveva fatto finta di nulla. Sapeva che non era lui, che stava cercando. La scrutò attentamente per un lungo istante.
Dio, era così bella, anche con gli occhi arrossati per il pianto e i capelli arruffati. E quell’aria indifesa che gli era sempre piaciuta tanto. E che gli faceva venire voglia di proteggerla.
La conosceva così bene che avrebbe potuto leggere i suoi pensieri come fossero i suoi. Così simile, eppure così diversa da quando l’aveva conosciuta, tanti anni fa.
L’aveva vista bambina, ed ora era una donna. Una donna che ormai apparteneva ad un altro. Si domandò cosa sarebbe successo, se quel giorno non l’avesse lasciata. Forse sarebbero ancora insieme. Forse le cose sarebbero state diverse. Forse, forse forse…
Un velo di malinconia attraversò il suo bel viso.  Non era tempo, quello, per il rimpianto. Era troppo tardi ormai. Il destino aveva deciso diversamente. E ora lei era di un altro. Era di Spike.
Si rese conto di non esserne geloso. Quei due erano fatti l’uno per l’altra. Non era amore quello che nutriva per Buffy. Era un sentimento profondo, certo, che lo legava indissolubilmente a lei. Ma non era amore. L’amore era un'altra cosa. L’amore era Cordelia. Sospirò. Un altro dolore che si aggiungeva alla sua eterna dannazione. Pareva che ogni donna che si legasse a lui fosse destinata a soffrire. Probabilmente era vero.
“Angel, sei su questa terra?”
La voce di Buffy lo riscosse da quei cupi pensieri. Annuì, sorridendo.
“Scusami, stavo…guardando te.” Lasciò  scivolare lo sguardo su di lei, facendola arrossire.
“Sei sempre bellissima, e no, non ti sto corteggiando, se è questo che stai pensando. Qualcuno, che ora si trova nella terrazza dell’ultimo piano, dopo avermi esasperato tutto il santo giorno, mi staccherebbe volentieri la testa, se solo ci provassi con te.”
Si stava riferendo, ovviamente, a Spike. La cacciatrice rise, immaginandosi per un attimo la scena. Fece un passo indietro, tentata di raggiungerlo subito, poi si fermò, incerta sul da farsi. Si torse le mani, nervosa.
Angel notò subito, la sua preoccupazione.
“Buff, che succede? Pensavo fossi ansiosa, di andare da lui.”
“Lo sono ma…” rispose lei, senza guardarlo. “E’ solo che non è facile. Voglio dire, quello che devo dirgli. Temo che, non capirà.”
Il bruno si alzò in piedi, poggiando una mano sulla sua spalla.
“Andrà tutto bene, piccola. Hai deciso di tornare in Europa, non è vero?”
Buffy annuì, per nulla stupita che lui l’avesse capita al volo, come sempre. Angel le carezzò piano una guancia, asciugando una lacrima che aveva ricominciato a scorrere sul suo viso.
“Andrà tutto bene.” Ripetè. “Se gli parlerai con sincerità, lui capirà. Se ti ama come dice, capirà. Ma non tenergli nascosto nulla, i tuoi dubbi, le tue paure. Sii solo te stessa. Eppoi… vi rivedrete presto no?”
Le sfiorò le labbra con un casto bacio, impedendole ogni possibilità di replica.
Era una sorta di addio per lui. L’addio di un vecchio amore e l’inizio di una profonda amicizia. Il suo biscotto era cotto, in fin dei conti.
Sorrise, vedendo lo sconcerto dipingersi nel suo volto, a quel gesto inaspettato.
“Non una parola su questo, o mi ucciderà…” disse, con una risatina.
“E ora corri, vai da lui.” Aggiunse, spingendola fuori.

E corse davvero. Salì le scale, su, sempre più su, un piano dopo l’altro dell’immenso palazzo della Wolfram & Hart, fino al grande terrazzo, da cui si godeva la vista dell’intera città.
Si riusciva persino a scorgere l’oceano, una distesa d’acqua nera e misteriosa, illuminata di tanto in tanto dalle luci delle navi di passaggio.
Lui era là, mollemente appoggiato alla balaustra, lo spolverino che gli danzava intorno al ritmo della brezza serale e osservava pensieroso le stelle che iniziavano a punteggiare il cielo.
La sigaretta accesa pendeva dalle sue labbra, e gli rischiarava un poco il volto imbronciato , in un particolare gioco di luci ed ombre.
Non si mosse quando lei lo raggiunse, e continuò a scrutare indifferente l’orizzonte, fingendo di non averla sentita.
L’aria si riempì del suo odore, quando gli si avvicinò. Il suo e quello di …Angel. E seppe con certezza che era stata da lui, prima di venire lì. Un’ondata  di gelosia gli riempì il cuore. Perché era stata là?
Buffy si fermò a un passo dal vampiro, incerta sul da farsi. Lui pareva non averla notata. E, se l’aveva fatto, doveva aver già capito che era stata da Angel.
Dannati poteri sovrannaturali dei vampiri…
“ Hai intenzione di rimanere lì in silenzio per molto, Pet?” chiese lui all’improvviso, facendola trasalire. Gettò la sigaretta consumata e si voltò.
“Spike..”
Il biondo avvicinò il viso al suo, aspirando il suo profumo.
“Hai il suo odore addosso.” Mormorò, guardandola negli occhi.
“Non è come pensi.”
Lui non rispose, limitandosi a fissarla. I suoi occhi sembravano quasi dorati, alla luce della luna che lentamente nasceva.
Le passò un dito sulle labbra, assaggiandone il sapore.
“Ti ha baciata.” Affermò, emettendo un basso ringhio.
Stava succedendo di nuovo. Ricordi non troppo lontani riaffiorarono nella sua memoria. Uno scantinato, un sacco da boxe e un disegno non troppo rassomigliante del suo Sire. Ma stavolta non l’avrebbe passata liscia. Ora sarebbe sceso di sotto e…
“Era un ciao…” la sentì mormorare.

“Allora dov’è  l’alto oscuro con la fronte spaziosa?”
“Lasciami indovinare, puoi sentire il suo odore.”
“Sì quello e anche il fatto che ho usato le mie intense palle degli occhi da vampiro per vederti baciarlo.”
“Era… un saluto.”

“Conosco questo ritornello, cacciatrice.”
“Ma stavolta parlo sul serio, William.”
Fu lui a trasalire, questa volta, sentendosi chiamare con il suo vero nome. Raramente lei lo usava.
“Ho capito molte cose, in questi giorni. E sono assolutamente sicura dei miei sentimenti. Ti amo Spike, e non voglio nessun’altro che te. Con Angel è davvero finita. Ci sei tu, nella mia vita, e voglio che ci rimani per sempre.” Proseguì, prima che il coraggio venisse a mancarle.
Gli accarezzò piano una guancia, sorridendogli.
“E poi, puoi sempre cancellare il suo odore con il tuo.” Gli sussurrò, in un chiaro invito a baciarla.
Invito che lui non rifiutò, sigillandole le labbra con le sue, in un bacio ardente  e disperato, da lasciare entrambi senza fiato.
“Ti amo Buffy.” Le bisbigliò all’orecchio, ed era la prima volta che gli e lo diceva. E probabilmente l’ultima. La strinse a sé, nascondendo il viso nell’incavo del suo collo. Sapeva. Sapeva tutto. E quell’abbraccio straziante lo confermava.
“Spike..” soffiò lei, accarezzandogli piano la schiena. Dopotutto non erano state necessarie spiegazioni. E quel Ti amo sussurrato le sarebbe rimasto dentro per tutta la vita.
“Quando partirai?” domandò lui, senza lasciarla. Le mani di Buffy si bloccarono, e il cuore perse un battito. Non rispose, e si sciolse dalla sua stretta. Lo allontanò da lei, quel tanto che bastava per guardarlo negli occhi.
“Spike non è per sempre..” cercò di dire, ma lui la zittì con un dito.
“Non mi devi spiegazioni, voglio solo sapere quanto tempo ho ancora.”
Fu lei ad interromperlo questa volta. E gli avrebbe sferrato volentieri un calcio, giusto per tenersi in esercizio e non dimenticare quanto testardo sapeva essere a volte.
“Non è per sempre..” ripetè, scandendo bene le parole e proseguì, prima di essere fermata di nuovo.
“Ho delle cose da sistemare a Roma. E poi c’è Dawn. Ma tornerò presto. E allora nessuno ci potrà separare. Te lo prometto. Puoi credermi Spike? Puoi solo fidarti di me?”
Sì, urlò il suo cuore. Sì Buffy, ti credo. Voglio crederti. E voglio fidarmi di te. E gli e lo disse davvero.
“Mi fido di te, Luv.” E una lacrima scese lungo la sua guancia.

Trascorsero insieme tutta la sera, parlando, ridendo e litigando anche. Senza pensare al domani che li avrebbe visti divisi. Senza pensare al futuro. Come due innamorati, che non avevano bisogno d’altro che di loro stessi. E fecero l’amore. Con passione e disperazione. Avvinghiati l’uno all’altra, come se non volessero lasciarsi mai. E si addormentarono abbracciati, sereni eppure consapevoli delle ore che inesorabili passavano e che il momento da loro temuto si avvicinava.
Buffy si svegliò molto presto quella mattina. Aveva ancora qualcosa da fare, prima di partire. Si sciolse a malincuore dal dolce abbraccio del suo amante e si vestì velocemente e silenziosamente, pregando affinché lui non si destasse. Prese la borsa e uscì di casa, sperando che Angel avesse fatto quello che lei gli aveva chiesto.
Rientrò meno di un ora dopo, con un pacchetto in mano, che nascose con cura nel ripiano più alto dell’armadio. Tutto era rimasto come l’aveva lasciato. Spike sembrava ancora profondamente addormentato.
Sospirò, e si accucciò a prendere il borsone da viaggio, iniziando a riempirlo alla rinfusa dei suoi vestiti. Ancora poche ore e sarebbe stata sull’aereo che la riportava a Roma, lontana dal dove voleva essere. Lontana dall’uomo che amava.
Una lacrima scivolò silenziosa sulla sua pelle. Perché era tutto così dannatamente ingiusto e difficile? Avrebbe voluto essere una strega, come Willow, e risolvere ogni cosa con la magia. Sospirò di nuovo e si spostò nella stanza accanto, incapace di stare ferma.
Fu in quello stato di agitazione che Spike la trovò, al suo risveglio. L’aveva sentita uscire, quella mattina e ne aveva approfittato per prepararle il suo regalo d’addio, che aveva accuratamente nascosto nella tasca del suo spolverino.
Quando era rientrata aveva finto di dormire. L’aveva sentita, muoversi nervosa per la stanza, preparare la valigia. Ma aveva continuato a fingere. Perché lei non vedesse le sue lacrime. E la conosceva così bene che poteva sentire i suoi pensieri. C’era un legame tra loro. Un legame che andava oltre ogni legge conosciuta. E che non si sarebbe spezzato con la loro separazione.
Si decise a raggiungerla infine, non resistendo al pensiero che di lì a qualche ora non avrebbe più potuto stringerla. Dannato osservatore. Aveva fatto bene i suoi calcoli, scegliendo di partire in pieno giorno, così che lui non potesse accompagnarla all’aeroporto.
La solita Limousine sarebbe arrivata a mezzogiorno e lui non voleva sprecare un solo minuto, di quell’ultima ora insieme che gli era rimasta.
La fece sedere sul divano e la prese tra le braccia. Le accarezzò i capelli, baciandola ovunque, la fronte, gli occhi, quei bellissimi occhi verdi brillanti di lacrime, e quelle labbra che sapevano di buono. Avrebbe voluto fare l’amore con lei, ma non c’era tempo. Così si limitò a stringerla, sussurrandole infinite volte Ti Amo.
E arrivò il momento di lasciarla, infine. La macchina la aspettava di sotto e lui l’accompagnò fin dove il sole non poteva raggiungerlo, barriera invisibile che li separava inesorabilmente.
La spinse verso la luce, dopo averla baciata a lungo e dolcemente, per l’ultima volta. E rimase nell’ombra dove lei non poteva vedere le lacrime che ora scendevano sul suo viso.
Buffy fece un passo incerto verso l’auto. Si fermò, lasciando cadere la borsa troppo pesante per lei in quel momento. E corse da lui, piangendo. Lo abbracciò forte, nascondendo il viso nel suo petto, respirando quel suo profumo così rassicurante.
“Non voglio lasciarti…” mormorò con voce tremante.
“Devi.” Obbiettò Spike, costringendola ad allontanarsi da lui. La baciò ancora, delicatamente, sulle labbra. E la avvolse nel suo spolverino.
“Così sentirai meno la mia mancanza.”  Le accarezzò la guancia con un dito, asciugandola dalle lacrime e la spinse via.
La guardò salire sull’auto, agitare la mano e salutarlo. Rimase immobile, sul pianerottolo finchè la sagoma della Limousine non sparì all’orizzonte.
Soltanto allora tornò al suo appartamento, gettandosi sul letto sfatto, tra quelle lenzuola che ancora profumavano di lei. Chiuse gli occhi ed emise un profondo respiro.
Sentiva freddo, pur sapendo che non era possibile. Si rigirò nel letto, cercando un calore che solo il corpo di lei avrebbe potuto dargli. Infilò una mano sotto il cuscino e qualcosa attirò la sua attenzione. Era un biglietto. Era di Buffy.

“Guarda nell’ultimo ripiano dell’armadio”

Diceva semplicemente. Si passò le dita tra i capelli, pensieroso. Chissà cosa voleva dire. C’era solo un modo per scoprirlo. Aprì l’armadio, frugandovi dentro. Trovò una scatola di cui ignorava l’esistenza. Un suo regalo. Lo aprì, trovandovi un cellulare. Alzò un sopracciglio, confuso. Lui non aveva bisogno di un dannato telefono. Allegato c’era anche un altro biglietto.

“Così sentirai meno la mia mancanza.”

Sorrise, a quelle parole. Le stesse che lui le aveva detto pochi minuti prima. Si domandò se avesse già scoperto il suo regalo. Rigirò tra le mani il suo. Dopotutto non sarebbe stato poi così male, possedere un cellulare.

Capitolo 10

Erano passate appena due ore da quando erano partiti e già sentiva la sua mancanza. Buffy guardò fuori dal finestrino, pensierosa. Non si vedeva altro che nuvole là fuori. E l’America laggiù in fondo, che lentamente andava a sparire.
Si strinse nello spolverino, sospirando. Il suo odore le aleggiava tutto intorno. Se chiudeva gli occhi poteva immaginare che lui fosse lì, invece che a Los Angeles. E lei su un aereo che la portava in Europa. Sospirò di nuovo, appoggiando il capo allo schienale. Mancavano più di dieci ore all’atterraggio, quando finalmente avrebbe potuto almeno sentire la sua voce. Sempre che avesse trovato il suo regalo. E che capisse come usarlo.
Sorrise, al pensiero di lui che armeggiava con quell’aggeggio, cercando di capirne il funzionamento.
Avrebbe tanto voluto essere tra le sue braccia, ora. E invece era lontana mille miglia. Cercò una sistemazione più confortevole. Dio quant’era scomoda la classe economica.
Ma Giles l’aveva scelta perché costava meno. E perché partiva prima. Sembrava così ansioso di allontanarla da lui.
Aveva provato a parlargli. Ma ogni tentativo si era rivelato inutile. Sembrava sordo a qualsiasi cosa lei gli dicesse per fargli cambiare opinione su di lui.
Si rigirò sul sedile, nervosa. Raccolse le gambe al petto, voltandosi su un fianco. Se solo fosse riuscita a riposare un po’.
Qualcosa si mosse, dentro la tasca. E il suo ginocchio colpì qualcosa di duro. Si rimise seduta e frugò all’interno, trovandovi una scatolina, con allegato un biglietto.
Un regalo. Un regalo di Spike.
La aprì, incuriosita, rivelando una catenina d’argento con un pendente a forma di croce. Un brivido le attraversò il corpo, mentre la accarezzava con le dita. E una lacrima scivolò lungo la sua guancia.
Sempre tenendo tra le mani la collana lesse il contenuto del biglietto.

“Ciao, Luv.
Sai che non sono mai stato bravo con le parole, anche se, tanto tempo fa, avrei voluto fare il poeta.
Ti starai domandando il significato di questo regalo. Ebbene, ha un grande valore per me, questo gioiello. Apparteneva a mio padre, che me l’ha donato quando ho compiuto dieci anni, prima di morire. E ce l’avevo al collo quando sono…morto.
Non l’ho più potuto indossare, dopo quel giorno, ma l’ho sempre conservato. Solo ora ne comprendo il significato. Era destinato a te. Ora ti appartiene. Come ti appartiene il mio cuore.

Con amore.

William”

Calde lacrime scendevano ora lungo le sue guance, e lei non faceva nulla per trattenerle. Si rannicchiò contro il sedile, incurante degli sguardi curiosi degli altri passeggeri. Strinse tra le mani la collana. Non era vero che non era bravo con le parole. Erano le frasi più belle che le erano mai state scritte.

Giles osservava la scena da lontano, due file più indietro. Si tolse gli occhiali, iniziando a pulirli con cura ossessiva. Faceva sempre così, quand’era nervoso. E ora lo era più che mai. Dopo che l’aveva vista piangere. Per lui. Aveva ancora addosso quella vecchia giacca di pelle consumata.  E non c’era stato verso di fargliela togliere, nonostante il caldo.
Il suo viso assunse un espressione disgustata, quando la vide indossare una catenina d’argento con una croce. Un suo regalo, sicuramente. E di pessimo gusto.
Un vampiro che regala una croce ad una cacciatrice. Sapeva tanto di deja vu.
Fortunatamente era riuscito a portarla via da Los Angeles. E, una volta a Roma era sicuro che sarebbe riuscito a farle dimenticare quella follia.
Perché solo di follia si trattava. Doveva rendersene conto. Lei aveva un dovere. E non poteva perdersi nell’illusione di quell’amore assurdo.
Maledisse Spike mentalmente. Non era stato sufficiente Angel, quando era ancora adolescente. No. Doveva esserci anche questo pazzo ossigenato che era tornato a sconvolgerle la vita. Sembrava andare tutto così bene, dopo la sua morte. Se solo Andrew non fosse stato così stupido da rivelarle la verità.

Il tramonto era trascorso da un pezzo, e la città degli angeli si preparava ad un’altra notte fatta di luci sfavillanti e voci allegre ma anche di buio e morte.
Solo Spike pareva indifferente a tutta questa frenesia. Non si era mosso dal suo appartamento per tutto il giorno. E nessuno lo aveva cercato. Los Angeles, quella notte avrebbe fatto a meno del suo eroe.
Stava ancora dormendo quando una musichetta irritante riempì la stanza buia e silenziosa. Socchiuse gli occhi, infastidito dal rumore e solo allora percepì distintamente qualcosa vibrare sul suo petto. Aggrottò le sopracciglia, confuso poi ricordò. Il cellulare. Il regalo di Buffy. Scattò a sedere e il telefono scivolò tra le lenzuola, continuando a vibrare, suonare ed illuminarsi a intermittenza. Lo prese tra le mani, rigirandolo alla ricerca del tasto di risposta. Fu nel momento in cui credeva di averlo individuato che l’aggeggio infernale smise di squillare.
Si passò le dita tra i capelli, sospirando di frustrazione. Non solo quel dannato oggetto l’aveva svegliato ma non era nemmeno riuscito a usarlo. E sicuramente Buffy non l’avrebbe richiamato e…
E il maledetto telefonino riprese l’odiata musichetta. E stavolta fu lesto a rispondere.
“Pronto?”
“Spike?”
Era lei. Era la sua voce. Era Buffy. La distinse chiaramente, in mezzo ad un frastuono di suoni e voci. Doveva trovarsi in un luogo affollato. L’aeroporto, probabilmente.
“Luv..”
“Amore, che bello sentirti. Come stai? Alla fine l’hai trovato, il mio regalo.”
“Sì..io…” la sua voce ebbe un incertezza. La cacciatrice sembrava così contenta di sentirlo. Era stupido e inutile preoccuparla.
“Sto bene, Pet. Ero fuori…sai la ronda...nemici da uccidere, donzelle in pericolo da salvare. Le solite cose.” Disse, con finta allegria, cercando di apparire convincente.
Buffy sorrise, dall’altro capo del filo.
“Non fare troppo l’eroe, ti voglio tutt’intero quando ti rivedrò.”
Fu il turno di Spike ora, di sorridere. Anche se gli occhi brillavano di lacrime.
“Farò il bravo, te lo prometto. Niente missioni pericolose.” Prese una piccola pausa, prima di aggungere… “Mi manchi, amore.”
La ragazza ebbe un tuffo al cuore, a quelle ultime parole sussurrate. Strinse il cellulare nella mano.
“Mi manchi anche tu, Spike.” La sua voce era incrinata dal pianto. Sospirò. “e non sono ancora arrivata a Roma. Credo sarà il periodo più lungo…” le sue parole vennero sovrastate dall’altoparlante che annunciava il suo volo.
“Amore…”
“William…”
“Buffy dobbiamo andare…”
Si sentì distintamente la voce dell’osservatore chiamarla. Spike si irrigidì, maledicendo mentalmente Rupert Giles e l’aereo.
“Spike devo andare…ti chiamo appena arrivo va bene?” e proseguì, concitata, senza dargli il tempo di replicare. “Ti amo.”
“Ti amo anche io, Pet.”
E la comunicazione si chiuse.
Il vampiro rimase a lungo con il telefono in mano, ad ascoltare il segnale di occupato, fissando un punto indistinto di fronte a sé. E poi lo scagliò lontano, con furia repressa e improvvisa. Il cellulare colpì la parete con violenza, finendo poi sul pavimento. Chissà se avrebbe funzionato ancora, si chiese distrattamente, fissandolo nel buio.
Poi, senza alcun preavviso si alzò dal letto e corse fuori. Si mescolò tra la folla allegra e rumorosa, nel vano tentativo di dimenticare. Forzò la mente su altri pensieri che non fossero Buffy,  Roma, o il dannato osservatore.
Doveva…fare qualcosa. Doveva fuggire. Allontanare tutta quella sofferenza. Impedire alla sua anima di…urlare.
Forse cercare qualche demone da uccidere sarebbe servito. O forse no. Aveva bisogno di scordare quel mondo che le ricordava costantemente lei.
Non voleva fare l’eroe. Non quella notte.
Passò davanti all’insegna di un night. Non si era nemmeno reso conto di aver attraversato diversi isolati, da quando aveva iniziato a camminare. Si fermò davanti all’entrata. Sentiva musica soft e vociare indistinto provenire dall’interno. L’odore di corpi sudati, mischiato ad alcool e fumo lo eccitò. Aveva trovato il modo di dimenticare.
Entrò senza esitazione. Rimase stordito e confuso di fronte a tutta quella confusione. Quando gli occhi si abituarono alle luci soffuse del locale iniziò a guardarsi intorno. I tavolini sparsi per la sala erano pieni di uomini e donne intenti a godersi la serata senza pensare al domani. Sul palco un gruppo rock suonava senza sosta, mentre alcune ragazze, bellissime e sensuali nei loro abiti di pelle ballavano al ritmo della musica.
Si avvicinò al bancone del bar, ordinando da bere. Lo sguardo si fissò su una ballerina. Il vestito nero che indossava lasciava intravedere la profonda scollatura e le lunghe gambe tornite. I capelli biondi lasciati liberi sulle spalle si muovevano con lei.
Chissà di che colore erano i suoi occhi, si ritrovò a pensare, mentre prendeva una lunga sorsata del suo whisky. Magari avrebbe potuto avvicinarla, sicuramente non avrebbe rifiutato un suo invito e magari avrebbe potuto assaggiare anche il suo sangue.
Cosa ci sarebbe stato di male, dopotutto? Non l’avrebbe uccisa, e nessuno l’avrebbe saputo. Era un vampiro, in fondo e aveva represso fin troppo a lungo la sua vera natura. Per una volta tanto in quell’ultimo anno, il demone avrebbe prevalso sulla sua anima.
Un ghigno malvagio si formò sul suo viso, mentre ordinava un altro whisky e la musica andava scemando. La ragazza scese dal palco. Si avvicinò a lei con passo felpato. La raggiunse da dietro e la afferrò per la vita, facendola trasalire.
L’alcool che aveva bevuto iniziava ad offuscargli i sensi. E il suo profumo lo eccitava.
“Vuoi passare la notte con me?” le sussurrò all’orecchio. Non attese risposta e la trascinò fuori. Incredibilmente lei non oppose resistenza.
Evidentemente era abituata a proposte del genere. Probabilmente era una prostituta, o qualcosa del genere.
La portò in un vicolo buio e la spinse contro il muro. Ancora una volta lei non si ribellò. Anzi pareva persino divertita.
Senza pensare a quello che stava facendo iniziò a baciarla con violenza, per poi scendere a leccarle il collo.
E solo allora lei parlò.
“100$  a scopata, amico.”
Spike la allontanò inorridito. La ragazza rise, divertita e lievemente infastidita.
“Non fare quella faccia. Non era quello che volevi?”
Lui non rispose, spaventato da quello che stava per fare. Sconvolto dalle parole di lei. Provava orrore per sé stesso e per la donna che gli stava davanti.
La sua anima ricominciò ad urlare, scacciando il demone che per pochi, terribili attimi si era impadronito di lui.
Fuggì da quel vicolo, con ancora nelle orecchie la sua risata, e negli occhi il ribrezzo di quei momenti.
Vagò, stordito e confuso, per le vie della città, incurante degli sguardi curiosi che i passanti che incrociava gli lanciavano.
Raggiunse la spiaggia e cadde riverso sulla sabbia, lasciando che le onde lambissero il suo corpo e lavassero via il ricordo di quegli istanti.
Lacrime amare si mescolarono all’acqua salata che bagnava il suo viso. Lacrime di odio e frustrazione. Rimase su quella riva a lungo, immobile a guardare il mare, incapace di chiudere gli occhi e riposare.

“Can we rest…Buffy…can we rest?”

Capitolo 11

Angel lanciò un occhiata all’orologio appeso alla parete di fronte e sbuffò, esasperato. Era in ritardo di quasi un ora e quel dannato vampiro non era ancora arrivato.
Era consapevole che quella appena passata non era stata esattamente una giornata piacevole per lui, con la partenza di Buffy e il resto. Aveva rispettato il suo dolore e l’aveva lasciato in pace.
Ma gli aveva chiesto di essere puntuale, oggi. Aveva un aereo da prendere, maledizione. E non aveva il tempo di aspettare i suoi comodi.
Tamburellò con le dita sul tavolo, innervosito e poi alzò lo sguardo sugli altri. Fred stava annotando qualcosa sul suo block notes, Wesley e Gunn chiacchieravano a bassa voce e Lorne guardava fuori dalla finestra, pensieroso.
Sapeva che la maggior parte di loro, tranne forse la giovane scienziata, non approvavano l’entrata ufficiale di Spike nella squadra.
C’era chi, come l’ex osservatore che lo considerava inaffidabile mentre gli altri gli erano per lo più indifferenti. Solo Fred sembrava dimostrargli genuina simpatia.
Nemmeno lui, del resto, all’inizio avrebbe scommesso un dollaro su William. Era convinto che ogni sua azione fosse dettata da un secondo fine. E quel secondo fine, almeno fino alla distruzione di Sunnydale, era stata Buffy. Poi, una volta a Los Angeles, sembrava quasi aver deciso di mettersi in competizione con lui, cercando di portargli via onori e gloria.
Ma si era dovuto ricredere, alla fine, soprattutto dopo lo scontro con Dana. E il ritorno della cacciatrice.
E ora che doveva partire aveva deciso di affidargli la guida della squadra, almeno temporaneamente, finchè lui non fosse tornato dalla missione. Sapeva che avrebbe scatenato una mezza rivoluzione ma non gli importava. Spike aveva bisogno di qualcuno che avesse fiducia in lui, e soprattutto aveva bisogno di non pensare a Buffy.
“Angel, cosa stiamo aspettando?
La voce di Gunn lo distrasse infine dai suoi pensieri. Gli lanciò un occhiata per poi guardare di nuovo l’ora. Spike stava davvero esagerando.
Senza rispondere chiamò Harmony con l’interfono.
“Harm, Spike è arrivato?”
“No Boss, non si è ancora visto. Lo devo chiamare?”
“No.” Rispose il bruno. “Ci penso io…”
Prese il telefono e compose prima il numero del cellulare che Buffy…o meglio del cellulare che lui le aveva procurato e che lei aveva regalato al vampiro biondo ma era staccato.
Aggrottò le sopracciglia, confuso. Era strano che fosse spento. Forse non l’aveva ancora trovato? O forse non era capace di usarlo? Ridacchiò fra sé, al pensiero. Almeno non sarebbe stato l’unico a non sapere usare quei dannati aggeggi.
Infine lo chiamò al suo appartamento. Squillò diverse volte prima che una voce che assomigliava più ad un grugnito si degnasse di rispondere.

Spike era rientrato poco prima dell’alba, in tempo per non finire arrostito dai raggi solari. L’acqua del mare gli aveva fatto passare la sbronza e gli aveva restituito quel poco di lucidità necessaria a raggiungere il suo appartamento. Ma non gli aveva lavato via la sofferenza, come aveva inutilmente sperato. Era sempre lì, presente nel suo cuore morto e nella sua anima urlante. E vedere quelle stanze, e il letto ancora sfatto dov’era stato felice con lei non contribuiva certo ad alleviargli il dolore.
Con un ringhio di frustrazione si era avventato sul whisky che teneva di scorta in un armadietto e se l’era scolato tutto in poche sorsate. E la stessa fine avevano fatto gli altri liquori che si trovavano nel piccolo frigorifero.
Alla fine era crollato sul letto, ancora vestito, cadendo in un sonno pesante e privo di sogni.
Era stato svegliato qualche ora dopo dal trillo del telefono e aveva maledetto il dannato aggeggio e chi aveva avuto la grandiosa idea di inventarlo.
“Spike!” urlò una voce fin troppo familiare dall’altro capo del filo.
Ecco, non bastava il mal di testa martellante, ci mancava solo Angel a rovinargli la giornata.
“Che diavolo vuoi, Peaches?”
“Lo sai che ore sono?”
“L’ora in cui i bravi vampiri dormono nelle loro bare.” ironizzò, massaggiandosi le tempie con le dita, e sperando che lui lo lasciasse in pace, alla fine.
Se non l’avesse fatto gli avrebbe sbattuto il telefono in facciae l’avrebbe lanciato fuori dalla finestra.
“No è l’ora in cui i vampiri alle mie dipendenze muovono il culo e vengono a lavorare!”
“Perché non mi lasci in pace, Liam?”
Il bruno esitò, prima di rispondere. Spike sembrava stare male davvero, ora. Era raro, che lo chiamasse con il suo vero nome.
Ma non aveva tempo da perdere. Non quando aveva un aereo da prendere.
“Spike…” mormorò, addolcendo un po’ il tono. “Ho bisogno di te qui, ora. Lo sai, che devo partire.”
Il biondo si tirò su a sedere, stringendo la cornetta. Aveva completamente dimenticato il viaggio di Angel. Sospirò rassegnato.
“Dammi mezzora e sono da te.”
“Ti do dieci minuti.”
“Venti.”
“Quindici, non un minuto di più.
“Affare fatto, capo.”

“Perché io?” la voce cupa e fredda di Spike si diffuse nella stanza silenziosa.
Era arrivato alla Wolfram&Hart quindici minuti e trenta secondi dopo la telefonata. Una doccia calda aveva sciolto la tensione e gli aveva riscaldato il corpo troppo freddo. Vestiti puliti e una busta di sangue gli avevano dato un aspetto presentabile, quel tanto che bastava per affrontare quelle riunione improvvisata.
Era entrato nell’ufficio di Angel e si era lasciato cadere nella sua poltrona preferita senza degnare di uno sguardo nessuno. Loro non lo salutavano? Ebbene lui non avrebbe salutato loro.
Un mormorio di disapprovazione aveva accompagnato il suo ingresso, ma non gli importava. Sapeva di non godere della simpatia di Gunn e Wesley. Ma anche questo non gli importava. Se n’era sempre fregato del giudizio degli altri nei suoi confronti.
Aveva la simpatia di Fred e l’approvazione di Angel e tanto gli bastava. E in quel momento non desiderava altro che stare solo.
Aveva ascoltato il discorso di Liam in silenzio. E aveva finto indifferenza quando aveva sentito pronunciare il suo nome. Solo gli occhi avevano tradito la tempesta che aveva iniziato ad agitarsi dentro di lui quando aveva capito il perché della sua presenza lì.
Quello che non comprendeva era …perché proprio lui?
Aveva atteso, immobile e paziente, che tutti sfogassero la propria rabbia e indignazione a quella notizia. Aveva ignorato le occhiate ostili che gli venivano lanciate e non si era mosso dalla sua poltrona finchè tutta la squadra non aveva lasciato la stanza.
Solo allora si era alzato, lentamente, e si era avvicinato alla sua scrivania, poggiando entrambe le mani sul piano di legno.
L’aveva fissato a lungo in silenzio, con il suo sguardo di ghiaccio. E alla fine aveva parlato.
Angel lo non rispose subito. Lo conosceva abbastanza da sapere che avrebbe reagito. Ma si aspettava più urla e rabbia che quella calma gelida.
Aveva notato qualcosa di diverso in lui, nel momento stesso in cui era entrato. Era lo stesso del giorno prima, eppure differente. Pareva che ogni cosa lo sfiorasse senza lasciare segno, indifferente a tutto. Sembrava… apatico.
Anche quella mattina al telefono. La sua voce gli era parsa strana. Si domandò che avesse fatto quella notte.
“Allora?” le dita del biondo picchiettarono impazienti il legno scuro.
Angel sollevò lo sguardo, squadrandolo da capo a piedi. C’era qualcosa in lui, qualcosa che stonava. E finalmente capì che cos’era. Il suo spolverino. Non l’indossava. Al suo posto, un anonimo giubbino di jeans scuro. Era raro, vederlo senza. Anzi, per quel che ricordava non l’aveva mai visto senza.
“Che fine ha fatto la tua giacca?”
Spike inarcò un sopracciglio, sorpreso da quella domanda. Così se n’era accorto. Doveva ammettere che era un osservatore più attento di quel che immaginava.
“Non hai risposto alla mia domanda.”
“Neanche tu.”
Spike sospirò. Sapeva che avrebbe insistito finchè non gli avesse risposto, a costo di perdere l’aereo. A volte Angel riusciva ad essere più testardo di lui.
Lo fissò cupamente, prima di abbassare gli occhi.
“L’ho dato a Buffy.” Mormorò, vergognandosene anche un po’. Probabilmente avrebbe riso anche di lui ora. Sciocco vampiro sentimentale.
Si staccò dalla scrivania, allontanandosi di qualche passo. Frugò nelle tasche, cercando le sue sigarette
“Dannazione…” imprecò, non trovandole.
“Spike…” ora si era alzato anche Angel. Doveva ammettere di essere rimasto colpito, da quella rivelazione. Dunque la amava più di quanto immaginasse.
“Maledizione Liam vuoi spiegarmi perché io?” lo sentì ringhiare rabbioso.
“Lo sai perché…” rispose, quieto, radunando i documenti che gli sarebbero serviti per il viaggio. Si stava facendo anche troppo tardi.
“Angel…”
Il bruno non gli badò. Raccolse la ventiquattrore e il borsone da viaggio e si apprestò all’uscita.
“Sai quello che devi fare, Spike…”
Non gli lasciò il tempo di terminare la frase. Con rabbia lo spinse contro il muro, strigendogli la gola in una morsa d’acciaio. Il polso gli fece male, ma l’ignorò.
“Perché io?” ripetè, scandendo per bene le parole. Rilasciò un poco la presa.
“Perché sei la persona più adatta a sostituirmi mentre sono via, William.”
Lo lasciò del tutto, arretrando di un passo. La collera non era ancora passata.
“Sai bene che non è così. Wesley sarebbe ben lieto di sostituirti. Lui è la persona adatta. Non io. Maledizione.”
“Hai sempre detto di voler prendere il mio posto.”
Spike rise, amaro.
“Ho passato quella fase, Liam. Non sono un leader. Non lo sono mai stato. Non so comandare e non so guidare un gruppo.”
“Tu sottovaluti le tue capacità, Spike.” Disse Angel, massaggiandosi il collo. Raccolse il borsone e la valigetta. “In ogni caso, mai come in questo momento hai bisogno di distrarti. Di non pensare a lei. Quindi per favore, smetti di lamentarti e dammi retta.”
“Angel…”
“Ora scusa, ma ho un aereo da prendere.” E lo lasciò solo, in mezzo alla stanza.
Spike sospirò, esasperato. Si guardò intorno. La stanza era arredata secondo il gusto del vampiro bruno. Sarebbero stati i cinque giorni più lunghi della sua vita. La sua attenzione fu attirata dai raggi del sole che, pur schermati dai vetri speciali della Wolfram&Hart, penetravano all’interno dell’ufficio. Avrebbe dato qualsiasi cosa pur di sentire quel calore sulla sua pelle.
Come la sera prima fu travolto dalla consapevolezza che, anima o meno, lui era e sarebbe rimasto un mostro. Un mostro che amava un umana. Dove aveva già sentito quella storia?
Si sedette sulla poltrona e chiuse gli occhi. Perché il dolore non se ne andava?

Capitolo 12

“L’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile, si prega di riprovare…”
Buffy chiuse la comunicazione sbuffando e lanciò il cellulare sul letto. Sospirò, esasperata. Erano cinque giorni che sentiva sempre la stessa voce metallica ripeterle sempre la stessa cosa.
Per qualche assurda ragione, a qualunque ora chiamasse, il telefono di Spike risultava sempre non raggiungibile, come se fosse rotto, o spento.
Scosse il capo, sconsolata. La faccenda non era chiara. Non era da lui questo silenzio. O meglio. Poteva anche essere. Era la prima volta che le capitava. Lui non era mai stato così lontano, volontariamente.
O forse lo era stato, ma per altre e sicuramente più importanti, ragioni. Si stese tra le lenzuola, chiudendo gli occhi.
La prima volta era stata quando era partito per l’Africa. Ma allora lei non lo sapeva. Era stato quando era successo…quello.
Rabbrividì. Nonostante l’avesse perdonato ormai da tempo non riusciva ancora a non pensare a quella notte senza tremare. Era stata una cosa talmente assurda e stupida, da entrambe le parti. Chissà se anche lui ci pensava, ogni tanto. Chissà se si sentiva ancora in colpa. Probabile. Data l’anima. Doveva ricordarsi di parlarne, appena fossero stati di nuovo insieme. Dovevano parlare di così tante cose.
La seconda volta era stata quando…era morto. O almeno così credeva. E quello era stato il periodo più lungo. E doloroso. Sicuramente lo era stato anche per lui. Doveva ricordarsi di chiedergli anche perché gli aveva tenuto nascosto il suo ritorno. Non aveva fatto in tempo a domandarlo, nei pochi giorni in cui erano stati insieme.
Il rientro a Roma era stato un trauma. Certo era stata felice di rivedere sua sorella, e Willow, da poco rientrata da Londra, dove si era temporaneamente trasferita.
Ma dopo le due settimane di paradiso che aveva vissuto con Spike, tornare alla dura realtà di cacciatrice, con tutte le responsabilità e i doveri allora sì era stato decisamente un trauma.
Con Giles non aveva ancora parlato. Lei non gli rivolgeva la parola. E lui non la rivolgeva a lei, se non per lo stretto necessario dovuto al lavoro. Lavoro. Se allenare le nuove cacciatrici poteva definirsi tale.
Era stata anche a trovare Dana. Beh, trovare. Voleva semplicemente vedere con i propri occhi la responsabile del dolore di Spike. Oltre lei stessa naturalmente.
Non aveva avuto il coraggio di avvicinarsi. Sembrava indemoniata. Ora capiva veramente a fondo il significato di pazzia. Credeva sarebbe stata infuriata con lei, per ciò che aveva fatto al suo uomo. Invece aveva provato solo una profonda pena, nei suoi confronti.
Il suo uomo. Non si era resa conto di aver pensato a lui in questi termini. Si girò sul fianco, sempre ad occhi chiusi, e si abbracciò al cuscino.
Chissà che stava facendo in questo momento. Contò mentalmente le ore di differenza. Dovevano essere all’incirca nove. O giù di lì. Quindi doveva essere notte a Los Angeles.
Riaprì gli occhi e si mise a sedere. Riacciuffò il cellulare e compose il suo numero. Forse ora l’avrebbe trovato acceso. E avrebbe sentito la sua voce.
Attese impaziente di sentirlo squillare. Ma il solito odioso messaggio registrato vanificò le sue speranze. Lo gettò con rabbia.Il telefono cadde a terra con un piccolo tonfo, attutito dalla moquette che ricopriva il pavimento.
Fu in quel momento che la porta si aprì lentamente e apparve Dawn. Si accucciò, raccogliendo il cellulare, e guardò Buffy.
“Non sopravviverà a lungo se lo sbatti in questo modo…” disse, con voce velata di ironia.
La cacciatrice scrollò le spalle. Il silenzio prolungato di Spike iniziava a darle sui nervi. Ma era anche preoccupata. E se gli fosse capitato qualcosa? Scacciò quel pensiero dalla sua testa. Non poteva essergli capitato nulla di grave. Non a lui. Non di nuovo.
“Buffy?”
La voce di Dawn la riscosse da quelle cupe riflessioni. Alzò la testa, incrociando lo sguardo celeste della sorella. Si era seduta a fianco a lei, sul letto, e la guardava, in attesa.
Scosse il capo, osservando il cellulare. Lo prese dalle sue mani e lo appoggiò sul comodino. Funzionava ancora, dopotutto. Era indistruttibile, come lei.
“Allora?”
“E’ complicato…” era sempre complicato quando si trattava di lui.
Ma la ragazzina non si diede per vinta. Non questa volta. Da quando era tornata dall’America sembrava cambiata. Era sempre nervosa, irritabile, non rivolgeva la parola al suo osservatore e teneva sempre tra le mani quel maledetto cellulare, come se da quello dipendesse la sua vita. Non le aveva detto cos’era andata a fare a Los Angeles e non sapeva cos’avesse fatto in quei quindici giorni. La scusa ufficiale era la cacciatrice pazza. Ma era sicura che ci fosse dell’altro. Ed era convinta che quell’altro si chiamasse Spike. Sapeva da Willow che era tornato. Non aveva capito bene in che modo e quando. Ma era assolutamente certa che fosse stato quello il motivo che aveva spinto Buffy a correre nella città degli angeli. Aveva atteso pazientemente che fosse lei ad affrontare l’argomento. Ma ora ne aveva abbastanza.
“C’entra Spike?” disse, di punto in bianco, facendola sobbalzare.
“Come fai a…?”
La piccola Summers sorrise, sorniona. Aveva centrato in pieno.
“Me l’ha detto Willow. E lei l’ha saputo da Fred. Sai che sono amiche no? Ma non so i dettagli… e tu l’hai visto, vero?”
Buffy annuì. Forse era giunto il momento di parlarne alla sorella. Doveva farlo, per sé stessa…ma soprattutto per lui. Voleva che la loro relazione partisse con il piede giusto, senza segreti, alla luce del sole. E aveva rimandato quel momento fin troppo.
“Sì, sono stata da lui.” Sospirò mentre Dawn si faceva attenta. “Siamo sempre stati insieme, in queste due settimane…” sorrise, al ricordo. “Finchè Giles non è venuto a prendermi. Puoi intuirne le ragioni.” Si interruppe, scrutando la reazione della sua interlocutrice.
“Come l’hai saputo?”
“Oh se fosse stato per lui ne sarei ancora all’oscuro, probabilmente.” Borbottò, più a sé stessa che altro. “E’ stato Andrew. Ricordi quando, tre settimane fa stato chiamato improvvisamente a Los Angeles?”
Dawn fece un cenno d’assenso con il capo.
“Ebbene, io mi insospettii. Non era chiara la cosa. E poi avevo avuto una visione. Sai le visioni da cacciatrici? Avevo sognato lui. E sono corsa a Los Angeles. Ho incrociato Andrew all’aeroporto e ha vuotato il sacco, come al solito.”
Entrambe risero. Andrew abitava con loro da molti mesi ormai. Beh, non proprio insieme. Ma avevano imparato a conoscerlo piuttosto bene.
“Com’è stato rivederlo?”
La cacciatrice sospirò di nuovo, portando inconsapevolmente una mano sul ciondolo a forma di croce. Il suo regalo. Da quando gli e l’aveva dato non l’aveva più tolto. Era come sentirlo più vicino.
“E’ stato come ritrovare il pezzo mancante. Quello che mi ha fatto tornare a vivere.” Una lacrima scivolò piano lungo la sua guancia. “Non l’ho mai detto a nessuno ma… mi mancava da morire. E mi sentivo tremendamente in colpa.” Chiuse gli occhi. “Lui era morto e io cosa avevo fatto? Ero scappata. Lasciandolo lì.” La voce s’incrinò. Non aveva previsto di piangere.
Le braccia rassicuranti della sorella le circondarono le spalle, in un caldo abbraccio.
“L’avevo capito sai? Anche se non dicevi nulla e fingevi che tutto andava bene.” La cullò per qualche istante, finchè non smise di piangere.
“Lo ami?” le domandò poi, a bruciapelo.
Buffy riaprì gli occhi, guardandola incerta. Non aveva previsto nemmeno questa domanda.  Poi annuì.
“Sì, lo amo.”
“E lui lo sa? Gli e l’hai detto?”
L’ombra di un sorriso apparve sulle sue labbra. Scosse il capo. Non sarebbe mai cambiata.
“Allora?”
“Sì, lo sa.”
“Ed è per questo che te ne sei andata?” la incalzò la ragazza. Sembrava non avere più freni.
“Oh Dawn, ora basta!” esclamò la cacciatrice, esasperata.
Rimasero per un po’ in silenzio. Buffy giocherellava inquieta con il telefono. Moriva dalla voglia di tentare di nuovo di chiamarlo. Ma come poteva, con Dawn lì. Del resto, dopo quello che le aveva detto, non poteva nemmeno pretendere che se ne andasse.
“E’ lui, che stai provando a chiamare da giorni?”
La domanda la sorprese, ma non più di tanto. Annuì.
“E’ sempre spento…” mormorò poi. “Ho paura che gli sia capitato qualcosa.”
La ragazzina rimase in silenzio per qualche minuto, pensierosa.
“Hai provato a chiamare Angel?”

Non sempre la notte era chiassoso divertimento, a Los Angeles. A volte era anche solitudine, stanchezza e disperazione. A volte addirittura morte.
Lo sapeva bene Angel, che della notte aveva fatto il suo dominio. Da sempre era stato il suo regno. Prima era la caccia. Poi la lotta contro il male. E ora? Non ne era più sicuro. Essere a capo della Wofram&Hart significava essere divorati dal nemico.

“Il problema è che tu sei troppo impegnato a combattere per renderti conto che tu e i tuoi amici state per essere digeriti”

Era stato proprio Spike a dirglielo, poco più di un mese prima, quando era ancora un ectoplasma che gli dava il tormento. Come se non fosse tormentato a sufficienza. E aveva maledettamente ragione. Se ne rendeva conto soltanto adesso, mentre guidava per le strade buie della città verso quella che ormai considerava la sua casa. Era un attico situato in un palazzo accanto alla sede di avvocati del diavolo di cui era diventato capo. Nulla a che vedere con  il vecchio scantinato in cui aveva vissuto fino a qualche mese prima, vicino all’Hyperion. Gli era stato dato dalla Wolfram&Hart, ovviamente. Tutto quello che possedeva apparteneva a loro, in realtà. Anche la viper che guidava in quel momento. E che Spike gli aveva tanto invidiato.
Era la seconda volta che pensava a quello scapestrato di vampiro, nel giro di pochi minuti. Chissà come se l’era cavata, in quei giorni.
Non l’aveva potuto sentire, per ovvie ragioni. Non aveva avuto contatti con nessuno, in realtà. E la missione si era rivelata un fallimento. Non aveva portato a capo a nulla. Come se qualcuno avesse voluto meticolosamente nascondere quello che avrebbe potuto scoprire con quel viaggio a San Francisco. O come se con quella pista fasulla avessero voluto sviarlo da quello che stava accadendo, da qualche parte nel mondo. Perché ne era sicuro, qualcuno, o qualcosa, si stava preparando per una nuova apocalisse. Era qualcosa che sentiva dentro. Ed era sicuro di non sbagliare. Un po’ come le visioni di Cordelia, e i sogni premonitori di Buffy. L’attività demoniaca aveva subito un brusco aumento, in quelle ultime settimane. E misteriose morti si erano verificate proprio a San Francisco. Morti che avevano a che vedere con il soprannaturale. E lui era andato a fare un sopralluogo. Ma pareva che nessuno sapesse niente. O meglio, nessuno aveva voluto dire niente. La polizia locale si era trincerata dietro il silenzio, tracce e corpi erano stati fatti sparire. Come se nulla fosse accaduto.

Sbuffò, passandosi la lingua sulle labbra. Era dura a volte, la vita di un vampiro. Non era nemmeno riuscito a nutrirsi a dovere, in quei giorni. Qualche volta rimpiangeva i vecchi tempi, quando era Angelus, quando non si faceva scrupoli ad uccidere un umano. E berne il suo sangue. E torturarlo anche.
Era ben consapevole che era la sua anima a fermarlo. Quell’anima che lo accompagnava da quasi un secolo, che condizionava le sue scelte, che gli aveva indicato la via da seguire. E lo aveva iniziato a quella vita, fatta di oscurità e tormento. Era una vita che non aveva scelto, ma a cui aveva fatto l’abitudine ormai. Com’era abituato al dolore, agli incubi, che ancora, dopo cent’anni, non gli davano tregua. Ma era il prezzo da pagare, il prezzo della sua maledizione.

Spike era diverso. Lui aveva scelto di riavere la sua anima. Quant’era passato? Un anno? E non sembrava poi così tormentato. Era molto cambiato, quello sì. Lo capiva dai suoi gesti, dal modo di fare, da tutto. Anche se si nascondeva sempre dietro la solita strafottenza. Sorrise. Per la terza volta, quella sera, aveva pensato a lui. Sembrava quasi una calamita. Forse era la stanchezza. O forse solo la curiosità e l’ansia di sapere che tutto era andato bene mentre lui era via. Sì, doveva essere così. Eppure da quando era entrato a Los Angeles una strana inquietudine l’aveva invaso. Come se ci fosse qualcosa che stonava. Come se ci fosse qualcosa, qualcosa di cui non comprendeva l’origine, che non andava.
Allungò una mano verso il sedile del passeggero, cercando il cellulare, senza distogliere lo sguardo dalla strada. Nel momento in cui lo afferrò questo iniziò a suonare, illuminandosi di una tenue luce azzurrata.

“Dev’essere Spike…” disse, premendo il tasto verde che apriva la comunicazione.

“Angel!!” la voce agitata di Buffy gli giunse all’orecchio, sorprendendolo. Il senso d’inquietudine aumentò.
“Buff…” mormorò, camuffando l’agitazione dietro un apparente tranquillità. Strinse l’apparecchio nella mano.
“E’ un brutto momento?” domandò cauta la cacciatrice. Alla fine aveva seguito il consiglio di Dawn, e l’aveva chiamato.
“No…” il vampiro si schiarì la voce. “Sto rientrando ora dal mio viaggio, sono solo stanco.” Sospirò. “E’ successo qualcosa?” aggiunse, aggrottando le sopracciglia. Buffy non lo chiamava mai, senza un motivo ben preciso.
“No…è tutto a posto.” La sentì esitare. “Senti, hai sentito Spike, per caso?”
I suoi sensi si allertarono, a quella domanda. Strinse con forza il volante. L’agitazione si fece strada in lui.
“Perché me lo chiedi?” domandò, restando sul vago. Non era il caso di allarmarla senza motivo. Non ancora.
“Sono cinque giorni che provo a chiamarlo, ma il cellulare è sempre spento.” La udì sospirare. “Non è da lui e…”
“Non ti preoccupare Buff…” la interruppe Angel, con tono sbrigativo. “Lui è con me.” Mentì, per rassicurarla. Ormai era evidente che l’ansia che sentiva era dovuta a Spike. Ma era inutile coinvolgere Buffy. Era una cosa che avrebbe risolto da solo.
“Con te?” la cacciatrice sembrava dubbiosa.
“Sì. Lui non te l’ha detto? Ho preferito che mi accompagnasse. Ci siamo divisi poi, per non destare troppi sospetti. E siamo tornati separatamente.” Sì, la scusa poteva reggere, per ora. “Doveva chiamarmi proprio ora. Lo prenderò a calci da parte tua, per non avertelo detto.”
Sospirò, mentre la sentiva rilassarsi, e la sua voce farsi più tranquilla.
“Gli dirò di chiamarti, va bene?” e con questo chiuse la comunicazione.
Ringhiò sommessamente, mentre svoltava in direzione della Wolfram&Hart. Che fine aveva fatto ora quel dannato vampiro? La fame iniziava a farsi acuta. Provò a chiamarlo ma, ovviamente, il telefono era spento. Finalmente vide in lontananza la sagoma del palazzo.

Raggiunse il suo ufficio proprio nel momento in cui Harmony stava raccogliendo le sue cose per andarsene. Non vide traccia di Spike né degli altri componenti della squadra.
“Harm, voglio tutti nel mio ufficio. Riunione straordinaria.” Disse, autoritario, cerando di nascondere l’agitazione.
La vampira lo guardò sorpresa e lievemente infastidita.
“Ma è tardi, stavo andando via…”
“Voglio tutti nel mio ufficio, ora.” Ripetè lui, nervoso, senza guardarla. Sparì dietro la porta del suo ufficio. “E portami anche del sangue fresco.”
Dieci minuti dopo, quattro paia di occhi fissavano ansiosi il loro capo. Angel era seduto dietro la sua scrivania, apparentemente tranquillo. Le braccia incrociate al petto, guardava, uno per uno, i membri della gang. Spike ovviamente non c’era.
“Allora…” disse, spezzando quel silenzio che si era fatto opprimente. “Come sono andate le cose qui?”
Fu Wesley a rispondere, facendo un passo in avanti, verso di lui.
“Nulla da segnalare.” Affermò, con tono pacato. Fissò Angel. “La missione com’è andata?”
Nessuno sembrava aver notato l’assenza del vampiro biondo.
“Non ha portato a niente. Probabilmente era solo un tranello, per sviare le indagini.” Fece una pausa. “Dov’è Spike?”
La domanda li colse alla sprovvista, ma non più di tanto. Tutti si guardarono, nervosi. Rimasero a lungo in silenzio. Fu Fred, alla fine, a prendere la parola.
“Lo sapevo che dovevamo avvertirlo!” esclamò con tono di rimprovero.
“Avvertirmi di cosa?” chiese il vampiro bruno.
“E’ da quando sei partito che Spike non si fa vedere in ufficio…” era sempre la giovane scienziata, a parlare. Gli altri, sembravano aver perso la voce.
“E perché non l’avete cercato?”
“L’abbiamo fatto.” Si difese Gunn. “L’abbiamo cercato nel suo appartamento, ma non c’era.”
“E nessuno si è chiesto che fine avesse fatto?” Angel iniziava ad essere furioso.
“Pensavamo fosse andato in Europa, a cercare Buffy…”
“Magari è davvero andato là…” mormorò Fred, speranzosa.
“Mi ha chiamato dieci minuti fa, preoccupata per il suo silenzio.”
Il vampiro si alzò in piedi, il suo sguardo bruno era percorso da lampi dorati. Poggiò le mani sul tavolo, cercando di restare calmo.
“Mi avete deluso, ragazzi.” Li fissò di nuovo. “Credevo fossimo una squadra. E Spike è parte di essa. Rifletteteci.” Sospirò. “Ora potete andare.”
Nessuno si mosse.
“Vogliamo aiutarti.”
Angel scosse la testa. “Me ne occupo io…ora andate.”

Capitolo 13

“Dove diavolo sei, maledizione?”
Angel sbuffò, esasperato. Era stanco, e di nuovo affamato. Il poco sangue che Harmony gli aveva dato non era stato sufficiente a placare la sua sete. Ed era quasi l’alba ormai.
Aveva trascorso tutta la notte alla ricerca di Spike. Ma non era ancora riuscito a trovarlo. Chissà dove si era nascosto, quel dannato vampiro.
Anche quando non c’era aveva il potere di irritarlo profondamente. E di preoccuparlo, ovviamente. Quella era la cosa che lo turbava di più. Quando esattamente aveva iniziato a preoccuparsi per Spike? Non ne era certo. Probabilmente quand’era riapparso urlante nel suo ufficio, qualche mese prima. O quando aveva saputo dell’anima. O, ancora, quando aveva visto il dolore, nei suoi occhi. Un dolore così simile al suo. Un dolore in cui si rispecchiava.
Un sospetto si era insinuato in lui, quando aveva scoperto la sua sparizione. L’aveva visto così turbato, prima di partire. Dannato viaggio. E dannata missione. Ora quel sospetto stava diventando una certezza. Una drammatica, reale certezza. E temeva di arrivare troppo tardi, perché sapeva. Aveva capito le sue intenzioni. Sapeva cosa voleva fare.
Ciò che lui stesso aveva desiderato fare, anni prima. Maledetta natura. E maledetta anima.
Chiuse gli occhi, cercando di individuare il suo odore. Se avesse avuto una traccia almeno. O una vaga idea di dove potesse essersi cacciato. L’aveva cercato nel suo appartamento, ma, giustamente, non c’era. Sembrava vuoto da giorni. Aveva vagato per le stanze buie, aveva visto il letto ancora sfatto, le bottiglie vuote, tracce di whisky e di sangue ormai rappreso. In un angolo della camera da letto aveva trovato il cellulare, distrutto, ma non irrecuperabile. Non aveva lasciato Los Angeles, di quello era abbastanza sicuro. I suoi pochi vestiti erano sparsi per la casa, anche se, probabilmente, non sarebbero dovuti servire, se quelle erano realmente le sue intenzioni.
Così aveva iniziato a vagare per la città, cercando di seguire la sua scia. Ma era abile Spike, quando voleva, a far perdere le sue tracce. Lui era sempre stato un buon segugio, ma la stanchezza del viaggio e la sete non contribuivano ad aiutarlo.

“Rifletti, Angel, rifletti. Dove andresti tu se…” bloccò la frase a metà, colpito da un improvvisa intuizione. Ma certo. William era sempre stato un dannato romantico, anche da vampiro. Non poteva essere che là. Quale posto migliore per scegliere di…morire?
Alzò gli occhi al cielo, aggrottando le sopracciglia. Doveva fare presto. L’orizzonte iniziava già a rischiararsi. Tra poco sarebbe sorto il sole, e allora sarebbe stato troppo tardi.
Abbassò le palpebre, aspirando a fondo l’aria crepuscolare. E finalmente sentì il suo odore. Aveva abbassato le difese, probabilmente, certo che ormai nessuno fosse in grado di trovarlo. O forse desiderava di essere trovato.
Riaprì gli occhi e corse verso la spiaggia di Santa Monica, augurandosi di raggiungerlo in tempo.

Lo trovò là, disteso sulla sabbia umida, le braccia aperte, il viso rivolto verso il cielo, in attesa del crepuscolo. Era pallido, smagrito da giorni di astinenza, con occhiaie profonde e violacee sotto gli occhi, i capelli scomposti e ribelli. Indossava ancora gli stessi abiti che aveva prima della sua partenza. Sembrava non dormisse da giorni. Non si era ancora accorto della sua presenza.
Angel si fermò a pochi passi da lui, incerto sul da farsi. Non sapeva se prenderlo a calci e costringerlo, anche con la forza, se necessario, lontano da quel luogo di morte o provare a parlargli con gentilezza.

“Così, sei arrivato, alla fine.” La sua voce bassa e roca lo sorprese, distogliendolo dalle sue riflessioni, e infondendogli un po’ di coraggio. Forse non tutto era perduto.
“Sono venuto a riprenderti.” Mormorò, avvicinandosi lentamente.
“Vattene, Liam.”
Lo vide rotolare sul fianco, e mettersi a sedere, lentamente e faticosamente. Il suo corpo stanco vacillò un poco, mentre si voltava a guardarlo.
“A meno che non vuoi vedere l’alba insieme a me.” La sua voce tremò, mentre sul suo volto si allargava un sorriso triste. “E’ più di un secolo che non la vedo.”
Angel si rese conto che stava delirando. Doveva agire in fretta. Allungò una mano, invitandolo ad alzarsi.
“William…vieni via.”
“Non ti avvicinare Angel!” lo minacciò Spike, arrancando all’indietro sulla sabbia. Si tirò in piedi, fissandolo con odio. Perché non lo lasciava in pace? Perché non comprendeva la sua scelta. Eppure avrebbe dovuto sapere cosa stava passando.
“Non ti lascerò fare questo.”
“Perché?”
“Perché non posso perdere mio figlio.”
Spike rimase pietrificato, a quelle parole. Chiuse gli occhi, scuotendo il capo con forza. No. No. No.
“Taci.”
Si sentì afferrare un braccio. Riaprì gli occhi, emettendo un basso ringhio. Si divincolò dalla sua presa, facendo un passo indietro. Il sole, dietro di loro, stava sorgendo. Si voltò a guardarlo.
“Lo vedi. È troppo tardi ormai…” non riuscì a finire la frase che tutto divenne nero attorno a sé.

Era quello l’inferno? Avvertiva un dolore pulsante alla testa. E debolezza in tutto il corpo. Non riusciva a muoversi. E si sentiva così stanco. Era tutto nero. Sì. Doveva essere l’inferno.
Poi un aroma inconfondibile attraversò il velo d’incoscienza che lo circondava, riportandolo lentamente in superficie. Si rese conto di trovarsi disteso su qualcosa di morbido. Ma ancora non riusciva a muovere un muscolo. E la testa gli doleva terribilmente. Doveva essere il chip. Spalancò gli occhi, mettendosi a sedere di scatto. Soffocò un grido, prendendosi il capo tra le mani. Lui il chip non l’aveva più da un pezzo.

“Finalmente ti sei svegliato.” Disse una voce familiare, da qualche parte intorno a sé.
Si lasciò cadere sfinito tra le lenzuola, massaggiandosi le tempie con le dita.
“Sono all’inferno?” chiese, ironico. Socchiuse appena gli occhi. Contrariamente a quanto aveva creduto in un primo momento la stanza era avvolta dalla penombra. Pesanti tende ricoprivano la grande vetrata posta a lato del letto. Angel era seduto accanto a lui. Sul comodino una tazza di sangue fresco. Ecco cos’era l’odore che aveva sentito. Quel liquido vermiglio rappresentava un richiamo irresistibile, indebolito com’era. Ma si sforzò di resistere. Non aveva cambiato idea sulla sua…fine. Portò l’attenzione sul suo interlocutore.
Lo vide scuotere il capo, sorridendo gentile. E accennare alla tazza. 
“Bevi.” Si sentì ordinare. Non lo ascoltò. Si voltò su un fianco, dandogli le spalle. Si concentrò sulla stanza. Quei mobili gli erano familiari. Era l’appartamento di Angel. Era già stato lì una volta. Ed era venuto a chiedergli la stessa cosa che aveva cercato di fare quel giorno. Gli venne da ridere, pensando alla coincidenza di avvenimenti.
Chissà che stava facendo Buffy in quel momento. Le mancava terribilmente. Ma era certo che quella fosse la cosa migliore, per lei almeno lo era. Doveva esserlo. Era l’unica soluzione possibile.
L’odore del sangue si faceva sempre più inebriante. Ed era un richiamo a cui era sempre più difficile resistere.
“Spike non puoi continuare così…” ancora la sua voce. Perché diavolo si preoccupava tanto, maledizione. Ripensò a quello che lui gli aveva detto poco prima di svenire. Figlio. Padre. Padre e figlio. Era assurdo anche solo a pensarla, una cosa del genere. Non aveva mai capito con chiarezza il concetto di famiglia, per un vampiro. Loro lo erano stati, un tempo. Angelus e Darla. Lui e Drusilla. E ora? Cos’era rimasto? Darla era morta. Angelus, il flagello d’Europa, non esisteva più e Drusilla… Chissà dov’era lei. Gli restava solo Angel. E ad Angel restava solo lui. Buffo. Due vampiri con l’anima nella stessa famiglia. Doveva essere scritto nel loro Dna. Sempre che ne avessero ancora uno.
“Spike…” ancora la sua voce. Sembrava più vicina ora. Voltò appena la testa, e si scontrò con i suoi occhi cupi.
“Porta via quella roba…” disse, acido, indicando la tazza di sangue.
“Devi rimetterti in forze… da quanto non ti nutri?”
Spike sospirò, mettendosi a sedere. Era inutile. Sapeva essere fin troppo testardo a volte.
“Da quando te ne sei andato.”
“Ti porterà alla pazzia, lo sai. E l’istinto animale potrebbe prendere il sopravvento. E ti assicuro che non è affatto divertente.”
Spike lo guardò di sbieco. Allungò una mano, afferrando la tazza. Tanto valeva assecondarlo. Prese un paio di lunghe sorsate, e subito si sentì meglio. Si appoggiò alla sponda del letto, e abbassò le palpebre, attendendo la domanda seguente.
“Perché, Spike?”
“Non lo immagini?”
Il suo interlocutore scosse la testa. Lo immaginava, certo. “Voglio sentirlo dalle tue labbra.”
Il biondo sospirò di nuovo.
“Lo sai, il perché, Liam. Per le stesse ragioni che hanno allontanato te. Lei merita di meglio.”
“Lo sai che non è così.”
“Mi dimenticherà in fretta.”
“Ha chiamato ieri sera, era preoccupata per te.”
“Perchè insisti, maledizione? Avresti campo libero, se io sparissi. Non è quello che vorresti?”
Angel si allontanò di scatto, a quelle parole.
“Non porterei mai via la donna a mio figlio.” Di nuovo con quella storia. Era ora di finirla.
“Piantala Angel!” sbottò,  irritato.
“Cosa ti da più fastidio, William? Che sia stato io a crearti o di non averlo capito per tutto questo tempo?” si avvicinò di nuovo al letto. “Drusilla ti avrebbe ucciso, se non fossi intervenuto io.” Aggiunse, addolcendo il tono.
Spike serrò con più forza gli occhi, poi li riaprì, scontrandosi di nuovo con il nero profondo del suo sguardo. Lo sguardo di suo padre.
“Credo di averlo sempre saputo.” Mormorò, in un soffio. “Questo non cambia le cose, comunque. E non cambia la mia idea.”
“Allora diglielo.”
Il vampiro bruno si accostò ad una scrivania, posta sulla parete sinistra rispetto al letto, di fronte la grande vetrata. Aprì un cassetto, estraendone alcuni oggetti.
“Dirgli cosa?”
“Che vuoi lasciarla. Penso lo meriti. Ma devi farlo guardandola negli occhi.” Gli lanciò qualcosa sul letto.
“E questi che diavolo sono?” domandò il biondo, aggrottando le sopracciglia.
“I tuoi documenti. Soldi, carte di credito.” Spiegò Angel. “E il tuo cellulare. Siamo riusciti a ripararlo.” Lentamente Spike iniziò a capire.
“Oh no, scordatelo.”
“Hai tempo fino al tramonto per riposarti e riacquistare un po’ di forza. Poi la limousine della Wolfram&Hart ti aspetterà per portarti all’aeroporto.” Il bruno sorrise, notando la sua incredulità.
Si allontanò verso la porta. “E ah, rifatti il guardaroba. Ne hai bisogno.” Disse, prima di lasciare la stanza.

Spike rimase di nuovo solo. Sprofondò tra i cuscini, sbuffando esasperato. Si era messo in una situazione da cui era difficile uscire. Stupido vampiro codardo. Se solo ci avesse pensato prima. Se fosse morto prima che lui tornasse. Ma era sempre stato un vigliacco. Dentro di sé sapeva di aver ritardato nella speranza che lui lo trovasse in tempo. E lo fermasse. Perché in fondo l’aveva sempre saputo. Sorrise. Forse aveva ragione. Sarebbe stato maledettamente più difficile dopo, ma gli e lo doveva. Le doveva almeno una spiegazione.

Capitolo 14

“Gradisce qualcosa da bere, Signor Greyson?”
Spike socchiuse gli occhi, osservando distratto il collo bianco della Hostess. Domanda stupida e retorica. Aveva sete sì. Ma dubitava che qualunque bevanda gli fosse stata offerta, qualunque che non fosse sangue, sarebbe riuscita a placarla. Cinque giorni di astinenza volontaria erano duri da sopperire. Se solo avesse voluto, con un balzo avrebbe potuto afferrare la ragazza sorridente di fronte a lui e..morderla. Ucciderla no, ma succhiarle un po’della sua energia vitale sì. Chissà che sapore aveva il sangue umano. Non lo beveva da…una vita.
Scosse il capo, ricacciando indietro quei pensieri assurdi. Sentì il suo demone brontolare. A volte aveva la sensazione che si prendesse un po’ troppe libertà, ultimamente.
Sentiva che il suo equilibrio interiore era sempre più precario. Come se camminasse costantemente su un filo sottile. E sotto fosse pieno di croci.
Forse era stato frenato per troppo tempo, prima dal chip e poi dall’anima. E ora stava iniziando a ribellarsi. Doveva sapere che era una battaglia persa in partenza. La sua anima era troppo forte. Ma quanto sarebbe durato? Quanto avrebbe resistito  ancora?
Era quello il significato di redenzione? Continue lotte interne contro il senso di colpa e la paura di compiere azioni sbagliate e distruttive? Per non parlare del tormento perenne. E degli incubi.
Era questo dunque il conflitto con cui Angel aveva convissuto per più di un secolo? Angel. Suo padre. Colui che l’aveva creato.
Scosse di nuovo il capo. Sbirciò fuori dal finestrino, mentre l’hostess si allontanava, interpretando il suo gesto e il suo silenzio come un rifiuto. Chissà se era a conoscenza della sua natura. Supponeva di sì, se aveva accettato di lavorare per la Wolfram&Hart.
Era notte ormai e in mezzo alle nuvole si intravedevano le stelle che punteggiavano il cielo buio. Erano in volo da un paio d’ore ormai e la California era già un lontano ricordo. Ancora otto ore, più o meno, e sarebbe stato in Europa.
Si stiracchiò sul sedile, abbassando le palpebre. Forse avrebbe potuto dormire un po’. Doveva ammettere che il jet privato della Wolfram&Hart era comodo. Sarebbe stato un viaggio gradevole, dopo tutto.
Era la prima volta che volava. L’ultima volta che aveva attraversato l’Atlantico era stato cinquant’anni prima, su una nave da carico. Ci aveva impiegato quasi una settimana ma il tempo era volato, in compagnia di Drusilla. Del resto era l’unica possibilità per raggiungere l’America, per gente come loro, se solo non volevano finire in cenere. Anche quand’era andato in Africa aveva usato una nave. Ma allora il viaggio gli era sembrato molto più lungo. E penoso. Il ritorno non lo ricordava. Non era nemmeno sicuro di come fosse stato in grado di ritrovare Sunnydale senza perdersi. Tutto quel periodo gli appariva confuso e sfocato. Ed era passato poco più di un anno. Eppure gli sembrava un eternità. Quante cose possono cambiare, in un anno. E in un giorno.
Sorrise, rievocando le ultime 24 ore. Quella giornata era iniziata nel peggiore dei modi e stava finendo in maniera..inusuale. Era convinto che quella sarebbe stata la fine della sua esistenza. E invece pareva l’inizio di qualcosa di nuovo.
Aveva dormito fino al tramonto, dopo che Angel se n’era andato. Al suo risveglio aveva trovato un biglietto, accanto ai soldi e ai documenti. Un biglietto di suo padre. Aveva fatto le cose per bene. Non c’era possibilità di sfuggire. C’era anche una Limousine, ad attenderlo, che l’avrebbe portato nel più grosso centro commerciale della città. Ovviamente apparteneva alla Wolfram&Hart.
Lui, William The Bloody. Che va a fare shopping. Non aveva nemmeno memoria di quand’era stata l’ultima volta che aveva acquistato qualcosa che non fosse sangue o whisky. E soprattutto qualcosa che non fosse di colore nero.
Invece l’aveva persino trovato divertente. E la commessa che l’aveva seguito mentre si aggirava imbarazzato per i reparti, evitando accuratamente gli specchi, aveva apertamente flirtato con lui. Gli aveva persino chiesto un appuntamento, che lui aveva educatamente declinato. Evidentemente il suo fascino,  nonostante tutto,  era rimasto immutato.
Ed era uscito dal negozio carico di nuovi vestiti. Che poco avevano a che vedere con il suo solito look, ma che, a detta della ragazza, gli stavano a pennello.
E ad Angel era quasi venuto un colpo, quando,tornando da lui, l’aveva visto così cambiato. Non si sentiva esattamente a suo agio, ma sperava almeno che a Buffy sarebbe piaciuto, con quella giacca di pelle nera, così simile alla sua eppure così diversa, e la camicia blu che metteva in risalto i suoi occhi. Sempre che non fosse così arrabbiata da prenderlo a calci per tutta Roma.
Ripensò a quello che aveva in mente di dirle. Sarebbe stato sincero, e le avrebbe detto tutto. Non ne era sicuro ma sperava che avrebbe capito le sue buone intenzioni. Come non era sicuro che sarebbe stato in grado di lasciarla, poi. Forse stava commettendo un enorme cazzata. O forse c’era mancato poco che la commettesse quella mattina, la cazzata.
L’unica cosa di cui era certo era che tra poche ore, finalmente l’avrebbe rivista. Il resto sarebbe venuto da sé.

Un'altra lunga giornata era trascorsa. Un'altra giornata senza di lui. Un altro giorno senza avere sue notizie. Ed erano passate più di ventiquattr’ore dalla telefonata ad Angel. E lui non aveva ancora richiamato.
Buffy sospirò, chiudendosi la porta alle spalle. Abbandonò la borsa all’ingresso e si diresse nella stanza da bagno. Aveva un assoluto bisogno di un bagno caldo. Aveva bisogno di rilassare i muscoli e dimenticare il dolore. Almeno per un po’.
Non vide traccia della sorella. Probabilmente non era ancora tornata. Meglio così. Non aveva voglia di sentire le sue chiacchiere. E non aveva voglia di interrogatori infiniti. Da quando, la sera prima, le aveva confessato tutto Dawn si era sentita autorizzata di riempirla di domande. Voleva sapere tutto. Com’era diventato Spike, cosa gli era successo, perché non era venuto a trovarla. Tutte questioni alle quali la cacciatrice non era sicura di riuscire a rispondere.
Immersa ad occhi chiusi nell’acqua calda e profumata della vasca, Buffy si ritrovò a pensare ancora a lui. perché non l’aveva ancora chiamata? Stando a quello che le aveva detto Angel ormai doveva essere tornato. Dovevano essersi già incontrati. Doveva sapere quanto lei poteva essersi preoccupata, maledizione. Ma non ci pensava, quel dannato vampiro? Forse avrebbe dovuto richiamare. Forse il suo cellulare ora funzionava. E avrebbe potuto dirgliene quattro.
Mezzora dopo era rannicchiata sul divano del soggiorno, avvolta dall’accappatoio, a mangiucchiare distrattamente un sandwich, lo sguardo fisso sulla Tv spenta. Dawn non sarebbe rientrata, quella sera. Avrebbe passato la notte da una sua amica. Aveva trovato il messaggio in cucina, dopo quello che avrebbe dovuto essere un bagno rilassante. E non lo era stato.
Aveva provato a richiamare Spike, ma il telefono era spento. E lo era anche quello di Angel. Forse c’era stato qualche imprevisto, che li aveva costretti a tornare indietro. Per quello forse nessuno dei due aveva potuto avvertirla.
Osservò distrattamente l’orologio. Era quasi mezzanotte. Si alzò stancamente dal divano e decise di andare a dormire. Era inutile, continuare ad aspettare.
Si raggomitolò sotto le coperte, alla ricerca di un calore che solo lui poteva darle. Aveva freddo e solo il suo corpo, nonostante fosse gelido, sarebbe riuscito a scaldarla. Sospirò e chiuse gli occhi, attendendo un sonno che tardava ad arrivare.
Il trillo del telefono la colse di sorpresa. Sbarrò gli occhi, cercando a tentoni il cellulare, nascosto tra le pieghe delle lenzuola. Lo teneva sempre acceso, e sempre vicino, nel caso lui chiamasse.
Un ondata di preoccupazione la avvolse, quando vide l’utente sconosciuto, sul display. Rispose con voce tremante.
“Buffy?”
Le mancò il respiro quando udì quella voce. La sua voce. Era lui.
“Spike?” gridò, balzando a sedere. Gli occhi si riempirono di lacrime, mentre la mano stringeva convulsa l’apparecchio. “Spike, oh Spike…sei davvero tu?”

Il jet privato su cui viaggiava il vampiro era atterrato all’aeroporto di Roma in mattinata, dopo una tranquilla notte di volo e un breve scalo a Londra per un rabbocco di carburante. Una Mercedes nera dai vetri oscurati lo attendeva a bordo pista, al riparo dal sole. Ovviamente apparteneva alla Wolfram&Hart. Era stato quindi accompagnato al Grand Hotel Plaza, dove avrebbe alloggiato durante il suo soggiorno. Tutto perfettamente organizzato. Aveva osservato distrattamente il panorama sfrecciare dai finestrini dell’auto, immerso nei propri pensieri. Era già stato a Roma una volta, quasi un secolo prima, e allora non era stata una visita particolarmente piacevole. Ma non aveva voglia di ricordare. Non in quel momento. E soprattutto non quello. Tutti i suoi pensieri erano rivolti a Buffy. Era così vicina. Aveva iniziato ad avvertire il suo potere nel momento in cui aveva messo piede sul suolo italiano e riusciva persino a sentire il suo odore, in mezzo agli altri.
Il suo corpo fremeva d’eccitazione ma allo stesso tempo era terrorizzato. Come avrebbe reagito? L’avrebbe preso  a calci? Avrebbe pianto? Si sarebbe rifiutata di vederlo? Tremò a quell’ultima possibilità. Tutto ma non quello. Avrebbe preferito urla, calci e pugni all’indifferenza. E vederla. Voleva specchiarsi nei suoi occhi verdi, accarezzare l’onda morbida dei suoi capelli, ascoltare il suono carezzevole della sua voce. Una sola volta gli sarebbe bastato. Anche se lei avesse messo la parola fine alla loro relazione.

La suite che gli era stata assegnata era enorme e lussuosa. Situata all’ultimi piano dell’hotel godeva di un ampia vista panoramica sulla città. Le grandi vetrate erano coperte da drappeggi di tende rosso scuro. Al centro della stanza da letto troneggiava l’imponente letto matrimoniale, con lenzuola di seta nere e un copriletto dello stesso colore delle tende. Di fronte al letto il televisore Lcd a schermo piatto da 40” mentre nella parete opposta alla finestra si trovava l’angolo bar. Chiamarlo angolo pareva addirittura riduttivo. C’era ogni sorta di bevanda, alcolica e non. E c’era persino del sangue fresco. Non aveva dubbi su chi fosse stato l’artefice di tutto questo. A quanto pare i poteri della Wolfram&Hart si estendevano anche al di là dell’oceano.

Si lasciò cadere sul letto, con un sospiro di frustrazione. Era pieno giorno e il sole brillava alto nel cielo. Avrebbe dovuto attendere il tramonto, prima di poter muoversi liberamente. Ed erano solo le undici del mattino. L’idea di trascorrere tutta la giornata lì dentro lo innervosiva non poco. La faccenda del sole era una delle cose che odiava di più, della sua natura. Quella limitazione l’aveva sempre fatto impazzire, soprattutto quand’era…giovane. Da umano aveva sempre avuto l’abitudine di trascorrere le sue giornate a vagare per la brughiera inglese, alla ricerca dell’ispirazione per le sue poesie. Avrebbe tanto voluto sentire ancora quel calore sulla pelle. Sospirò di nuovo, mentre si alzava e si dirigeva al bar. Un bel cocktail di sangue e whisky l’avrebbe aiutato a dimenticare. E a far trascorrere più velocemente quelle ore.
Il trillare improvviso del telefono quasi lo fece sobbalzare. Cosa diamine volevano da lui ora?
“Spike!”ruggì una voce dall’altro capo del filo, quando alzò la cornetta. Una voce ben nota e familiare. “Perché non accendi quello stramaledetto telefono? Stavo aspettando una tua chiamata.”
“Angel..” ghignò divertito, accomodandosi sul letto. “Cos’è pensavi che fosse caduto l’aereo?” rise. “Sai, penso sarei sopravissuto all’impatto.”
“William, sii serio, per favore.” Lo sentì sospirare, e addolcire il tono di voce. “L’hai già…sentita?” domandò, con cautela.
“No.” mormorò Spike. Con un dito, accarezzò il bordo del bicchiere. “Pensavo…pensavo di chiamarla stasera. Qui è giorno e…” si fermò, rendendosi conto di balbettare. Stupido idiota.
Emise un lungo respiro.
“Andrà tutto bene.” La voce di suo padre, dall’altra parte del telefono, ebbe il potere di calmarlo.
Sospirò nuovamente.
“Sì. Ti terrò aggiornato.” Fece una pausa, prima di proseguire. “Grazie, Sire.” Entrambi sussultarono, a quella parola sussurrata, nuova eppure così spontanea. E il loro legame divenne più profondo.

Si accorse di tremare, mentre riagganciava il telefono. Troppe cose erano successe in pochi giorni. Troppe emozioni, da sopportare. Come gli era saltato in mente di chiamarlo in quel modo? Appoggiò il bicchiere sul comodino e si distese sul letto, vestito. Eppure, gli era uscito così spontaneo, come se quella parola fosse stata in attesa da tempo di venire finalmente pronunciata. Sorrise, lieto di essere riuscito a scacciare il pensiero di Buffy, almeno per qualche minuto. Si domandò come avrebbe reagito lei, a quella notizia. Chiuse gli occhi e cadde in un sonno tranquillo e privo di sogni.

“Sì, amore. Sono io.”
Spike cercava di mantenere un tono di voce tranquillo, ma era un impresa quasi impossibile. Risentirla l’aveva emozionato come raramente gli era capitato.
La giornata era trascorsa in fretta, alla fine. Aveva dormito gran parte del pomeriggio, poi si era concesso un lungo bagno caldo e uno spuntino. Infine era uscito, incapace di trattenersi oltre. L’hotel si trovava in centro città e non aveva idea di dove abitasse Buffy. Il sole era appena tramontato, mentre con un’alzata di spalle iniziava a camminare. Non sarebbe stato difficile, trovarla, una volta individuato il suo odore.
Si era fermato a pochi isolati di distanza da quella che, presumeva, fosse il palazzo dove abitava. E l’agitazione era aumentata. Giocherellava nervosamente con il cellulare, incapace di decidersi a comporre quel numero che conosceva a memoria. Era spaventato dalla sua reazione e più di una volta fu tentato di mandare al diavolo tutto e ritornare a Los Angeles. A farsi prendere a calci da Angel. Perché sicuramente l’avrebbe fatto. Pensare a suo padre riuscì nuovamente a calmarlo. E a decidersi, finalmente, a chiamarla. Era da poco passata la mezzanotte.

Buffy si portò una mano al petto, cercando, invano, di rallentare il battito frenetico del suo cuore. Aveva immaginato un milione di volte quel momento. Ma viverlo era completamente differente. Una serie di emozioni contrastanti la invasero. Felicità, rabbia, amore. E un insano desiderio di picchiarlo.
“Spike…” ripetè. Non riusciva a fare altro che ripetere il suo nome. Si concentrò, nel tentativo di comporre una frase di senso compiuto. “Come..come stai? Mi hai spaventata a morte. Perché non mi hai chiamato? Non immagini come mi sono sentita in questi giorni.” Il desiderio di prenderlo a pugni stava aumentando.
“ Amore, calmati.” La interruppe la sua voce carezzevole. “Sto bene.” Sussurrò, dopo un istante di pausa. “Mi dispiace, averti spaventato. Non volevo.” Ed era sincero.
“Ok…” mormorò lei, tranquillizzandosi un poco. Appoggiò la schiena alla testiera del letto. “Com’è andata la missione?”
“La missione?” il vampiro venne colto alla sprovvista. Era giunto sotto il suo palazzo, nel cortile interno e osservava quella che, ne era sicuro, doveva essere la finestra della sua camera da letto. Chissà se lei si rendeva conto che era così vicino. Scosse la testa. Probabilmente no. Nonostante i suoi sensi di cacciatrice.
“Oh..non ha portato a nulla.”mormorò, distratto, ricordando vagamente ciò che Angel gli aveva detto in proposito. “E’ stato un mezzo fiasco.” Aggiunse.
“Capisco.” La sentì delusa. Forse si aspettava un resoconto più…approfondito. “Che stai facendo?”
“Sono in giro.” Si lasciò sfuggire lui.
Buffy aggrottò le sopracciglia, confusa. “Ma non dovrebbe essere giorno?”
“Credo. Ma qui, dove sono, è notte.”
Quella risposta la confuse maggiormente. “Dove sei, Spike?” un brivido le percorse la schiena.
Lui eluse la domanda.
“Amore, la tua camera si affaccia sul cortile interno di un antico palazzo, vero?”
“Sì…come fai a…?” non ascoltò la risposta, colta da un idea improvvisa. Corse alla finestra. Nonostante il buio riuscì a scorgere una figura appoggiata con grazia ad una colonna. Era lui.
Era Spike.

Capitolo 15

Buffy rimase paralizzata per un lungo istante di fronte la finestra. Non poteva crederci. Fino a un secondo prima gli stava parlando al telefono, immaginandolo a migliaia di chilometri da lei. E ora era lì, davanti casa sua. Era troppo bello e incredibile per essere vero. Sembrava un sogno. Forse lo era davvero. Ma in quel momento poco le interessava.
Schizzò fuori dall’appartamento, felice che Dawn avesse deciso di trascorrere la notte dalla sua amica, scese velocemente i tre piani di scale, senza rendersi conto di indossare il solo pigiama. Si bloccò, quasi senza fiato, al limitare del cortile, a pochi metri..lui.
“Spike…” boccheggiò, con le lacrime agli occhi e le guance arrossate. E poi volò tra le sue braccia. Il vampiro la strinse con forza, sollevandola da terra. E finalmente si sentì di nuovo completo. Come se quella parte mancante che gli era stata strappata durante la sua assenza gli fosse stata restituita. Come se il suo cuore avesse ricominciato a battere.
“Buffy..” sospirò, affondando il viso tra i suoi capelli. Aspirò il suo profumo, inebriandosene. Le dita scivolarono lungo la sua schiena, riprendendo confidenza con il suo corpo.
Dopo un attimo che parve interminabile la scostò da sé, annegando nel suo sguardo di giada.
“Buffy…oh Buffy…” sussurrò, sfiorandole le labbra con un bacio delicato.
“Sei qui..” frusciò lei sulla sua bocca. “Sei davvero qui…”
Lo baciò con intensità, una mano premuta contro la sua guancia. Con l’altra gli carezzava i capelli e scendeva giù, lungo la schiena. Lo stringeva come se temesse di vederlo svanire da un momento all’altro. Come se fosse un sogno da cui non voleva svegliarsi.
“Sì, sono qui…” sorrise lui, nascondendo il viso sul suo collo. Inspirò profondamente e poi finalmente si staccò da lei, ma solo per guardarla.  Ricordava ogni dettaglio del suo viso, il manto dorato che le ricopriva le spalle, i suoi occhi luminosi. Non le era mai sembrata così bella.
“Sei bellissima…” affermò, inclinando appena il capo. Prese una ciocca dei suoi capelli tra le dita, sistemandola dietro l’orecchio.
“No..” si schermì la cacciatrice. “Sono inguardabile…” si rese conto di tremare. Non sapeva se per il freddo o per l’emozione di rivederlo. Anche lui se ne accorse.
“Hai freddo amore?” Non attese risposta e la sollevò tra le braccia, senza sforzo. Buffy si accoccolò contro il suo torace, lasciandosi trasportare. Sembrava che lui sapesse esattamente dove andare. Si fermò solo all’ingresso del suo appartamento, di fronte la porta spalancata, e la fece scendere.
Un'altra cosa che odiava della sua natura era la maledetta barriera che gli impediva di entrare nelle case degli umani senza essere prima invitato. Una ragione in più per ricordarsi che lui era solo un mostro, anima o no.
Buffy non si accorse del suo turbamento. Lo baciò sulle labbra, invitandolo ad entrare. E poi lo trascinò dentro, chiudendosi la porta alle spalle. Non si sentiva sufficientemente lucida per credere che quello che stava succedendo era veramente reale. Ma non aveva importanza. Se anche era un sogno, tanto valeva approfittarne. Se invece era vero, beh, le spiegazioni le avrebbe chieste dopo.

Si aggrappò a lui, approfondendo il bacio. Spike non si fece pregare. Dimentico di ogni cosa la prese di nuovo tra le braccia, lasciando scivolare la lingua sulle sue labbra, in un chiaro invito ad aprirle. Le gambe di lei gli circondarono i fianchi e il suo desiderio crebbe. Tutto il suo essere la voleva. La voleva ora. E al diavolo tutto il resto.
Finirono in camera da letto. La adagiò tra le lenzuola e si tolse la giacca. Poi si stese su di lei, facendo leva sulle braccia per non pesarle addosso.
Ricominciò a baciarla, sugli occhi, che lei aveva chiuso, sulle labbra dischiuse e poi scese giù, sul collo, mordicchiandolo leggermente. Le mani scivolarono sotto la sua maglietta, accarezzando lievi le sue curve sinuose. Abilmente gli e la sfilò, lasciandola nuda sotto i suoi occhi adoranti.
Si alzò sui gomiti, ammirandola rapito e poi riprese la scia di baci, scendendo lungo le rotondità dei seni fino ai fianchi e più giù, verso la sua femminilità, calda e pronta ad accoglierlo.
Con un unico fluido movimento le tolse anche il resto del pigiama mentre le dita di lei armeggiavano con la cintura dei suoi jeans, che diventavano ogni minuto più stretti. Velocemente di liberò di quell’ultima barriera opprimente e si ritrovò nudo sopra di lei, la sua erezione che premeva sul suo ventre. Buffy allargò le gambe, invitandolo ad entrare. L’aria si riempì dei loro gemiti e non ci fu più bisogno d’altro. I loro corpi si erano fusi in uno.

“Allora, com’è andata la missione?” domandò Buffy poco più tardi, il capo appoggiato sulla sua spalla, le dita che disegnavano piccoli cerchi sul suo petto, un sorriso felice sulle sue labbra.
Fare l’amore con Spike era stato persino più bello di come lo ricordava. Sembrava fosse passato un secolo, eppure erano trascorsi solo sei giorni. Lui l’aveva amata con una disperazione tale da farla rabbrividire. Era stato intenso e passionale, si era nutrito di lei come un assetato che ritrova la sua oasi in mezzo al deserto. Come un naufrago che ritrova la sua isola. Come un uomo innamorato che fa l’amore con la sua donna per l’ultima volta.
Il suo corpo si irrigidì all’istante, a quella domanda. Il momento che temeva da quando era partito era giunto. Un brivido gli percorse la schiena. Sembrava così serena Buffy, in quel momento, accoccolata tra le sue braccia e inconsapevole che una domanda così innocente avrebbe invece scatenato l’inferno. Per un attimo maledì Angel, che l’aveva costretto a quella prova. Ma fu solo un attimo. In realtà suo padre aveva ragione e lui era solo un vigliacco.
“Sai, dovrei essere furiosa con te, per avermi fatto stare in ansia. Ma sono troppo felice di averti qui per essere in collera…” proseguì lei, e quelle parole non fecero che aumentare la sua pena.
“Non c’è stata nessuna missione.” Disse, interrompendola. Gli pianse il cuore quando la sentì irrigidirsi e togliere la mano dal suo petto, facendovi leva per mettersi seduta.
La ragazza si avvolse nella coperta, improvvisamente timida, e lo scrutò nel buio. Quella risposta l’aveva spiazzata. Non riusciva a vedere bene il suo viso, ma le parve di vedere i suoi occhi brillare di lacrime trattenute. E particolari a cui in precedenza non aveva fatto caso le tornarono alla mente.
“Che..vuoi dire?” chiese, con voce tremante.
“Che non sono stato con Angel, in questi giorni.” E ogni parola era come una pugnalata al cuore. Avrebbe preferito morire, piuttosto che causarle quel dolore. “Il cellulare è finito contro il muro la sera in cui mi hai chiamato.” Proseguì, senza darle il tempo di replicare. Doveva dirle tutto quanto, prima di perdere il coraggio. “E poi sono uscito. Ne avevo bisogno. Dovevo fuggire al dolore. Ero..”
“Spike..”
“Stavo male..”
“Spike, perchè..”
“Non lo so. Cristo non lo so. Non so che mi era preso quella notte. Mi sentivo..strano. Sono uscito. Ho bevuto. Ho rimorchiato una donna. E la stavo per uccidere..” Si interruppe di colpo, sentendosi soffocare. Cercò il viso di Buffy. Sentiva il suo respiro affannato. Avvertiva la pena nella sua voce.
“Ma non l’hai fatto..” bisbigliò lei, stringendosi la coperta al corpo. Rabbrividì, e non per il freddo. Il sogno si stava trasformando in un incubo.
“Ma potevo farlo!” quasi urlò lui. Ormai non riusciva più a trattenersi. Una lacrima scivolò lungo la sua guancia. Ringraziò il buio che lo celava dal suo sguardo. “Sentivo il richiamo del sangue, potente, irresistibile. Come non mi succedeva da tempo. Il mio demone premeva per uscire e la mia anima combatteva per trattenerlo.”
“Ma non l’hai fatto..” ripetè la cacciatrice, in un bisbiglio. Non poteva credere a quello che stava succedendo. Non riusciva a credere a quelle parole. Era semplicemente assurdo.
Spike scosse il capo. E riprese a parlare.
“Sono fuggito. Sono caduto riverso sulla spiaggia e lì sono rimasto tutta la notte, inorridito di me stesso e di quello che stavo per fare. Sono rientrato che era quasi l’alba, con la consapevolezza di quello che ero, anche se per un po’, mentre ero con te, l’avevo volutamente dimenticato.”
“Spike, no..” di nuovo lei lo interruppe. Sembrava un dannato déjà vù..
“Sono un mostro Buffy, anima o no, è quello che sono e merito di essere.”
“No..” non riusciva a dire altro. Stringeva convulsa tra le dita la coperta e scuoteva la testa. No no no.
“Il giorno dopo Angel se n’è andato. È partito per la sua missione. E mi ha lasciato solo, con un compito ingrato da assolvere, in mezzo all’indifferenza del resto della gang. Mi sentivo debole, e confuso. Le voci erano tornate a tormentarmi, e l’anima non mi dava pace. Credevo di averlo superato. Ma non era così. E la tua mancanza. Così non ho retto più. E sono fuggito. Di nuovo. Mi sono chiuso in casa e ho deciso di…sparire.”
Si fermò un'altra volta, affannato, alla ricerca di un aria di cui non aveva bisogno. Sentiva qualcosa spezzarsi, al centro del petto.
“Sparire?” mormorò lei. Sì, sembrava un dannatissimo déjà vù..
William annuì.
“Credevo fosse la cosa migliore per tutti. Credevo fosse la cosa migliore per te.”
“No!”
“Mi avresti dimenticato in fretta..”
“No!” urlò Buffy. Alzò la mano verso di lui e un flash del passato le attraversò la mente.
“Non lo fare, Spike.”
Lui la guardò confuso.
“Non comportarti come lui. Hai sempre detto di non essere lui. Non decidere per me.” Ora lei era furiosa. Lacrime di rabbia e dolore le rigavano le guance. Le dita stringevano a tal punto la coperta che iniziavano a farle male.
Finalmente Spike comprese a chi si stava riferendo.
“Ma aveva ragione. Aveva dannatamente ragione. Non può funzionare. Non potrà mai funzionare. Tu meriti di meglio che un cadavere che cammina al tuo fianco e non potrà mai darti ciò di cui hai bisogno.”
La cacciatrice scosse violentemente la testa.
“Così, volevi sparire. Come?” la sua voce, tremante di lacrime e tagliente come una lama lo fece rabbrividire.
“Divenendo cenere alla luce del sole. Una fine veloce..e romantica.” Rise. “Angel mi ha ritrovato appena in tempo. Ignoro ancora i motivi del suo..salvataggio.” Evitò volutamente di dirle che lui era suo padre. Temeva che non avrebbe capito. E poi non era il momento. “Mi ha portato a casa sua e mi ha costretto a nutrirmi. Ero debole e in astinenza. E ha voluto che venissi a dirtelo di persona, che volevo…” Inspirò profondamente. “…lasciarti.” L’ultima parola fu detta in un sussurro appena udibile. Rimase in silenzio, in attesa della sua reazione.
“Così, sei venuto fin qui, per lasciarmi?” la voce di Buffy tremava. Era talmente..confusa. non riconosceva più i sentimenti che si agitavano nel suo cuore. Non sapeva se provava più ira o sofferenza. Dunque era tutto finito? Prima ancora di cominciare? Quelle due settimane insieme non avevano significato nulla?
Spike non rispose subito. Era venuto per lasciarla? Non ne era più sicuro. Era devastato dal dolore che le aveva provocato. Avrebbe voluto prenderla tra le braccia e farle dimenticare tutto quanto. Avrebbe voluto tornare indietro nel tempo e cancellare quegli attimi terribili. Si rese conto che non sarebbe mai stato capace di lasciarla. E che non sarebbe sopravissuto, senza di lei.
“No..” disse piano. “Non sono in grado di vivere senza di te Buffy. La mia esistenza stessa non ha senso, senza di te. Credevo..credevo di fare il tuo bene invece ho solo combinato un grosso guaio. E ti ho ferito, di nuovo. Quindi no, non posso lasciarti. Non sono in grado di farlo. Ma lo capirò, e lo accetterò se, dopo tutto questo, sarai tu a farlo.”
Il silenzio che ne seguì fu soffocante e opprimente. Dalla sua risposta sarebbe dipesa la sua intera futura esistenza. E questo lo spaventava. Più della confessione che le aveva fatto. Per un istante interminabile lei non parlò. Nessuno si mosse. Rimasero immobili. Poi lentamente, Buffy cercò tra le lenzuola la mano di lui, e gli e la strinse.
“Potrei picchiarti, per tutto questo, lo sai?” disse. E inaspettatamente si gettò su di lui, affondando il viso sul suo petto. “Ma sono troppo felice di riaverti qui che il resto non conta.” Iniziò a singhiozzare sommessamente. “Non farlo più. Non lasciarmi più. Ti prego. Non lasciarmi più.”

Il mattino dopo Buffy si risvegliò con una spiacevole sensazione di vuoto. Senza aprire gli occhi allungò una mano verso il lato sinistro del letto, dove presumeva ci fosse Spike. Ma vi trovò solo il vuoto. Socchiuse le palpebre, sospirando. La stanza era ancora avvolta nella penombra. Solo un sottile raggio di luce penetrava tenue dalla finestra. Si abbracciò, rabbrividendo. Un altro giorno stava iniziando. Un altro giorno uguale agli altri, lungo, noioso e triste. Un altro giorno senza di lui. Eppure le era sembrato così reale. La sua telefonata, la sera prima, e la sorpresa di ritrovarselo sotto casa. I momenti di passione e quello che lui le aveva detto dopo. Era stato tutto un sogno dunque? Un terribile, bellissimo sogno? Sospirò di nuovo, rigirandosi sul fianco. Si rannicchiò sotto le coperte, gemendo di frustrazione. Se solo avesse potuto avrebbe trascorso la giornata lì. Non voleva alzarsi, non voleva vedere nessuno. Era stanca di fingere. Magari poteva darsi malata. Dawn probabilmente non sarebbe rientrata, e lei avrebbe potuto rimanersene in pace. Frugò tra le lenzuola, alla ricerca del cellulare. Era così disordinata che si addormentava sempre con il telefono sul letto. Si appoggiò sul gomito e un foglietto ripiegato sul cuscino catturò la sua attenzione. Lo prese, leggendone il contenuto.

“Chiamami, appena ti svegli.

Spike”

Balzò a sedere ridendo istericamente. Allora non era stato un sogno. Era tutto vero. Spike era stato davvero lì, la notte scorsa. Raccolse il telefono, digitando il numero che aveva trovato nel biglietto. Lui rispose al primo squillo.

“Buon giorno, amore.” Il suono della sua voce le fece rimbalzare il cuore in petto. Si sdraiò di nuovo, con un luccichio di gioia negli occhi.
“Spike..” sospirò. “Credevo si fosse trattato di un sogno..”
Il tono allegro del vampiro sparì.
“Avresti voluto che lo fosse?” domandò, rabbuiandosi.
“No.” Si affrettò a dire lei. “Ma quando mi sono risvegliata da sola ho pensato.. perchè te ne sei andato?”
“Non volevo che Dawn mi trovasse nel tuo letto.”
“Mia sorella sa tutto.” Lo interruppe la cacciatrice.
“Davvero?” sembrava sorpreso.
“Sì.” Gli confermò lei. “le ho raccontato tutto due sere fa…”
“E..”
“E non vede l’ora di rivederti.” Sorrise, immaginando la sua reazione se davvero li avesse sorpresi a letto insieme.
“Allora potrei passare da te stasera..” lasciò la frase in sospeso. Se fosse dipeso da lui sarebbe corso da lei immediatamente. Ma non poteva.
“Speravo lo dicessi. Già mi manchi.”
“Anche tu amore.”
Ci fu un attimo di silenzio, interrotto dopo pochi istanti da un lieve bussare alla porta.
“Buffy, sei sveglia?” Era Dawn.
La cacciatrice allungò le gambe sulla sponda del letto.
“Arrivo!” gridò alla sorella, poi riprese la conversazione telefonica. “Amore, devo andare.” Emise un lungo sospiro. “Mi aspetta una lunga giornata di lavoro. Tu che farai?”
“Attenderò che il sole tramonti per correre da te.”
“Spike?”
“Sì?”
“Ti amo..”
“Ti amo anche io, Buffy.”

Capitolo 16

Quella giornata si era rivelata più lunga del solito, per Buffy. Dopo la telefonata si era vestita velocemente e aveva raggiunto Dawn. La ragazzina le aveva chiesto di Spike e lei non aveva potuto fare a meno di sorridere, al ricordo della notte trascorsa insieme. Aveva sfiorato delicatamente con le dita la croce che portava al collo, un gesto che ripeteva ogni giorno per sentirsi più vicina a lui e l’aveva informata della novità, omettendo soltanto il particolare che si erano già visti. Dawn aveva fatto i salti di gioia e l’aveva abbracciata. E poi era corsa a scuola, annunciandole, mentre usciva,  che probabilmente quella sera avrebbe avuto un appuntamento con Andrew. Buffy l’aveva guardata allontanarsi sorridendo, ma con un velo di malinconia negli occhi. Sua sorella stava diventando una donna. Era incredibile quanto velocemente poteva trascorrere il tempo, a volte.
Quella mattinata lavorativa invece era passata con una lentezza esasperante. Sembrava che le lancette dell’orologio si fossero fermate, da quanto spesso aveva controllato l’ora. A pranzo non aveva resistito, e l’aveva chiamato. Voleva accertarsi che fosse davvero reale. Che fosse davvero a Roma. E che quella sera l’avrebbe davvero rivisto.
Spike le aveva risposto con la voce impastata dal sonno. Lei si era sentita in colpa, per averlo svegliato, ma era anche felice, e istantaneamente rassicurata. E si era data della sciocca sentimentale, quando poi aveva riappeso, ed era tornata al suo lavoro.
Era la prima volta che le capitava. Perchè era la prima volta che si innamorava realmente di una persona. Ce n’erano stati altri, è vero. Aveva avuto altri uomini, prima di Spike. Ma con nessuno si era sentita così apprensiva, sensibile, innamorata. E scioccamente sdolcinata. Ma felice. E avrebbe voluto condividere tutto, con lui. Ogni gesto, ogni attimo della giornata.
E finalmente la giornata era finita. Non aveva prestato attenzione alle chiacchiere sconclusionate del collega che l’aveva gentilmente accompagnata a casa ed era scesa dalla sua auto senza nemmeno salutarlo, non appena aveva scorto la sua sagoma all’angolo della strada.
Spike era già lì ad attenderla, elegantemente appoggiato ad un muretto, l’immancabile sigaretta che penzolava tra le sue labbra. Indossava una camicia blu che s’intonava ai suoi occhi, i soliti jeans neri gli fasciavano le gambe e il suo spolverino di pelle completava l’opera. La luce argentata di un lampione lo illuminava, facendolo assomigliare ad un angelo. Il suo angelo.
Buffy gli volò letteralmente tra le braccia, rannicchiandosi poi contro il suo petto. Alzò leggermente il viso, sfiorandogli le labbra con un bacio delicato.
“Mi sei mancato..” sussurrò, sulla sua bocca.
Il vampiro la strinse a sé, affondando il viso tra i suoi capelli, inspirandone il profumo.
“Anche tu..”
E le era mancata davvero. Era stata una giornata tra le più lunghe della sua esistenza. Giunto all’Hotel era crollato addormentato, dopo una notte praticamente insonne, nel timore che, se avesse chiuso gli occhi la donna che teneva tra le braccia sarebbe svanita. L’aveva lasciata all’alba, con la morte nel cuore. Non temeva tanto di essere visto da Dawn quanto la reazione di Buffy al suo risveglio. Temeva che lei potesse rivedere l’intera situazione in maniera più lucida. E lasciarlo magari. Quella confessione gli era costata moltissimo e per un attimo aveva temuto di aver rovinato tutto. Così, da solito vigliacco qual’era, era fuggito, lasciando a lei la decisione se farsi sentire o meno.
Quando Buffy l’aveva chiamato la prima volta era appena entrato in camera. Il suo cuore aveva avuto un fremito, nell’udire di nuovo la sua voce. E si era sentito sollevato, quando lei si era mostrata sinceramente dispiaciuta, nel non trovarlo al suo fianco, al suo risveglio. E così tutta la stanchezza accumulata gli era crollata addosso.
Dormiva da qualche ora quando la cacciatrice l’aveva chiamato la seconda volta. aveva percepito l’ansia nella sua voce e aveva cercato di rassicurarla, per quanto il sonno gli ottenebrasse i sensi.
Era una situazione strana. A parte i quindici giorni di amore perfetto passati a Los Angeles loro non erano mai stati così..vicini. E innamorati. Era insolito, che lei si preoccupasse così tanto per lui. Meno insolito che lui si preoccupasse per lei. Non aveva fatto altro, da quando la conosceva. Probabilmente la amava..da sempre.
Dopo quella telefonata non era più stato in grado di riprendere sonno. La mente era affollata di pensieri e non riusciva a stare fermo un minuto. Ed era maledettamente bloccato in quella dannatissima suite. Il sole, in quella giornata d’inverno, brillava nel cielo e pareva farsi beffe di lui. Maledetta luce. E maledetta la sua intera esistenza. Se solo fosse stato umano..
Quando finalmente era tramontato era schizzato fuori e in pochi minuti aveva raggiunto la via dove lei abitava. Non aveva dovuto attenderla a lungo.
Aveva avvertito la sua presenza prima ancora che l’auto voltasse l’angolo. L’aveva osservata scendere e correre verso di lui. Non gli era mai sembrata così bella. I capelli color miele sparsi sulle spalle come piacevano a lui, le guance arrossate per il freddo e la corsa. Indossava ancora il suo spolverino. E pareva così piccola, dentro di esso. La sua piccola dea. E finalmente l’aveva avuta tra le braccia. E si era inebriato del suo profumo di vaniglia.

“Com’è stata la tua giornata, amore?” le domandò, scostandola un poco. Pose un dito sotto il suo mento, alzandole piano il viso.
“Lunga.” Ridacchiò lei. “E la tua? Che hai fatto tutto il giorno?”
“Ho atteso che il sole tramontasse per correre da te..”

“Spike..” Buffy si alzò appena sulle punte, per sfiorargli le labbra con un bacio delicato.
Il vampiro sospirò, accarezzandole piano i capelli.
“Sei sicura che è questo che vuoi?” Scosse il capo. “Vorrei tanto poterti seguire alla luce...del sole.”
“Sì..William.” lo interruppe lei. “E’ quello che voglio.”
Un brivido gli percorse la schiena. E gli occhi si inumidirono. Ogni volta accadeva la stessa cosa. Sentire il suo nome pronunciato da lei era come..perdersi in un dolce oblio. Aveva un suono così musicale, come il verso di una poesia. Era..rifulgente. E lui si scioglieva.
Poteva davvero funzionare? Il vampiro e la cacciatrice..insieme..per l’eternità? Poteva questo essere reale?
“Amore..sei ancora sulla terra?”
La sua voce lo riscosse da quei pensieri. Scrollò la testa, spostando lo sguardo su di lei. Sorrise.
“Scusa, luv. Dicevi?”
“Che qui sto gelando, perchè non entriamo in casa?”
Salirono le scale tenendosi per mano, fermandosi ad ogni pianerottolo per scambiarsi un tenero bacio. Sembrava che tutti i problemi, le incertezze e i dubbi fossero stati accantonati per abbandonarsi ad una nuova e rinnovata felicità.
Finirono abbracciati sul divano, sorridenti come due ragazzini innamorati. E per una volta, avevano voglia di esserlo davvero.
Spike le tolse lo spolverino, massaggiandole le braccia man mano che le scopriva. Buffy si rannicchiò contro di lui, appoggiò il capo sul suo petto e chiuse gli occhi.
“Sei stanca amore?” chiese lui, baciandole i capelli con dolcezza. La strinse a sé, desiderando che quel momento durasse per sempre.
“Un po’..” bisbigliò lei. Alzò un po’ il viso, incrociando il suo sguardo. “Te l’ho detto, è stata una giornata pesante.” Sospirò.  “E non sono riuscita a parlare con Giles.”
Udendo quel nome il vampiro si irrigidì inconsapevolmente. E lei se ne accorse, pentendosi immediatamente di essere scivolata su quell’argomento.
Gli accarezzò piano un braccio, cercando di alleggerire la tensione.
“Scusa..” mormorò, dispiaciuta. “Non intendevo innervosirti.”
William scosse il capo. Si sciolse dall’abbraccio e si alzò in piedi. Raccolse lo spolverino che era caduto a terra e lo poggiò sul bracciolo del divano. Iniziò a camminare avanti e indietro, frugando nelle tasche alla ricerca di una sigaretta.
“E’ ok..” disse, cercando di dare alla voce un tono tranquillo. Giustamente, rievocare l’intera situazione non era d’aiuto ai suoi nervi.
Buffy si alzò e lo raggiunse. Lo costrinse a fermarsi e gli prese il viso tra le mani. Gli sfiorò le labbra con un bacio.
“Andrà tutto bene amore. Domani gli parlerò, te lo prometto. Ora che sei qui non voglio lasciarti più. Lui non è mio padre. E dovrà farsene una ragione.” Gli accarezzò una guancia. “Anzi, perchè non vieni con me?”
Spike arretrò di un passo, sfuggendo alla sua carezza. Scosse il capo. “E’ meglio se l’affronti da sola.” Disse, abbassando lo sguardo, per non vedere la delusione negli occhi della sua ragazza. Non voleva che pensasse che lui era solo un fottutissimo codardo. Ma era così. Non aveva il coraggio di affrontare quello che per la cacciatrice rappresentava più di un padre, nonostante le divergenze. Perchè sapeva che in fondo aveva ragione. Rupert Giles aveva dannatamente ragione. Lui non era la persona giusta per Buffy. Non lo era stato Angel. E non lo era lui. Un vampiro non può essere la persona giusta. Anche se è innamorato. Anche se non può fare a meno del suo amore.
Perso nelle sue cupe riflessioni non si accorse che lei si era riavvicinata finché non si sentì sfiorare la mano. Alzò gli occhi su di lei e la vide sorridere dolcemente.
“Non ti preoccupare..” disse, nel tentativo di tranquillizzarlo. Sapeva che era teso e nervoso per tutta la situazione. E sapeva che era anche molto fragile. Ricordava con dolorosa precisione la notte appena trascorsa e avrebbe tanto desiderato rassicurarlo. Ma non sapeva come.
Gli passò le braccia attorno al collo, carezzandogli piano la nuca.
“Che ne dici di una cioccolata calda per addolcire la serata?” chiese e finalmente lo vide sorridere.
“Penso che sia un ottima idea, Pet.”
Il trillo del campanello li interruppe mentre si baciavano sulla porta della cucina.
“Dev’essere Dawn..” disse Buffy, riprendendo fiato. Lo spinse verso l’ingresso. “Dimentica sempre le chiavi.” Sorrise. “Vai tu ad aprire, le farai una bella sorpresa..” gli sfiorò le labbra con un bacio, poi si inoltrò in cucina. “Io intanto preparo la famosa cioccolata..”
Spike rimase un istante a guardarla mentre si muoveva con disinvoltura dietro l’isola poi tornò all’ingresso. Aprì la porta col sorriso sulle labbra, emozionato all’idea di rivedere la sua briciola e rimase quasi paralizzato dallo stupore quando al suo posto vi trovò invece un uomo. Un uomo che conosceva molto bene, sfortunatamente. Ma anche l’ultima persona che si sarebbe mai aspettato di vedere lì, a Roma. Robin Wood. Il figlio della cacciatrice che lui aveva ucciso, molti anni prima.
Un brivido gli percorse la schiena, mentre ricordava, con assurda precisione, quella maledetta notte di quasi un anno prima. Il garage, le croci, i ricordi. E la morte, che non era mai stata così vicina, prima di allora.
Il ragazzo fu altrettanto sorpreso di vedere di fronte a sé il suo peggiore incubo. Un incubo che credeva ormai passato. Perchè nessuno gli aveva detto che invece era più reale che mai? Forse perchè gli incubi non muoiono. Forse perchè gli ti perseguitano..finchè hai vita. Forse perchè sei ossessionato da essi.
“Spike..” balbettò, impaurito e arrabbiato. Inconsapevolmente frugò nelle tasche, cercando un paletto. Non ne aveva mai avuto bisogno, da quando si era trasferito a Roma, qualche mese prima. E si maledì di non averne nessuno con sé. Dopotutto aveva ancora un conto in sospeso, con l’essere che aveva davanti.
Un ringhio sommesso e profondo scaturì dal petto del vampiro che lo scrutò socchiudendo gli occhi. La mano abbandonò la maniglia della porta, scivolando inerte lungo il fianco e il corpo si mise in posizione di difesa, arretrando di un passo.
 Se solo avesse tentato di divertirsi nuovamente con lui, non l’avrebbe risparmiato.
“Wood..”
“Ma tu..non eri..morto?” domandò il giovane, abbandonando le ricerche del paletto. Guardò oltre la spalla del suo interlocutore. Chissà dov’era Buffy.
“Tecnicamente lo sono..” ghignò Spike, ritrovando per un attimo il consueto sarcasmo.

“Amore perchè siete così silenzio..si?” La cacciatrice scelse di apparire in quel momento, e le parole le morirono in gola quando vide l’ospite inatteso. Captò immediatamente la tensione nell’aria e volò al fianco di Spike. Gli prese la mano, facendogli capire che lei era dalla sua parte e lo sentì rigido e teso. Sembrava sul punto di scoppiare, gli occhi socchiusi venati d’odio.
“Robin..” disse, schiarendosi la voce e stringendo la mano del vampiro nella sua. “A cosa dobbiamo questa visita…inattesa?” calcò volutamente sull’ultima parola, e gli lanciò uno sguardo eloquente.
L’ex preside notò il suo gesto e capì che dall’ultima volta che li aveva visti insieme, quasi un anno prima, il loro rapporto era notevolmente evoluto. Da quanto Buffy gli nascondeva quella doppia..vita? Era quella dunque la ragione che l’aveva spinta in tutta fretta a Los Angeles, dopo il ritorno di Andrew? E perchè il giovane osservatore non aveva detto nulla? Sapeva della presenza del vampiro?
“Buffy..” disse, facendo un passo verso di lei. Decise volutamente di ignorare l’assassino di sua madre. Forse se non insospettiva la cacciatrice sarebbe riuscito finalmente ad avere la sua vendetta.
“Ero venuto a riportarti questo..” ed estrasse un agenda dalla copertina rossa. “l’avevi dimenticata nella mia auto.” Calcò sull’ultima parola, lanciando uno sguardo fugace al vampiro, immobile e silenzioso. Lo vide trasalire e ne gioì internamente. Doveva imparare chi comandava.
La ragazza afferrò l’agenda, ringraziandolo con un cenno. Si aspettava che lui se ne andasse, ma il ragazzo tentennava sulla porta. Quella situazione iniziava a darle sui nervi e sapeva che Spike non l’avrebbe retta a lungo. Si maledì per non avergli parlato prima del suo..collaboratore. non voleva che lo scoprisse così, dopo la fatica che aveva fatto affinchè si fidasse di lei.
“Grazie Robin..” affermò, cercando di apparire disinvolta. “Ma ora se vuoi scusarci..” aggiunse, e cercò di spingerlo gentilmente verso la porta.
Il giovane arretrò di un passo, ma non si lasciò intimidire. Aveva perfettamente capito che lei lo voleva fuori dalla sua casa. Ma aveva ancora un asso da giocare.
“Buffy..” prese fiato. Alzò lo sguardo su di lei. “Mi chiedevo se..ti andava di uscire con me stasera..”
La cacciatrice sgranò gli occhi, incredula. Sentì la mano di Spike stringersi convulsa nella sua, per poi rilasciare la presa e scivolare via. Lo vide arretrare verso il muro. Scosse la testa, lanciando un occhiata furiosa al suo..collega.
“Non credo sia il caso..” dichiarò, alzando di un tono la voce. “Come vedi..” e accennò col capo al vampiro al suo fianco. “Sono occupata..”
E Wood abbandonò la maschera, rivelandosi per ciò che era.
“Voi due state..insieme?” chiese, inorridito.
La ragazza annuì. Sostenne il suo sguardo senza timore. Non aveva più paura a dire la verità.
“Buffy tu non ti rendi conto..lui..è..”
Lei non lo lasciò finire. Con un gesto secco lo spinse oltre la porta.
“No sei tu a non renderti conto che stai rovinando la serata a me e al mio ragazzo. Io e Spike stiamo insieme. Non so davvero dove ci porterà questa relazione ma non m’importa. Lo amo e tutto ciò che desidero è stare con lui. dillo pure a Giles, se lo vedi. Dopotutto siete uguali, voi due, la pensate alla stessa maniera.” Fece una pausa, riprendendo fiato. “Non credere che abbia dimenticato ciò che avete fatto alle mie spalle e, credimi, fa ancora male. Allora era la missione ma ora è diverso. Se solo provi ad avvicinarti ancora a lui…” lasciò volutamente la frase in sospeso, godendo dell’effetto che il suo discorso aveva provocato in lui. Si sentiva molto più leggera adesso. Come se si fosse liberata di un peso che si portava dietro da troppo tempo.
“Se ora vuoi scusarci..” non gli lasciò il tempo di replicare..e gli chiuse la porta in faccia. Si voltò, appoggiando la schiena allo stipite, e chiuse gli occhi, lasciando uscire un sospiro di sollievo. Quando li riaprì vide Spike ancora immobile accanto a lei. Non aveva ancora detto una parola. Gli si avvicinò, sorridendogli dolcemente.
“Amore, va tutto bene?” chiese, sfiorandogli la mano.
Lui la guardò, sfuggendo alla sua carezza. Una miriade di emozioni gli affollavano il cuore. Era stato sul punto di ucciderlo. Se non si fosse trattenuto gli avrebbe volentieri staccato la testa dal collo, ed era sicuro che Buffy non l’avrebbe fermato. E poi le parole della sua ragazza. Stentava ancora a crederci. Sembrava..un sogno. Doveva esserlo. Lei aveva appena dichiarato di amarlo di fronte a quell’uomo, che aveva apertamente dimostrato il suo odio. Non poteva essere capitato veramente.
“E’ successo veramente?” chiese, più a sé stesso che a lei. Cercò di sorridere, ma aveva un groppo che gli serrava la gola, e sentiva gli occhi inumidirsi di lacrime. Maledetto vampiro sentimentale. Vide Buffy annuire, e accarezzargli piano una guancia. Gli posò un bacio delicato sulle labbra.
“Andiamo a fare questa benedetta cioccolata?”

Capitolo 17

Spike se ne stava appollaiato sullo sgabello di fronte all’isola, dietro la quale Buffy si muoveva con grazia. Erano quasi dieci minuti che non apriva bocca, troppo preso nelle sue riflessioni. Nella sua mente rivedeva quant’era accaduto poco prima. E ancora non riusciva a credere che fosse vero.

“No sei tu a non renderti conto che stai rovinando la serata a me e al mio ragazzo. Io e Spike stiamo insieme. [..] dillo pure a Giles, se lo vedi. [..]Non credere che abbia dimenticato[..]e, credimi, fa ancora male. Allora era la missione ma ora è diverso. Se solo provi ad avvicinarti ancora a lui…”

Ricordava con assoluta precisione ogni singola parola lei aveva detto. Eppure faticava a convincersi che ciò fosse reale.
“Come sei silenzioso..” la sua voce dolce si insinuò nei suoi pensieri, riportandolo alla realtà. Aprì gli occhi e se la ritrovò davanti, bella e sorridente. Sembrava così serena e tranquilla, come non lo era mai stata. Come se quello che aveva detto neanche dieci minuti prima fosse assolutamente naturale. Indossava ancora gli abiti da lavoro ma aveva sciolto i capelli e in mano teneva due tazze fumanti. Ne appoggiò una di fronte a lui. L’aroma avvolgente della cioccolata raggiunse le sue narici. Prese la tazza tra le mani, assaporando il calore che essa emanava, riscaldando la sua pelle gelata. La portò lentamente alle labbra, gustandone anche il sapore. Non le aveva ancora risposto.
La sua mente ripercorreva in continuazione gli avvenimenti di poco prima, come volesse ben imprimerli nella memoria, per rassicurarsi che fossero davvero reali.
“Spike..” si sentì chiamare da lei, ma non vi badò. Era troppo concentrato a seguire il corso aggrovigliato dei suoi pensieri. Aggrottò le sopracciglia.
Appoggiò la tazza sul ripiano con un leggero tonfo e alzò gli occhi sulla ragazza che aveva davanti.
“Perché non mi hai detto di lui?”
La cacciatrice fu scossa da un brivido impercettibile. Il liquido scuro tremò appena dentro la tazza. La depose con cura sul ripiano. Sapeva che sarebbe successo. Si maledì, per non avergliene parlato prima. Prese un respiro, prima di rispondere.
“L’avrei fatto..” spostò gli occhi in direzione dell’ingresso.”Ma qualcuno non me ne ha lasciato il tempo.” Abbassò lo sguardo sulla cioccolata fumante. Si strinse nelle spalle. “Non era importante, comunque.”
“Sei uscita con lui?”
Buffy allargò gli occhi per la sorpresa. Spostò lo sguardo sul vampiro. Sembrava piuttosto serio. E maledettamente tranquillo. Come se quella conversazione non lo riguardasse.
 “Stai scherzando?”
Spike scosse il capo. “Sei uscita con Wood.” insistette.
“No!” gridò lei esasperata. Non voleva litigare ma lui non sembrava dello stesso avviso.
“E allora perchè non me ne hai parlato?”
“Cristo Spike non mi sembra che abbiamo avuto molto tempo per..parlare. sei qui da due giorni e quand’eravamo a Los Angeles, beh..sinceramente era l’ultimo dei miei pensieri.” Si appoggiò allo schienale della sedia, riprendendo fiato. “Comunque no..” riprese, senza dargli il tempo di replicare. “Non ci sono uscita. Siamo..colleghi di lavoro, e questo è tutto. Eppure mi pareva di essere stata abbastanza chiara, prima. Oppure sei diventato sordo?”
Quell’ultima affermazione lo fece sorridere, sciogliendo finalmente la tensione. Si allungò sull’isola, cercando un contatto con lei.
“Scusa, amore. Non dovrei dare troppo spazio al mio cervello.” Le strinse la mano, ridacchiando. Poi tornò serio.  “Finché avrò vita non scorderò una sola parola di ciò che hai detto poco fa. Solo..è stato tutto troppo maledettamente bello per essere vero. E non riesco a credere alla fortuna che ho davanti. Ho alle spalle un secolo di sangue e morte, Buffy. Come posso pensare di meritare qualcosa di così puro e luminoso come il tuo amore?”
Una lacrima scivolò lungo la guancia della cacciatrice. Raggiunse l’altra mano del vampiro, stringendola nella sua. Si alzò in piedi, allungandosi attraverso l’isola, e gli sfiorò le labbra con un bacio.
“E’ tutto vero amore. So che non è facile ma, ti prego, credimi quando dico che ti amo. Perchè è reale.” Gli accarezzò le guance. “Ti fidi di me?”
“Mi fido di te..” chiuse gli occhi, e si lasciò baciare, cullandosi in quel meraviglioso sogno.

“Buffy..sei in casa?!?” Un grido e rumori di passi provenienti dall’ingresso. E poi la ragazzina fece il suo ingresso in cucina. “Buffy sei…..Spike!!”
L’esclamazione di felicità di Dawn divise i due amanti, colti in flagrante mentre si baciavano. La cacciatrice si allontanò, sistemandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Sorrise alla sorella.
Spike si voltò, illuminandosi di gioia nel rivedere finalmente la sua briciola. Si alzò in piedi, felice ma allo stesso tempo timoroso di come lei avrebbe reagito.
“Briciola..” esclamò e in un attimo se la ritrovò tra le braccia. Le accarezzò i capelli, aspirandone il profumo. Dio quanto le era mancata. La scostò per guardarla, mentre la sorella maggiore osservava la scena commossa. Era così bello rivederli insieme. E la sua famiglia..finalmente riunita. Perchè desiderava con tutto il cuore che Spike facesse parte della sua famiglia..per sempre.
Il vampiro era visibilmente emozionato. Era così diversa dall’ultima volta che l’aveva vista, quasi un anno prima. Così bella, così cresciuta.
“Sei una donna ormai..” le disse, orgoglioso della sua piccola massa d’energia.
“Tu invece non sei cambiato per niente..” ridacchiò lei, e lo abbracciò di nuovo. Poi lo prese per mano e lo trascinò per il corridoio.
“Non ti dispiace se te lo rubo per un po’, vero Buff?” gridò alla sorella. “Deve aiutarmi a scegliere l’abito adatto per stasera..”
“Perché, esci?” domandò la cacciatrice, perplessa.
“Sì!”
“E con chi?”
“Con Andrew.” E si chiuse in camera.
Spike appoggiò le spalle alla porta e incrociò le braccia al petto. Rimase un istante in silenzio, osservando la ragazza.
“Che ne dici di questa?” domandò lei, mostrandogli una camicetta che aveva estratto dall’armadio.
Il biondo annuì distrattamente.
“Non mi hai chiamato qui per consigliarti l’abbigliamento per stasera, vero?”
La giovane Summers lasciò cadere l’indumento sul letto e lo fissò negli occhi. Scosse il capo.
“No..hai ragione. Io, ti devo parlare, Spike.” Lo invitò a sedersi accanto a lei. Lui non si mosse.
Dawn abbassò lo sguardo e, torcendosi nervosamente le mani, iniziò a parlare.

Rientrarono in soggiorno circa mezz’ora più tardi. La ragazzina era vestita e pronta per uscire. Il trucco perfetto però non riusciva a nascondere agli occhi della sorella lo sguardo arrossato e ancora lucido di lacrime. E anche Spike sembrava commosso.
Buffy sapeva che avevano bisogno di chiarire. Sapeva che Dawn si sentiva terribilmente in colpa per non essere riuscita a chiedergli scusa.

Prova solo a toccare di nuovo mia sorella, e ti risveglierai in fiamme..”

E per aver trascorso quasi un anno in fianco a lui senza avergli mai realmente parlato. Quand’era bruciato, insieme a Sunnydale e alla Bocca dell’Inferno aveva finto indifferenza. Come la sorella. Ma in fondo soffriva per la sua perdita, quanto e forse più di lei. E non aveva approvato, né appoggiato la decisione di lasciare la California, e l’America. Roma non le era mai piaciuta più di tanto e sognava solo di ritornare nel suo paese natale, magari a Los Angeles. E chissà forse ora..con Spike…
“Non ho nulla da perdonarti, Briciola..” le aveva risposto lui, davanti alle sue scuse. E lei si era sentita morire. Forse era troppo tardi.  “Semplicemente perchè non ho alcun motivo per essere in collera con te.” Aveva aggiunto e le lacrime da troppo tempo trattenute avevano iniziato a sgorgare. E poi l’aveva abbracciata, stringendola forte.
“Mi sei mancato Spike..”
“Anche tu, Briciola..anche tu..”

“Allora io vado..” mormorò Dawn, torturandosi l’orlo della gonna. Buffy sorrise. Sì. Ogni ombra era sparita. Ora potevano davvero essere una famiglia. Si avvicinò alla sorella, posandole un bacio delicato sulla fronte.
“Non fare tardi, ok? E se hai bisogno, usa quell’apparecchio chiamato cellulare per chiamarmi, va bene?”
La piccola Summers annuì, e un sorriso tornò finalmente a illuminare il suo bel viso. Raccolse la borsa e la giacca e si avviò all’ingresso. A metà strada si bloccò, come se avesse dimenticato qualcosa di importante. Si voltò e rapidamente raggiunse Spike. Gli posò un bacio sulla guancia e fuggì via, lasciandolo immobile e commosso dal gesto.
Buffy lo raggiunse da dietro e gli circondò la vita con le braccia, posandogli il mento sulla spalla.
“Finalmente soli..” gli mormorò all’orecchio. E senza attendere risposta lo trascinò verso il divano.
Crollarono abbracciati sul divano. Le mani si cercarono e le labbra si unirono. William si rigirò nel suo abbraccio, approfondendo quel bacio sfiorato. Le accarezzò piano la guancia, scostandole i capelli dal viso. Poi scese a mordicchiarle il collo, strappandole gemiti di piacere. Le mani di lei scivolarono lungo la sua schiena, attirandolo più vicino. Cercò di nuovo le sue labbra, seguendone il contorno con la lingua e invitandola a dischiuderla.
Proprio mentre approfondivano il bacio il cellulare della cacciatrice iniziò a squillare. La ragazza si staccò dal vampiro con un gemito di frustrazione.
“Lascialo suonare..” implorò lui, trattenendola per la vita.
La ragazza si sciolse dolcemente ma con fermezza dalla sua stretta.  “Non posso..” gli posò un bacio sulle labbra. “Ma ti prometto che me ne libero subito, ok? Tu non muoverti..” E si alzò, prendendo il telefono, appoggiato sul tavolino.
Rispose con ancora il sorriso sulle labbra, ma quando udì la voce dall’altro capo del filo la sua espressione iniziò a mutare.
Si spostò dal divano, voltando le spalle al vampiro, che appariva finalmente rilassato. E forse lo era davvero. L’incontro con Dawn l’aveva tranquillizzato su cosa lei pensasse del loro rapporto. Ed era felice di sapere che approvava. Nonostante tutti i suoi dubbi e le sue incertezze un filo di speranza si stava facendo strada in lui. Non prestò attenzione alla telefonata della sua ragazza e non si accorse che quando rientrò il suo umore era cambiato.
La afferrò per la vita, trascinandola a sedere sul suo grembo. Lei si scostò bruscamente, troppo turbata per nascondergli il suo nervosismo. Si rialzò in piedi, respirando a fondo.
“Luv, che succede?” domandò Spike, improvvisamente preoccupato. Si alzò, seguendola con lo sguardo.
“Nulla di cui preoccuparsi.” Disse, cercando di celare la sua inquietudine. Evitò di incrociare i suoi occhi. Sapeva che se l’avesse fatto, non sarebbe riuscita a mentirgli.
“Un piccolo problema col lavoro.” Si mosse verso il corridoio. “Faccio presto..”
“Ok, vengo con te..”
“No!” gridò lei voltandosi di scatto. Lo sguardo del vampiro si allaegò, allarmato dal suo urlo. “Voglio dire..” proseguì la ragazza, cercando di calmarsi. “E’ una cosa da niente, non è necessario che tu venga..”
Si avviò velocemente verso la sua camera da letto. Spike le fu accanto in un attimo. La afferrò per le spalle, costringendola a voltarsi.
“Che succede, pet?” le alzò il viso, forzandola a incontrare i suoi occhi. E lei non fu più in grado di mentire.
“Si tratta di Dana..” disse, in un sussurro.

Capitolo 18

“Scordatelo!”
“Spike, ti prego..”
“No..”
“Ascoltami..per favore..”
“Non mi terrai fuori da questo, Cacciatrice..”
Buffy si bloccò di colpo. Quell’ultima parola era stata un colpo diretto al cuore. Era da tanto che non la chiamava così. E non si trattava di un complimento. L’aveva sputata con rabbia, quella parola. Erano dieci minuti che discutevano nel corridoio. Spike era furibondo. Non l’aveva mai visto così arrabbiato.

“Dana è fuggita”

Gli aveva detto, con sguardo basso e voce tremante. Lui non aveva reagito. Non subito. Era rimasto immobile, gli occhi blu spalancati, rigido come una statua. Poi lentamente, e inconsapevolmente si era stretto le braccia al corpo, come a proteggersi. Ed era indietreggiato di un passo. Come se avesse paura. Della cacciatrice. Di lei. Così gli aveva chiesto di rimanere a casa. Era convinta fosse la scelta migliore.

“Non è necessario che tu venga..”

Aveva mormorato, cercando di dare un tono tranquillo alla sua voce. Anche se aveva la morte nel cuore. Sperava che lui capisse. Sperava che capisse che era meglio per tutti, specialmente per la sua sicurezza, se non andava. Sperava capisse le sue ragioni. Invece no. Ed era esploso.
Si era risvegliato dal quel suo strano coma e l’aveva fulminata con lo sguardo. Maledizione.
“Spike..” tentò ancora di farlo ragionare.
“No.” Ribadì lui, testardo. Aveva una fottuta paura ma non poteva dargliela vinta. Non a lei. Non alla cacciatrice che l’aveva spezzato. Comprendeva la preoccupazione di Buffy ma non poteva soccombere nemmeno a quella. Lui doveva affrontarla. Ma non aveva fatto i conti con la testardaggine della sua ragazza.
“Tu non verrai!”
“Non me lo puoi impedire..”
“Certo che posso..”
“Oh oh..hai una cantina dove incatenarmi anche qui, Slayer?” era ironico ora. E il tono della sua voce era uscito più velenoso di quanto avesse voluto.
Lo sguardo di Buffy divenne di fuoco.
“Smettila di chiamarmi così.”
“Una volta ti piaceva..” ghignò lui, con cattiveria, e un lampo dorato attraversò i suoi occhi. Era il suo modo di difendersi, e lei lo sapeva. Ma non poteva impedirsi di restarci male. Si era innamorata di lui anche per questo no? Di quel lato oscuro che tanto l’attirava. Ma non voleva, e non poteva dargliela vinta.
“Spike..” tentò di nuovo, addolcendo il tono. “Cerca di ragionare..” era un implorazione, la sua.
E lui se ne rendeva perfettamente conto.  Ma non doveva cedere.
“Non sono una dannata checca, Buffy.”
“Non ho mai pensato che lo fossi..”
“E allora lasciami venire..”
“No.”
“Perché?”
“Perché ho paura.”
Ecco, finalmente l’aveva ammesso apertamente. E quell’ammissione l’aveva colpito al cuore. Lo sapeva, eppure sentirselo dire faceva male.
Si avvicinò piano a lei. Alzò la mano lentamente, e le sfiorò la guancia con una delicata carezza. Entrambi avevano gli occhi pieni di lacrime.
“Non devi aver paura, amore.” Le sussurrò.
Buffy appoggiò il viso sulla sua mano, godendo del contatto, e chiuse gli occhi. Non era così che aveva immaginato quella sera. Ci aveva pensato tutto il giorno. Avrebbe voluto portarlo fuori. Sarebbero andati a cena, e poi gli avrebbe fatto vedere la città dove viveva. Avrebbero passeggiato sul lungo Tevere e poi sarebbero tornati a casa. E avrebbero fatto l’amore sino ad addormentarsi. Invece nulla di tutto quello era accaduto. Prima l’intrusione di Wood, e ora questo. No. L’avrebbe impedito. A qualunque costo. Riaprì gli occhi e si scostò da lui.
“Non voglio che tu la incontri..” disse, seria.
Spike allargò le braccia, esasperato.
“Buffy..”
“No..”
Non gli lasciò il tempo di replicare. Si voltò e corse verso la sua camera. Wood sarebbe arrivato a minuti. Stava per chiudere la porta quando William la raggiunse e la bloccò con la mano.
“Pet..”
“Non voglio che tu l‘affronti ok?E ora lasciami vestire..”
“No!” Spike spalancò del tutto la porta ed entrò con furia nella stanza. “Non trattarmi come un povero essere indifeso Buffy. Non lo sono.”
“Spike..”
“Sono un vampiro, maledizione. Ho ucciso due cacciatrici. Non mi farò intimorire da una pazza.”
“Lei ti ha quasi ucciso.”
“Lo so. E ho paura, credimi. Ma non posso fuggire. Non è nel mio carattere nascondermi. E non lo farò.”

“Non è così che avevo immaginato la nostra serata.” Mormorò Buffy, mestamente.
Stavano girando per le vie di Roma, alla ricerca di Dana. Si erano divisi in due squadre, lei e Spike e Robin con Andrew.
Il giovane osservatore era rientrato mezz’ora prima all’inseguimento di Dawn, furiosa per l’appuntamento mancato.
“Ti odio!” gli aveva urlato, in lacrime, ed era andata a chiudersi in camera.
“Dawn..mi dispiace..” le aveva sussurrato lui, mortificato. Immobile nel corridoio non aveva osato alzare lo sguardo.
La cacciatrice aveva fatto un passo per seguire la sorella, ma il vampiro l’aveva fermata, posandole una mano sul braccio.
“Ci penso io..” le aveva detto. E in quello stesso momento era arrivato anche Wood.
Non ci era voluto molto. L’aveva raggiunta in camera e le aveva parlato. Erano state sufficienti poche parole.
“Vattene, Spike..” aveva protestato debolmente la giovane Summers, con il volto affondato sul cuscino. Spike non l’aveva ascoltata, e si era seduto accanto a lei sul letto.
“Il ragazzo ti vuole bene..” le aveva detto, accarezzandole dolcemente i capelli.
“Come fai a saperlo?”
“Lo so..” aveva affermato. “Lo vedo da come ti guarda. Potrebbe essere quello giusto. È un bravo ragazzo.” E aveva sorriso, all’idea di ritrovarsi Andrew come cognato. E subito si era rabbuiato. Era folle anche solo pensarci, ad una cosa simile. E quasi non si era accorto che Dawn aveva smesso di piangere, e si era voltata verso di lui.
“Portaci via, Spike. Me e mia sorella. Riportaci a Los Angeles.” E l’aveva abbracciato, con gli occhi ancora pieni di lacrime.
William era rimasto turbato e senza parole. Confusamente aveva ricambiato l’abbraccio, sentendo gli occhi inumidirsi. Quante volte aveva pianto ormai in così pochi giorni?
Stupido, dannato, vampiro sentimentale.
“Me lo prometti, Spike?”
“Te lo prometto, Briciola.”
Quand’era tornato nel corridoio, ancora scosso dalle parole di Dawn, aveva trovato Buffy, Wood e Andrew che l’aspettavano.
Il ragazzino si era subito fatto avanti, ansioso.
“Allora, come sta? È tanto arrabbiata?” aveva chiesto, con voce sottile. Sembrava sull’orlo di una crisi isterica.
L’ex preside appariva infastidito. Buffy invece era imperturbabile. Appoggiata al muro, le braccia conserte, gli aveva lanciato solo una fugace occhiata, quand’era uscito, poi era tornata a fissare un punto indefinito di fronte a sé. Ma lui sapeva che vi era una muta domanda, in quello sguardo. L’aveva sfiorata con una mano, mentre le passava accanto e annuiva ad Andrew. E lei aveva capito. Aveva afferrato il suo paletto e l’aveva seguito all’ingresso.
“Deve per forza venire anche lui?” aveva borbottato Robin,mostrando tutto il suo disappunto.
“Sì.” Aveva risposto la cacciatrice, senza degnarlo di un occhiata.
“Spike, forse tu non dovresti venire, dopo quello che è successo a Los Angeles.”
Tutti si erano bloccati sul pianerottolo dopo quell’uscita di Andrew. Spike era gelato mentre Buffy l’aveva fulminato con lo sguardo.
“Perché, cos’è successo?”aveva chiesto Wood, incuriosito.
“Spike ha già incontrato Dana, a Los Angeles. Lei l’ha quasi ucciso. Se non fossimo intervenuti noi in tempo…”
“Peccato che non ci sia riuscita…” aveva mormorato l’ex preside, voltandosi lentamente a guardare il vampiro.
“Ma ha lasciato il segno.” Aveva replicato Spike. Con altrettanta lentezza si era avvicinato a Robin e aveva alzato la mano all’altezza del suo viso. La manica della giacca era scivolata verso il basso, lasciando intravedere la profonda cicatrice ancora evidente sul suo polso.
Un lampo dorato aveva attraversato per un attimo i suoi occhi, poi l’aveva oltrepassato, e aveva sceso velocemente le scale. Non aveva detto più una parola da quel momento.

“Spike?” lo chiamò la cacciatrice, sfiorandogli leggermente il braccio, mentre camminavano.
“Non ti preoccupare, pet. Ci saranno altre occasioni.” Rispose lui, voltandosi brevemente a guardarla. Riusciva a leggerle negli occhi la sua preoccupazione. Sospirò.
“Che c’è?”
Buffy si morse il labbro inferiore. Era impossibile, nascondergli i suoi sentimenti. Gli lanciò uno sguardo di sfuggita.
“Sei proprio sicuro di voler venire?” domandò, incerta, torturando il paletto con le dita. “Magari potresti..”
“Ne abbiamo già parlato, Amore.”
La ragazza esalò un altro sospiro, rassegnata all’evidenza. Era inutile, tentare di convincerlo, ormai.
“Almeno promettimi che le starai lontano.”
“Buffy..”
“Spike..” si fermò, mettendosi di fronte a lui. lo fissò negli occhi. “William.” Lo chiamò dolcemente, accarezzandogli piano una guancia. “Non lo potrei sopportare, se ti facesse male di nuovo.”
“Amore..”
“Promettilo..”
“Te lo prometto.” E sigillò la sua promessa con un bacio delicato.

Ripresero a camminare. Di tanto in tanto le loro mani si sfioravano finché Buffy non gli e la strinse, intrecciando le dita con le sue.
“Sapessimo almeno dove andare..” sospirò ad un certo punto. Stavano camminando da quasi un’ ora ormai, ma della cacciatrice pazza nemmeno l’ombra.
“Sento il suo odore, ma non riesco ad individuare la sua scia.” Mormorò il vampiro, con sguardo triste.  Improvvisamente, un odore tanto familiare e più forte degli altri arrivò alle sue narici. Un basso ringhio uscì dal suo petto, mentre gli occhi si tingevano d’oro.
“Spike, che succede?” chiese Buffy, allarmata dal suo cambio d’umore.
“Sangue.” Sussurrò William, puntando lo sguardo ad un isolato di distanza. Lo indicò con il mento. “Il suo sangue.” Aggiunse. E si mosse in direzione di una fabbrica abbandonata.

Capitolo 19

“Entro da sola.”
“Scordatelo..”
“Spike..”
“Non ricominciare..”
“Me l’hai promesso.”
William si appoggiò con la schiena al muro, sospirando. Aveva ragione. L’aveva promesso. E del resto, in fondo non si sentiva di affrontarla. Per quanto avesse cercato di fare il duro. Per quanto provasse ad essere forte con gli altri aveva una paura fottuta di ritrovarsi di fronte a lei. Di fronte al suo peggiore incubo. Di fronte a chi l’aveva reso così debole.
Quando aveva saputo della sua fuga l’istinto aveva prevalso sulla paura. Aveva pensato che affrontandola avrebbe superato ogni cosa. E sarebbe tornato ad essere quello di prima. E forse sarebbe riuscito a vivere con più serenità il rapporto con Buffy.
Invece ora che il momento era arrivato si stava tirando indietro. Di nuovo.
Stupido vampiro vigliacco.
Annuì in silenzio e la guardò entrare nella fabbrica abbandonata. Da sola. Cacciatrice contro cacciatrice. Forza contro pazzia.
Si lasciò scivolare lungo la parete, accucciandosi in un angolo. Si accese una sigaretta. Fumò in silenzio per alcuni istanti. Non un rumore giungeva dall’interno. E se avesse preso un abbaglio? Se Dana non fosse lì? Chiuse gli occhi e annusò l’aria. L’odore metallico del sangue s’insinuò nel suo corpo, facendolo fremere. Il suo demone emise un basso ringhio, premendo per uscire. Non poteva sbagliare. Lei era là dentro. Insieme all’unica ragione della sua esistenza. Come poteva permetterlo? Quando l’obbiettivo era lui?
“Promettilo.”
“Te lo prometto.”
Dannate promesse. Gettò la sigaretta e si rimise in piedi. Si scostò dalla parete e decise di controllare il perimetro dell’edificio. Doveva fare qualcosa per tenere la mente occupata. Altrimenti sarebbe impazzito. Era dannatamente preoccupato per la sua ragazza. Dana non era da sottovalutare. La forza, unita alla sua pazzia la rendevano quasi invulnerabile. Una potenza in grado di distruggere qualsiasi cosa incroci il suo cammino. Anche se si tratta dell’unica. Anche se si tratta di Buffy.
I dintorni della fabbrica erano deserti. Si fermò indeciso all’ingresso. Che doveva fare? Attendere paziente come aveva promesso o entrare a cercarla? Stava passando troppo tempo.  Prima di addentrarsi nel fabbricato Buffy aveva chiamato Robin ed Andrew, pregandoli di raggiungerla al più presto. Ma nemmeno loro si erano ancora fatti vedere.
All’improvviso il rumore di vetri infranti seguito da un grido acuto si riversò nell’aria, facendolo sussultare.
Un brivido gli trapassò la schiena mentre sentiva, con dolorosa chiarezza che lei era in pericolo. Un ringhio basso e disperato uscì dal suo petto. E stavolta non impedì al suo demone di emergere. Perchè aveva bisogno di lui. perchè aveva bisogno di tutta la forza possibile. Perchè anche lui l’amava.
Al diavolo le promesse. Con un calcio sfondò la porta. E sparì all’interno.

Buffy avanzava lentamente per i corridoi bui della fabbrica. L’unica luce proveniva dai lampioni all’esterno, che filtravano attraverso le finestre rotte. Si muoveva con cautela, stringendo il paletto nella mano. Un paletto che contro un umana non le sarebbe assolutamente servito.
Deformazione professionale. Sbuffò, facendolo roteare tra le dita. Si chiese quanto di umano avesse in fondo..una cacciatrice. E quanto umana fosse..Dana. Li aveva sempre protetti lei..gli umani. Era la cacciatrice. E il suo dovere era difendere l’umanità dal male. Dai demoni. Dai vampiri.
Era buffo. Pareva che quella notte il mondo si fosse capovolto. In quel momento si trovava lì per difendere l’uomo che amava. Un vampiro.
Spike.
Chissà che stava facendo ora, la ragione della sua esistenza. Sicuramente era preoccupato. Riusciva a vederlo, appoggiato al muro che fumava per scaricare la tensione. Rise brevemente, immaginandosi la scena. Poi tornò seria. Sarebbe andato tutto bene. Avrebbe catturato Dana, lasciandola nelle mani esperte di un equipe di medici. E Spike sarebbe stato salvo. E finalmente libero da quell’ossessione che gli tormentava l’esistenza. E forse sarebbero persino riusciti ad avere la loro sospirata serata romantica.
L’infrangersi improvviso di un vetro, seguito da un grido acuto squarciò il silenzio inquietante della fabbrica. Strinse il paletto con forza, allertando i sensi. Il rumore sembrava provenire dalla sezione centrale dell’edificio. Scorse una porta poco distante e avanzò velocemente verso di essa. Sentiva che Dana era vicina. Molto vicina. Spinse l’uscio con cautela ed entrò nella grande stanza. Era fiocamente illuminata dalle luci azzurrastre dei neon e appariva deserta. Le pareti erano imbrattate di sangue. Un brivido le attraversò la schiena, mentre si fermava al centro del locale. Si guardò intorno. Il luogo appariva deserto ma permeato della sua presenza. Come se lei fosse da qualche parte. O ovunque.
Un rumore indistinto attirò la sua attenzione. Fece un passo in avanti. Nello stesso istante qualcosa la colpì alla spalla, provocandole un dolore acuto e imprevisto. Cadde riversa sul pavimento, mentre Dana atterrava su di lei.
Cazzo! Stupida Buffy. Ti sei fatta fregare come un ingenua. Rotolò via prima che Dana la colpisse di nuovo e si rialzò in piedi, tenendosi la spalla dolorante.
Fatta eccezione per le sedute d’allenamento era da tempo che non combatteva veramente. E forse aveva perso l’abitudine.
La giovane cacciatrice indossava abiti laceri, i capelli ricadevano scomposti sulle spalle mentre gli occhi neri erano iniettati di sangue. In mano teneva un coltello.
Iniziò a girare intorno a lei, osservandola come un predatore osserva la sua preda, prima di ucciderla. Buffy la seguiva con lo sguardo, senza muoversi. Era indecisa su  farsi. Non sapeva se affrontarla con la forza  provare a parlarle.
“Così..tu sei la cacciatrice.”
La sua voce ruppe il silenzio e fece trasalire Buffy. Continuò a seguire i suoi passi attorno a lei.
“Mi conosci?”
“Mi ricordo di te.”
“Sono qui per aiutarti..”
“E’ colpa tua!”
Buffy allargò gli occhi per lo stupore. Non fece in tempo a capire il senso delle sue parole che Dana la attaccò di nuovo. Schivò il suo colpo per pochi centimetri, finendo malamente a terra con la spalla già colpita.
Decisamente quella non era la sua serata. Dana stava dimostrando di essere molto forte. Una forza primordiale, ancora da forgiare. Era evidente che lasciava che fosse il suo istinto a guidarla.
Dalla sua parte Buffy aveva anni di esperienza e allenamenti. Ma sarebbe stata una dura battaglia. Faticosamente si rialzò in piedi pronta a parare un nuovo attacco.
“Slayer!” All’improvviso una voce. La sua voce. L’avrebbe riconosciuta tra mille. Rabbrividì mentre Dana si fermava e si voltava verso l’intruso. Verso il suo nuovo obbiettivo.
Spike.
Non l’aveva sentito arrivare. Silenzioso ed inquietante come un ombra Avanzava lentamente verso di loro, lo spolverino che si alzava ad ogni suo passo.  Il suo sguardo brillava di una luce strana. I suoi occhi avevano il colore del mare in tempesta ed erano venati d’oro colato. Segno che il suo demone si era ritirato da poco.
Buffy  cercò i suoi occhi ma lui evitava abilmente di guardarla. Se solo l’avesse fatto sarebbe stato perduto. E avrebbe miseramente fallito.
Si fermò a pochi passi dalle due cacciatrici, il viso rivolto verso la più giovane. Teneva le mani avanti, in segno di resa. Sui polsi brillavano, profonde ed inquietanti, le sue cicatrici.
“Slayer.” Ripetè. “Sono qui.”

Quello che accadde in seguito fu visto da Buffy come fosse un incubo. Dana si avvicinò lentamente al vampiro, gli occhi iniettati di sangue. Spike rimaneva immobile, le braccia tese in avanti, lo sguardo fisso sulla cacciatrice. Le sue intenzioni erano chiare. Non avrebbe combattuto. Si era arreso.
“Non voglio farti del male.” La sua voce era bassa, a tratti suadente, ma anche triste e rassegnata.
La lama d’acciaio brillò nella fioca luce del capannone, mentre la cacciatrice si fermava a pochi passi da lui.
“Tu sei malvagio. E meriti di morire.”
“Lo so.”
Buffy assisteva impotente alla scena. Si sentiva come paralizzata dal terrore. Terrorizzata dalla paura di perderlo. Scosse il capo con forza. No no no. Non poteva. Non di nuovo.
Il coltello saettò nell’aria, pronto a colpirlo. E finalmente reagì.
“No!” gridò con rabbia, prima di gettarsi su Dana, cadendo insieme a lei. Il coltello finì sul pavimento. Buffy si rialzò velocemente, nonostante il dolore lancinante alla spalla e si pose davanti a Spike.
“Buffy..” la chiamò lui. Perché, avrebbe voluto chiederle. Non merito di essere difeso, avrebbe voluto dirle. Ma non lo fece, perchè in quel gesto William vide tutto l’amore che lei provava per lui. era così vicina. Se solo avesse allungato appena un po’ la mano l’avrebbe sfiorata.
Invece fu Buffy, facendo un passo indietro, a lambire con le dita il suo braccio, scendendo lungo il polso, fino a stringergli la mano.
“Non ti avvicinare.” La sentì ringhiare, rivolta a Dana.
La giovane cacciatrice era sconcertata e confusa. Aveva visto le loro mani unite e aveva dimenticato, per un attimo, il suo obbiettivo. La sua vendetta. Il coltello giaceva abbandonato sul pavimento.
“Lo stai difendendo.” Non era una domanda, la sua.
“Sì.”
“Perché? Lui..lui è malvagio. Lui è un mostro.”
“Lui è l’uomo che amo.” E lo sentì tremare, il suo uomo, dietro di lei.
Anche Dana ebbe un fremito. Non capiva. Non riusciva a capire. Eppure, nella sua pazzia, riusciva a percepire l’immenso amore che legava il vampiro alla cacciatrice. Un amore che andava al di là della vita e della morte. Un amore che abbatteva le barriere del bene e del male. Un amore che andava contro ogni logica terrena e sovrannaturale.
Scosse il capo, stringendo le braccia al petto, come per infondersi calore. Anche lei voleva essere amata. Aveva freddo e sentiva le lacrime iniziare a bagnarle le guance. Da quanto tempo non piangeva?
“Lascia che ti aiuti.” Mormorò dolcemente Buffy. Lasciò la mano di Spike e si avvicinò a lei. La prese tra le braccia e insieme crollarono sul pavimento. La ragazza non si ritrasse e si abbandonò a quell’abbraccio, gemendo e piangendo.
“Aiutami..” implorò, con voce spezzata dalle lacrime. “Ti prego aiutami..”
“Ti aiuterò..”

“Buffy!”
“Buffy, dove sei?”
“Da questa parte, presto.”
Delle grida concitate, voci, rumori. E volti. Persone. Finalmente erano arrivati. Andrew e Wood erano in prima linea. Dietro di loro c’era un equipe di medici e alcune giovani cacciatrici, che Buffy aveva intravisto durante gli allenamenti.
Dana si strinse a lei, spaventata dalle luci, dalla gente, dal frastuono. Buffy le accarezzò piano la schiena, aiutandola ad alzarsi.
“E’ tutto a posto.” Disse, ai nuovi venuti. Lanciò un occhiata a Spike, per assicurarsi che stesse bene. Era ancora fermo a pochi passi da lei, lo sguardo confuso e spaventato.
“Buffy..” Andrew si era avvicinato a lei, e la stava chiamando. “Scusa se ci abbiamo messo tanto. State bene?” fece cenno ai medici di avvicinarsi.
La ragazza tra le sue braccia gemette. Buffy li bloccò con la mano.
“No.” Disse, facendo cenno di allontanarsi. “Non ce n’è bisogno.”
Il giovane osservatore spalancò gli occhi.
“Ma, Buffy..”
“Ho detto di no. Non serve sedarla. Ha solo bisogno di aiuto.” La guardò con dolcezza. “ e di amore.”
Andrew la guardò incredulo, ma si fidò di lei. Si congedò dai medici e prese in consegna la ragazza.
Buffy si assicurò che Dana non venisse riportata all’ospedale psichiatrico e li lasciò andare. La spalla le doleva ancora, ma non più di tanto.
Cercò Spike con lo sguardo. In mezzo alla confusione l’aveva perso di vista. Non lo trovò da nessuna parte. Sembrava essere svanito nel nulla. Una strana inquietudine si impossessò di lei. Dove poteva essere finito? Questo nuovo scontro con Dana doveva averlo sconvolto. Avrebbe dovuto immaginarlo. E impedirlo.
Maledizione.
Chiuse gli occhi e decise di seguire il suo istinto. Non poteva essere andato lontano.
“Buffy..”
 Riaprì gli occhi di scatto. L’aveva sentito distintamente. Come quella volta. Lui la stava chiamando. Analizzò il capannone con lo sguardo. Scorse sul lato opposto a quello dov’era entrata una porta. Spike doveva aver utilizzato quella. Corse in quella direzione e si ritrovò sul retro dell’edificio, in uno spiazzo erboso che costeggiava il fiume.
E poi finalmente lo vide. Era seduto accanto ala riva, lo sguardo fisso sull’acqua. Lo raggiunse da dietro, sedendosi accanto a lui.
“Amore..” lo chiamò piano. Gli sfiorò il braccio con la mano. Lui non si mosse.
“Scusami, Luv. Non resistevo là dentro.” Voltò appena il viso verso di lei. “Avevo bisogno d’aria.”
Buffy gli accarezzò piano una guancia, sorridendogli dolcemente.
“Andiamo a casa?”

Capitolo 20

“Così Buffy l’ha sconfitta con la sola forza dell’amore. Avresti dovuto vederla.” E accompagnava il racconto con un gesto della mano. “Bella e impavida. Come la principessa Leila in Star Wars. Come..”
“Ora piantala Andrew!”
Il ragazzo s’immobilizzò, raggelato da quella reazione. Ma la sua eccitazione non si era affievolita e il suo sorriso non si era spento. Era la terza volta che raccontava la stessa storia, e ogni volta la rendeva più lunga ed elaborata, arricchendola di particolari, talvolta inventati. Dawn lo ascoltava con entusiasmo crescente. Buffy un po’ meno.
Lei non vedeva l’ora che se ne andasse, per rimanere finalmente sola con il suo uomo. E trascorrere la tanto sospirata serata, che forse non era del tutto rovinata.
Erano rientrati circa mezz’ora prima. Avevano preferito rifare il tragitto a piedi, anche se era lontano. Wood si era gentilmente offerto di accompagnarla, evitando accuratamente di estendere l’invito a Spike, e che lei aveva educatamente rifiutato.
Cinque minuti dopo il loro rientro erano stati raggiunti da Andrew che, per farsi perdonare, aveva proposto a Dawn di uscire. Poi si era perduto nei suoi racconti. E l’uscita era stata dimenticata.
“Dai racconta ancora..” disse la giovane Summers, con gli occhi che brillavano. Andrew annuì felice e la cacciatrice sbuffò, roteando gli occhi. Lanciò un occhiata a Spike.
Il vampiro se ne stava in disparte in un angolo del soggiorno, e ascoltava distrattamente i discorsi strampalati del ragazzo. Anzi, probabilmente non li ascoltava affatto. Fissava assorto un punto indefinito di fronte a sé, il corpo mollemente adagiato ad un mobile, le mani in tasca.
Non aveva ancora detto una parola. Era rimasto silenzioso per tutto il tragitto dalla vecchia fabbrica a casa. E anche ora non se ne usciva con le sue solite battute sarcastiche. Appariva indifferente a tutto, apatico. Come se fisicamente fosse lì, in quella stanza, ma con la mente fosse altrove.
E Buffy stava iniziando a preoccuparsi seriamente. Non era da lui quel comportamento. Era ormai troppo tempo che si trascinava dietro quel suo strano malessere. E lei non riusciva ancora a comprenderne bene il significato. Era solo impaurito per la loro reazione e ancora scosso da Dana o c’era dell’altro? Apparentemente sembrava esserci qualcosa di profondo a turbarlo.

“Sentivo il richiamo del sangue, potente, irresistibile. Come non mi succedeva da tempo. Il mio demone premeva per uscire e la mia anima combatteva per trattenerlo.”

Frammenti della confessione della notte prima le tornarono a mente.

“Mi sentivo debole, e confuso. Le voci erano tornate a tormentarmi, e l’anima non mi dava pace. Credevo di averlo superato. Ma non era così. E la tua mancanza. Così non ho retto più. E sono fuggito. Di nuovo. Mi sono chiuso in casa e ho deciso di…sparire.”

Rabbrividì a quei ricordi. Sì. Ormai era evidente. Qualcosa di profondo gli turbava l’anima. E gli impediva di essere realmente felice. Se solo avesse saputo come aiutarlo.

“Non sono in grado di vivere senza di te Buffy. La mia esistenza stessa non ha senso, senza di te. Credevo..credevo di fare il tuo bene invece ho solo combinato un grosso guaio. E ti ho ferito, di nuovo. Quindi no, non posso lasciarti.”

Il suo amore. Avrebbe potuto guarirlo? Sarebbe stata sufficientemente forte per aiutarlo? Lui l’aveva fatto, quasi un anno prima. Era sempre stato lui quello forte. Il suo sostegno, la spalla dove appoggiarsi. Il suo eroe.
Gli si avvicinò piano e delicatamente, gli sfiorò un braccio. Lui voltò appena il capo, incrociando il suo sguardo. I suoi occhi risplendevano di una strana luce.
“Spike..”
“Buffy noi usciamo, vi unite?”
La voce squillante di Dawn la interruppe bruscamente. Si voltò furiosa verso la sorella, mentre Spike si allontanava impercettibilmente da lei.
“No..” disse lei pacatamente. Lanciò una rapida occhiata al vampiro poi tornò a rivolgersi ai due ragazzi. “Uscite pure da soli.” Si avvicinò a loro e li spinse verso l’ingresso. “Ma non fate tardi. Siamo intesi, Dawn?”
La piccola Summers annuì, raggiante. Prese la mano di Andrew, facendolo trasalire e lo trascinò fuori, mentre lui arrossiva d’imbarazzo per quel contatto inaspettato. Era evidente la sua cotta per lei. Ma chissà se sarebbe mai riuscito a dichiararsi, timido e impacciato com’era. Ma forse quella era la serata giusta. Chissà.
Buffy sospirò di sollievo quando la porta si richiuse alle loro spalle e la casa si fece finalmente silenziosa. Con ancora un leggero sorriso sulle labbra tornò in soggiorno. Spike era ancora nello stesso posto in cui l’aveva lasciato, immobile e assorto. Era talmente inerte che pareva una statua.
Chissà, magari era un’abilità dei vampiri di cui lei non era a conoscenza. Li cacciava da anni ma sapeva ben poco di loro, in fondo. Per un attimo rimpianse di non aver dato retta a Giles, quando le metteva davanti al naso libri su libri. Ma quelli non erano per lei. I libri erano per Willow. Era lei la cervellona del gruppo. Si riscosse da quei pensieri con una scrollata di spalle e si riavvicinò a Spike.
“Sai, forse riusciremo ad avere la nostra serata, alla fine.” Mormorò dolcemente. Gli toccò un braccio. Lui si voltò a guardarla ma non rispose. I suoi occhi la guardavano ma non sembrava realmente vederla. Erano vuoti e spenti. Il sorriso di Buffy si spense.
“Spike, stai bene?” gli domandò, con una nota di apprensione nella voce.
Lui parve riscuotersi all’improvviso. Distolse lo sguardo dal suo viso, scostandosi dal mobile su cui era appoggiato. E finalmente parlò. Anche se la sua voce risuonava strana e innaturale persino a lui. Come se non gli appartenesse. Come se il suo intero essere non gli appartenesse.
“Sì..sto..” scosse il capo, cercando di riordinare le idee. Inspirò profondamente, come se gli mancasse il fiato. “Io..”
Buffy iniziò seriamente a preoccuparsi.
“Spike..” tentò di avvicinarsi ma lui arretrò ancora, come se avesse paura di lei.
“Scusa. Io..non posso.” Le parole uscivano sconnesse e incoerenti. Scosse di nuovo il capo. Spalancò gli occhi e poi li richiuse, riducendoli a due fessure, infastidito dalla luce. “Non posso..scusa..” Ansimò pesantemente, abbassando lo sguardo. Parve sul punto di dire ancora qualcosa poi, senza preavviso, lasciò la stanza, e corse fuori.
Buffy  rimase in stato di shock per alcuni istanti, incapace di muoversi e di parlare. Sembrava un incubo. Come un anno prima. Quando Spike era tornato dall’Africa. Quando lei non sapeva. Quando.. oh ma non avrebbe commesso lo stesso errore.
“Al diavolo!” e lo rincorse.

Giunse velocemente sul marciapiede e lo cercò con lo sguardo. Lo scorse in fondo alla strada; camminava scomposto nella direzione opposta a quella del suo Hotel. I pochi passanti che incrociava lo scrutavano incuriositi. Non  poteva lasciarlo lì. Percorse in pochi istanti la distanza che la separava da lui e lo afferrò per un braccio, bloccando la sua fuga. Il vampiro si voltò di scatto, confuso e spaventato, e si ritrasse dalla sua presa. Si allontanò da lei, portando le braccia al petto, come a volersi proteggere da qualcosa.
“Spike, sono io.” Lo chiamò dolcemente, cercando un modo per rassicurarlo. Non era abituata a vederlo così fragile. E non aveva una dannata idea di cosa fare. L’unica certezza che aveva era che non lo poteva lasciare solo in mezzo alla strada.
Mentre rifletteva le tornarono alla mente tanti piccoli segnali delle ultime settimane che lei aveva ignorato. E ora lentamente si incasellavano rendendo chiara la situazione. Non si era resa conto fino a quel momenti di quanto fragile fosse diventato il suo equilibrio, e quant’era profonda la ferita nell’anima che Dana gli aveva inferto. E la sua presenza accanto a lui aveva solo peggiorato le cose.
Inspirò profondamente, ricacciando indietro le lacrime che premevano per uscire, e si avvicinò di un passo. Lui non si mosse. Se ne stava rannicchiato su sé stesso, le braccia attorno al petto, lo sguardo vacuo rivolto verso il basso.
Con cautela allungò una mano, sfiorandogli piano una guancia. Questa volta lui non si ritrasse. Alzò gli occhi su di lei. Le pupille si dilatarono come se l’avesse riconosciuta solo in quel momento.
“Buffy?”
La cacciatrice sorrise. Forse la crisi stava passando.
“Sì, sono io.” La mano si allargò sulla sua guancia, premendo delicatamente. Spike inclinò il viso contro il suo palmo.
“Stai bene?” chiese lei, avvicinandosi un altro po’. Con l’altra mano gli toccò il braccio, invitandolo a rilassarsi. Lentamente le braccia del vampiro si allentarono, ricadendo lungo i fianchi. Annuì brevemente.
“Sì. Sto..” si fermò, deglutendo. Prese un lungo respiro. “Credo di sì.  Vorrei solo..” arretrò di nuovo, allontanandosi di un passo da lei. “Devo solo..stare solo. Scusami.”
“No!” gli occhi di Buffy erano colmi di lacrime. La stava rifiutando. Stava rifiutando il suo aiuto.
“Amore..”
“Spike, ti prego..” le dita di lei si strinsero attorno al suo braccio. “Che ti succede?”
Lui scosse il capo. Non voleva farla piangere. Non voleva che lei lo vedesse in quello stato. Voleva..essere ancora il suo eroe. Non un vampiro rammollito che aveva paura della sua stessa ombra. Perché quello era diventato.
“Non è..niente. Ti prego. Lasciami solo.”
“No. Voglio..aiutarti. Permettimi di aiutarti.”
“Buffy..”
“Ti prego..”
“Non qui..” sospirò, sconfitto. Abbassò lo sguardo, evitando i suoi occhi. Le prese la mano, giocherellando con le sue dita. “Vieni..”

“Così..è qui che passi le tue giornate. Devo dire che la Wolfram&Hart non bada a spese.”
Erano tornati all’albergo dove alloggiava. Avevano bisogno di un luogo intimo e tranquillo dove poter parlare. E la casa di Buffy non era adatta.
Spike era fermo sulla soglia, mentre lei osservava ammirata la camera. Era persino più grande dell’appartamento dove viveva. Incredibile.
Chiuse la porta e vi si appoggiò contro, sospirando.
“Di là c’è anche l’idromassaggio.” Disse, accennando con il capo in direzione della stanza da bagno.
Buffy alzò un sopracciglio, lasciandosi cadere sul letto.
“E’ un invito?”
Il vampiro scosse il capo. Si scostò dalla porta, avanzando lentamente attraverso la stanza. Superò il letto e si fermò davanti la grande vetrata posta di fronte.
“No..” sussurrò, lasciando vagare lo sguardo fuori dalla finestra. Non aveva acceso la luce e i bagliori provenienti dall’esterno creavano un’atmosfera intima e dolce. Rimase immobile un istante, in contemplazione. Poi riprese a parlare. “Non che non lo desideri, sia chiaro. Ma..non è il momento. Ora vorrei solo..” si interruppe, passandosi una mano tra i capelli, imbarazzato.
“Cosa?”
“No, è stupido..”
“Dimmi..”
“Vorrei..un abbraccio..” si morse il labbro inferiore. Ecco, ora oltre che rammollito l’avrebbe preso per stupido e sentimentale. Altro che eroe.

Non la sentì arrivare. Gli si avvicinò piano da dietro e gli circondò il petto con le braccia. Il suo cuore gli balzò in gola, a quel contatto inaspettato, e il suo corpo si riscaldò. Non l’aveva mai sentita così vicina.
“Tutti gli abbracci che vuoi, amore.” La sentì sussurrare al suo orecchio, il mento sulla sua spalla.
Spike appoggiò le mani sulle sue, stringendole e chiuse gli occhi, godendo di quel calore. L’abbraccio si fece più stretto.
“Sono uno stupido..”
“No, non lo sei..” lo trascinò indietro, finchè non colpì con le gambe il bordo del letto. Caddero insieme tra le lenzuola, rimanendo allacciati.
Spike si rigirò nel suo abbraccio, affondando il viso sul suo petto. Le spalle tremarono mentre sfogava silenziosamente il suo dolore. Buffy gli accarezzava piano la schiena e i capelli, in attesa che si calmasse. Dopo qualche minuto William rialzò il capo, gli occhi blu lucidi e gonfi di lacrime.
 “Cosa mi sta succedendo?” chiese in un sussurro. Si puntellò sui gomiti, mettendosi seduto. Buffy si risollevò con lui, senza mai interrompere il contatto visivo.
“Non lo so, amore. Ma è comprensibile che dopo quello che ti è capitato..”
“Perché mi sento così debole, così spaventato?”
La ragazza prese qualche istante, prima di rispondere, alla ricerca delle parole adatte.
“Sai anche io mi sono sentita così..una volta. Debole, e spaventata. Credevo di essere sola. Ma non era così. Perché c’eri tu. Ad aiutarmi e sostenermi. Con le tue parole e la tua forza. Io non sono altrettanto brava. Ma sono qui. Per te. E voglio aiutarti a superare tutto questo. Voglio darti la mia forza, e il mio sostegno.”
“Sei sicura di volerlo fare?Non credo che..” prese un profondo respiro. “Non sono più quello di prima.” Rotolò sulla schiena, affiancandosi a lei. Buffy si alzò su un fianco, puntellandosi con il gomito.
“Sei ancora il mio campione.”
Lui la guardò incredulo.
“No non è vero.”
“Sì lo è. Angel mi ha raccontato come sei stato d’aiuto in questi mesi.”
“Sono stato d’intralcio, più che altro.” Sorrise brevemente, al ricordo.
“Ma hai anche aiutato. E gli hai salvato la vita, una volta.”
“Ti ha detto anche quello?”
Buffy annuì, e gli accarezzò piano una guancia.
“Sì.”
Spike sospirò.
“Credevo di essere l’eroe.”
“Lo sei.”
“Lo credi davvero?”
“Sì.”
Il vampiro l’attirò su di sé, prendendola tra le braccia. La cacciatrice si accoccolò sul suo petto.
“Rimani con me, stanotte?”
“Qui?”
“Sì.”
“Non ho il pigiama.”
“Potresti non averne bisogno…”
La ragazza alzò appena la testa, incrociando il suo sguardo.
“Avevi detto che..”
“Posso sempre cambiare idea..” e si allungò a baciarla dolcemente.
“Ti amo, Buffy.”
“Ti amo anche io, William.”

Capitolo 21

La stanza era buia e silenziosa. Non una luce filtrava dalle persiane accuratamente abbassate. Il grande letto matrimoniale posto al centro della camera era avvolto dalla penombra. Nessun rumore esterno andava a turbare il sonno sereno del vampiro, il corpo appena coperto da un lenzuolo leggero di seta nera, come piaceva a lui.
Era trascorsa una settimana da quand’era arrivato e non accennava ancora a lasciare Roma. La situazione si era assestata in una quieta routine. Di giorno lei lavorava mentre lui l’attendeva in albergo. Le ore trascorrevano lente e noiose, tra un libro, un film e qualche videogame, intervallate da lunghe dormite. La sera e la notte invece erano sempre insieme. Lui l’aspettava sotto casa appena dopo il tramonto, sempre impaziente di vederla, di abbracciarla, di stringerla.
Si stava lentamente riprendendo, e appariva più sicuro di sé e del loro amore. Molto del merito andava a Buffy, che gli stava vicino con pazienza, rassicurandolo. E molto andava al lavoro che stava facendo su sé stesso, un auto riflessione che lentamente lo stava portando all’equilibrio interiore. Certo i problemi c’erano ancora, gli ostacoli alla loro relazione erano ancora lì, ma non apparivano più così insormontabili come prima. Non avevano ancora parlato del dopo. Di comune e tacito accordo avevano deciso di vivere il presente, almeno finchè lui non fosse stato pronto. E in un certo senso anche lei. Non aveva ancora affrontato Giles anche se ogni giorno doveva convivere con il suo sguardo ostile. Il suo e quello di Wood. Si rivolgeva a loro solamente per lo stretto necessario. Per il resto li ignorava. Era codarda. E lo sapeva. Ma non voleva rovinare quella dolce quiete che si era creata. E soprattutto non voleva turbare Spike. Lo chiamava sempre durante l’ora di pranzo per assicurarsi che stesse bene. E per sentire la sua voce. Per sentirsi dire che l’amava. E per dirgli quanto gli mancava.

E fu con la convinzione di udire la sua voce che il vampiro rispose al telefono senza fare caso al nome visualizzato sul display, quando quel pomeriggio lo sentì suonare.
Lo cercò a tentoni tra le lenzuola, senza nemmeno aprire gli occhi, sicuro che fosse lei.
“Amore..” sussurrò con la voce ancora impastata dal sonno.
“Spike?”
Il biondo spalancò gli occhi, mettendosi a sedere di scatto, mentre la mano si stringeva attorno all’apparecchio.
“Angel?”
Restrinse gli occhi a due fessure, osservando l’ora sul display lampeggiante appoggiato sul comodino. Chiunque si sarebbe aspettato ma non di sentire lui.
“Sì, sono io..” lo sentì sospirare, dall’altra parte del filo, come se prendesse fiato per affrontare una conversazione difficile. Poteva persino immaginarne l’espressione corrucciata. E questo lo mise in agitazione.
“Che succede, Liam?”
Il bruno eluse la domanda.
“Senti, come vanno le cose lì? È da un po’ che non ti fai sentire..”
“Va tutto bene..” e non era proprio una bugia. Non aveva raccontato a suo padre di quant’era accaduto con Dana. Non voleva..preoccuparlo. Si era soltanto limitato a chiamarlo, la mattina dopo, dicendogli di non preoccuparsi, e che avrebbe prolungato il suo soggiorno di qualche..giorno.
Gli e ne avrebbe parlato dopo, con calma, al suo ritorno. Sempre che scegliesse di tornare. Fino a quel momento non ci aveva pensato. E non aveva ancora preso una decisione definitiva. Voleva rimanere con Buffy. Ma non poteva abbandonarlo. E non lo desiderava. Non dopo che il loro legame si era così approfondito. E poi gli sarebbe mancato troppo. Le loro discussioni, i loro battibecchi, le battute. Era una parte della sua vita a cui non voleva rinunciare.

E proprio quel legame gli faceva presagire che dietro quella chiamata banale si celasse qualcosa di ben più importante. Il tono stesso della sua voce gli e lo faceva intuire.
“Ora vuoi dirmi che succede, Angel?
L’altro prese un profondo, non necessario, respiro prima di rispondere. Inutile. Non gli poteva nascondere nulla. Lo conosceva troppo bene. E rimandare ormai non sarebbe servito a nulla.
“Spike, ti ricordi di quella missione a San Francisco?”
“Certo che mi ricordo. È stato un buco nell’acqua, no?”
“Non esattamente. Qualcuno cercava di portarci lontano dal vero obbiettivo.”
“Che sarebbe?”
“Roma.”
Spike rabbrividì. Non era possibile. Non poteva essere vero. Non lì. Non ancora.
“Stai scherzando?” mormorò, e la voce tremò.
“No.” Angel esalò l’ennesimo sospiro. “Mi dispiace, Spike. C’è qualcosa lì. Qualcosa che non siamo ben riusciti a identificare. Ma abbiamo avvertito una forte energia negativa. Mi sto già muovendo per raggiungerti. E…”
“Non è necessario che tu venga.”
“Cosa?”
“Non venire, Liam.”
“Stai scherzando?”
“No.”
Ed era sincero. Qualunque cosa fosse lui doveva restarne fuori. Per una volta. Fino a quel momento non ci aveva fatto caso ma ora avvertiva con netta chiarezza un aura demoniaca permeare l’aria. Qualcosa di maledettamente grande e malvagio si preparava per colpire. O per colpirli. Di nuovo. Un'altra apocalisse. O forse no. Se si fosse mosso in tempo avrebbero potuto evitarla, per una volta.
“Perché?”
“Perché posso sbrigarmela da solo, Angel. Lasciami fare l’eroe, per una volta.” E permettimi di proteggerti. Ma questo non gli e l’avrebbe mai confessato.
Il vampiro bruno sospirò.
“Senti, hai sentito Buffy, oggi?”
Spike fu sorpreso, da quella domanda. Non ci aveva nemmeno pensato. Buffy. Doveva avvisarla.
“No, ora la chiamo. Ti terrò informato. Ok?”
“Ok.”
E la conversazione si chiuse.

“L’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile..la preghiamo..”
“Maledizione.” Con un gesto rabbioso scaraventò il telefono sul letto. Era da circa un ora che cercava di mettersi in contatto con lei. Ma il suo cellulare risultava sempre spento. E questo non era normale. Non era da Buffy. Di solito lo teneva acceso. Sempre. E quel giorno aveva anche saltato la solita chiamata del mezzogiorno. E anche questo suonava strano.
Lanciò un occhiata fuori dalla finestra. Il sole splendeva alto nel cielo e lui era bloccato in quella dannata stanza d’albergo senza la possibilità di fare nulla. La sua agitazione cresceva ogni minuto. E la sensazione che le fosse capitato qualcosa non l’abbandonava un istante.
Aveva anche cercato di ricontattare Angel, ma non l’aveva trovato. Aveva chiamato la Wolfram&Hart ed Harmony l’aveva informato che era partito con Fred mezz’ora prima. Ovviamente non gli aveva dato retta. Dannato vampiro.
Provò di nuovo a comporre il numero di Buffy. Spento. Era sempre maledettamente spento.

“Dannato Inferno.”

Si accese una sigaretta e iniziò a camminare avanti e indietro per la stanza, lo sguardo puntato sul display dell’orologio. Segnava le quattro del pomeriggio. Ancora due maledette ore al tramonto. Se solo avesse avuto un altro recapito dove cercarla. Il numero del suo appartamento, o quello dove lavorava. Invece non aveva nulla. E poteva solo aspettare. E sperare che non le fosse accaduto nulla.
Osservò il cielo di sbieco. Il sole era piuttosto basso. Forse avrebbe potuto uscire comunque. Dopotutto non era Los Angeles. Ed era inverno. Si sporse un po’ in avanti, guardando la strada. Di fronte all’Hotel si estendeva una grande piazza completamente illuminata. E per raggiungere la prima traversa in ombra avrebbe dovuto attraversarla. Non ce l’avrebbe mai fatta. Troppa luce.

“Cazzo!”

“Dov’è Buffy?”
Spike si precipitò all’interno dell’appartamento senza nemmeno salutare, ansioso e innervosito com’era. Finalmente due ore dopo era riuscito ad uscire ed era corso immediatamente da lei.
Fu Dawn ad aprirgli la porta e ora lo guardava perplessa con un sopracciglio alzato.
“Non c’è..” disse seguendolo nel corridoio mentre lui percorreva la stanza con lo sguardo. “Non è ancora rientrata. Perché?”
Il vampiro si voltò a guardarla. Cercò di non lasciar trasparire la sua agitazione. Non era rientrata. Cazzo. Questo complicava le cose. Aveva disperatamente sperato, in quelle ore, che il suo cellulare fosse semplicemente guasto. E che l’avrebbe trovata sorridente ad attenderlo, come tutte le sere. E avrebbero riso insieme, di quell’assurda ansia. Invece non era andata così. Non era rientrata. E Dio solo sapeva cosa le fosse successo.
“Cos’è successo Spike?” domandò la ragazzina, percependo la sua inquietudine.
“Dawn..” si avvicinò a lei, sfiorandole il braccio con le dita. In silenzio la spinse verso il soggiorno, pensando al modo giusto per dirglielo. O forse doveva mentire? O stare semplicemente zitto? Magari Buffy sarebbe arrivata da un momento all’altro. Magari..
Il trillo acuto e assordante del campanello interruppe i suoi pensieri.
“Dev’essere lei..come al solito avrà dimenticato le chiavi.” Disse la giovane Summers allegramente. Si liberò della sua stretta e lo oltrepassò, andando ad aprire la porta. Spike rimase immobile. Era dunque così? Era lei? Scosse il capo, quella sensazione di pericolo non se ne andava. E non avvertiva la sua presenza.
Si voltò verso la porta in tempo per vederla spalancarsi. Poi tutto quello che udì fu l’urlo terrorizzato di Dawn. Sulla soglia c’era Wood, la camicia strappata e intrisa di sangue, il volto tumefatto. Si reggeva a stento sullo stipite della porta e pareva aver appena subito un pestaggio.

Il soggiorno di casa Summers non era mai stato così affollato. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo. A quando Sunnydale era ancora una città. A quando la Bocca dell’Inferno non appariva così minacciosa. A quando c’erano gli scoobie.
Ed erano di nuovo lì, insieme, con una nuova minaccia che incombeva su di loro. C’erano tutti. O quasi. Willow, Dawn, Andrew. C’era persino Giles. E Xander stava arrivando. Con un'unica assenza eccellente. La cacciatrice.
Ormai era chiaro che le era capitato qualcosa. Wood aveva raccontato  che erano stati aggrediti in una zona periferica della città. Lui era stato tramortito e non sapeva che fine aveva fatto Buffy. Quando aveva ripreso i sensi era solo. Era a malapena riuscito a trascinarsi fino all’appartamento, prima di svenire di nuovo. Sicuramente era stata rapita.

Dawn era rannicchiata sul divano, gli occhi inondati di lacrime, Willow era al suo fianco e le accarezzava lentamente la schiena, tenendole dolcemente la mano. Andrew era dietro di loro e la guardava con apprensione, troppo timido per intervenire e consolarla. Wood era seduto sull’altro capo del divano, la schiena appoggiata ai cuscini, una borsa del ghiaccio sull’occhio destro. Giles rifletteva in silenzio, pulendo meticolosamente gli occhiali.
Spike se ne stava in un angolo, infastidito dall’odore del sangue che saturava la stanza. Il demone dentro di lui urlava e, se solo avesse potuto avrebbe volentieri spezzato il collo a quel maledetto. Non l’aveva difesa. E aveva lasciato che la portassero via. E ora che stavano facendo? Nulla. Erano tutti radunati in quel dannato soggiorno e non facevano nulla. Come se non gli importasse di lei.
“Dannato inferno.”
E nessuno gli chiedeva cosa voleva fare lui. E lui avrebbe agito da solo. Come avrebbe dovuto fare da un pezzo.
Si scostò dalla parete contro cui era appoggiato e, senza guardarli si diresse all’ingresso.
“Dove stai andando, Spike?”
Dannato osservatore. Ora si accorgeva di lui?
“Sto andando a cercarla.” Disse, emettendo un basso ringhio d’avvertimento.
“Non dobbiamo essere affrettati. Non sappiamo chi l’ha presa e dove..”
Un altro ringhio, più profondo e rabbioso gl’impedì di finire la frase. Spike si voltò lentamente, il volto mutato in quello della caccia, gli occhi dorati fiammeggianti che lo sfidavano apertamente.
“Prova a fermarmi, Rupert.”
Spalancò la porta con un gesto secco e sparì dietro di essa.

Capitolo 22

Rintracciare il suo odore. Seguire la sua scia. Trovarla. Trovarla. Era la sua priorità. E al diavolo tutto il resto. Forse era azzardato andare da solo, quando non aveva la minima idea di quale fosse il suo nemico, in una città ostile che non conosceva. Ma quello era l’ultimo dei suoi pensieri. Buffy era in pericolo e aveva bisogno di lui. Solo questo contava.
Da un po’ aveva smesso di avvertire la sua aura di cacciatrice e questo non faceva che aumentare la sua preoccupazione. Come se una barriera si fosse posta tra loro, impedendogli di sentirla. Così poteva contare unicamente sui suoi sensi.
La traccia era debole ma costante, e riusciva a seguirla senza difficoltà, nonostante la fame iniziasse a farsi sentire. E quella scia lo stava portando fuori città. Riconobbe vagamente i dintorni dell’aeroporto. L’aria si era fatta salmastra. Probabilmente erano vicini al mare. In lontananza notò la sagoma di una villa. Procedendo in quella direzione l’aroma di Buffy diveniva più intenso. Sorrise. Forse l’aveva trovata.
La villa era circondata da un grande giardino e accuratamente protetta da una cinta muraria alta più o meno due metri. Impenetrabile per chiunque. Ma non per lui. Probabilmente c’erano anche delle telecamere di sorveglianza. Meglio, aveva sempre amato apparire in televisione.
Si issò con facilità sul muro, aiutandosi con un ramo sporgente, e si accucciò su di esso. Chiuse gli occhi, lasciando uscire il suo demone, e annusò l’aria.
Avvertì un aura negativa molto potente, la stessa che aveva sentito quel pomeriggio e, accanto a quello di Buffy, percepì un altro odore, disgustoso e vagamente familiare.
Riaprì gli occhi e nel buio del giardino intravide delle ombre muoversi. Nello stesso momento avvertì un ringhiare sommesso e minaccioso e diverse paia d’occhi gialli apparire tra gli alberi.
E finalmente capì.
Lycan.

“Cazzo”

Raramente aveva avuto a che fare con loro e ogni volta con esiti disastrosi. Tra tutti i nemici che aveva avuto nella sua esistenza quelli erano senza dubbio i peggiori. Chiunque abitasse in quella casa aveva davvero dei graziosi cagnolini da guardia. Che ora avevano circondato l’albero su cui era appollaiato e ringhiavano rabbiosi.
Benissimo. Era giunta l’ora di combattere. Con un balzo aggraziato finì tra di loro sull’erba. I Lycan lo circondarono senza lasciargli alcuna via di fuga. Spike rimaneva immobile, al centro della prigione virtuale che loro gli avevano creato e li osservava, attendendo la prima mossa. Che non tardò ad arrivare. Qualcuno lo morse sulla spalla facendolo rovinare a terra. Si liberò di lui colpendolo con un calcio e si rialzò in piedi. La ferita pulsava ma non era poi così grave. E loro non sembravano così forti e aggressivi come aveva temuto in un primo tempo.
La lotta durò poco e quando gli parve di avere la meglio sugli avversari loro improvvisamente si ritirarono. Nello stesso istante udì un sibilo e qualcosa gli punse il braccio. Spalancò gli occhi per l’orrore, mentre inconsapevolmente il suo demone l’abbandonava. Staccò dal braccio una siringa contenente…droga. L’avevano drogato. Ansimò per l’aria mentre una spiacevole sensazione di dejà vù lo invase. Sedativi. Droga. Dana.
No. No. No. Non poteva essere lei.
Lottò per rimanere lucido mentre la droga gli invadeva le vene e iniziava il suo effetto. Si guardò intorno, strizzando gli occhi e vide che i Lycan erano scomparsi. Una trappola. Era caduto in una dannata trappola.

“Dannato Inferno.”

Cadde a terra, sentendo la vista offuscarsi e i sensi abbandonarlo. Cercò di rialzarsi in piedi e di tenere gli occhi aperti, ma le membra si facevano sempre più pesanti e ogni gesto sempre più difficile.  Riuscì malamente a vedere delle ombre avvicinarsi a lui e poi tutto divenne nero.

Dolore ai polsi. Un tremendo mal di testa. E una strana debolezza diffusa in tutto il corpo. Furono queste le prime sensazioni che accompagnarono il risveglio di Buffy. Quanto tempo era rimasta svenuta? Ma soprattutto cosa diavolo era successo? Per quanto si sforzasse aveva solo vaghi ricordi di ciò che era successo. Era fuori di pattuglia con Wood, per una non ben chiara segnalazione che avevano avuto. E poi erano stati aggrediti. Qualcosa l’aveva punta sulla spalla. E tutto era diventato nero.
Aprì lentamente gli occhi, cercando di muovere le braccia. Ma si rese conto di essere legata alla testiera di un letto. Chiunque l’avesse rapita era anche piuttosto stupido se pensava di riuscire a trattenerla con delle misere corde. O forse non sapeva chi era lei. Eppure quella sensazione di debolezza non l’abbandonava. Afferrò le corde tra le mani e tirò con forza. Ma l’unico risultato che ottenne fu uno sfregamento doloroso sui palmi.
Spalancò gli occhi con orrore, reprimendo un gemito. Che diavolo stava succedendo? Perché non riusciva a liberarsi. Lei era…

“Finalmente ti sei svegliata, principessa.”

Una voce profonda e maschile si librò nell'aria.
La ragazza volse lo sguardo verso l'ingresso. Sulla soglia c'era un uomo.
Aggrottò le sopracciglia, scrutandolo. Non l'aveva sentito arrivare.
Di statura imponente il nuovo arrivato era di una bellezza sconcertante. Da solo riempiva la stanza con la sua presenza. La sua pelle era pallida e trasparente, quasi marmorea. Per contrasto i capelli, lunghi e raccolti sulla nuca, erano neri.
Anche gli occhi erano dello stesso colore e parevano bruciare, tant'erano inquietanti. Dalle labbra, tirate in un sorriso crudele, sporgevano inquetanti due canini. La sua aura emanava sensualità e malvagità allo stesso tempo.
Buffy rabbrividì. Quello che aveva davanti era un vampiro.
E lei era inerme. Abbandonata completamente alla sua mercè. Se solo ci fosse Spike..
L'uomo si avvicinò di un passo.
"Cosa vuoi da me?" ringhiò lei arrabbiata.
Non doveva mostrarsi debole. Doveva pensare. Doveva distrarlo, fingere sottomissione. E tentare di liberarsi.
Il vampiro si avvicinò di un altro passo. Ora torreggiava su di lei. Si abbassò e, con due dita percorse lentamente la sua guancia.
La sua pelle era gelida e odorava di morte.
La cacciatrice si ritrovò a ridere istericamente. Era buffo.
Nè Spike nè Angel avevano mai avuto quell'odore. Forse era l'anima a fare la differenza. O forse era lui ad essere diverso dagli altri vampiri.

"Mettiti comoda, principessa. Il tuo buon profumo ha attirato solo uno dei miei ospiti.."

Buffy rabbrividì di nuovo. E una spiacevole sensazione si impadronì di lei.
"Che vuoi dire? Chi sei?"
Il vampiro rise e gettò qualcosa di nero sul letto.
La ragazza sporse il capo per vedere. A pochi centimetri da lei giaceva una giacca. Una giacca di pelle nera. Lo spolverino di Spike.
Si dimenò sul letto, trattenendo a stento un grido. Si ferì i polsi nel vano tentativo di liberarsi. Gocce di sangue colarono lungo le braccia.
Il vampiro si leccò le labbra.
"Spike!!" gridò lei istericamente. "Dov'è??Cosa gli hai fatto'??" lacrime iniziarono ad uscire dai suoi occhi.
"Calmati, principessa. Lui sta bene. Per ora. "
E con questo lasciò la stanza.
Buffy gemette, accasciandosi tra le lenzuola.
Spike era in pericolo. Ed era colpa sua.

Dolore, acuto e pulsante, diffuso in tutto il corpo. E senso di vertigini. Il mondo che gira. Come quando sei appena sceso da una giostra. La testa pesante, ancora intontita dall'effetto dei sonniferi. Odore di sangue, il tuo sangue, che impregna l'aria circostante. E ti da la nausea. E le braccia. Le mani. Sospese. Paralizzate. Come se fossero staccate dal resto del corpo. Non le senti. Non le muovi. No. No. No. Dio ti prego. No.

"Aaaahhhh" Spike spalancò gli occhi, gridando. E li richiuse immediatamente, accecato dalla luce, seppur tenue, che filtrava da una finestrella di fronte a lui. Respirò affannosamente, cercando di far scemare il dolore. Riaprì gli occhi, più lentamente questa volta, e cercò di mettere a fuoco il luogo in cui si trovava.
Era una cantina, buia e fredda. Da qualche parte un gocciolio insistente lo infastidiva. Ma era anche l'unico rumore che avvertiva. E ne ebbe quasi paura. Lui si trovava semi sdraiato sul pavimento, la schiena contro una parete, le braccia indolenzite sollevate e trattenute da qualcosa. Le mosse con cautela, e qualche cosa tintinnò sopra la sua testa. Alzò lo sguardo e vide delle catene. Erano lunghe circa due metri e fissate con dei grossi anelli alla parete. Terminavano con delle manette che gli avvolgevano i polsi. Le sue mani.
Rise istericamente. Era tutto intero. Ferito..ma intero. Lacrime gli offuscarono la vista. Stupido idiota.
Quando si fu calmato cercò di sollevarsi, facendo forza sulle catene. A fatica riuscì a mettersi seduto. Ovunque aveva un male cane.

"Dannazione"

Si guardò intorno. La sua percezione iniziale del luogo era stata del tutto sbagliata. Quel posto assomigliava più alle segrete di un castello che ad una cantina. La cantina di Buffy. Buffy.
Chissà dov'era lei. Non riusciva a percepire nulla se non l'odore del suo sangue. Chissà da quanto tempo era rinchiuso in quel posto. Da giorni, probabilmente. Si chiese se il dannato osservatore avesse mosso il culo per salvarli.
Una folata di vento gelido e uno sgradevole quanto inquietante odore di sangue rappreso e carne morta anticiparono l'arrivo di quello che doveva essere il suo carceriere.
Finalmente avrebbe guardato negli occhi quel figlio di puttana che l'aveva rapita. Di nuovo ebbe una spiacevole sensazione di dejà vù.
Lo sguardo si spostò sul nuovo venuto, un ombra ancora indistinta che avanzava lentamente verso di lui.
E alla fine lo riconobbe. Ricordi lontani riaffiorarono alla memoria. Scene di lotta. Sangue. Era il 1902. Era trascorso un secolo eppure gli pareva ieri. L’avevano affrontato insieme. Quando Angel era ancora..Angelus.
"Vedo che il nostro bell'addormentato si è svegliato, finalmente."
Anche la sua voce era la stessa. Afferrò di nuovo le catene, nel tentativo, alquanto vano, di romperle.
"Vedo che la prigionia ti ha fatto bene...DUNCAN."
Il vampiro chiamato Duncan rise, fermandosi a pochi centimetri dal suo prigioniero.
Lo guardò con i suoi occhi di pece per un lungo istante, poi voltò il capo e, senza preavviso, gli sferrò un potente calcio sullo stomaco.
Spike si rannicchiò su sè stesso, gemendo.
"Vedo con piacere che ti ricordi di me...SANGUINARIO."
William rialzò il viso su di lui, ringhiando sommessamente. Un bagliore dorato attraversò i suoi occhi, mentre si rimetteva faticosamente seduto.
Se solo...
"E' difficile dimenticare una faccia di merda come la tua..."
La battuta ottenne l'effetto sperato. Lo fece infuriare. Gli occhi neri emanarono bagliori sinistri. E un altro calcio, stavolta sul viso, colpì il vampiro biondo, facendolo gridare per il dolore.
Dolorosamente si rialzò, leccando il rivolo di sangue che usciva da un lato della bocca, mentre la guancia si tingeva di blu.
"Vedi di non provocarmi, Sanguinario."
Spike scelse di non rispondere questa volta. Restrinse gli occhi, guardandolo di sbieco.
"Dov'è lei?"
Duncan rise sguaiatamente.
"Ti riferisci alla bella biondina che chiamano CACCIATRICE?" Il vampiro si leccò le labbra. "Davvero un bel bocconcino."
E Spike fu invaso da una rabbia cieca.
"Che le hai fatto bastardo?" gridò scagliandosi su di lui con tutta la forza che aveva. Fu trattenuto dalle catene e ricacciato indietro dall’ennesimo, poderoso, calcio.
Colpì la parete, accasciandosi a terra dolorante.
"Sei patetico, vampiro."
"Lasciala andare. Hai me adesso. Non hai più bisogno di lei."
Duncan rise più forte.
"Ti sbagli, ho ancora bisogno di lei. Per il pesce più grosso."
William allargò gli occhi. Liam. No. E rise, cercando di nascondere la preoccupazione dietro l'indifferenza.
"Credi davvero che ANGELUS verrà?" gridò. "Per lei?"

Doveva aver perso di nuovo i sensi. Il dolore era aumentato e il sangue perso pure. Si sentiva ancora più debole. A fatica riuscì a mettersi seduto. Le catene gli avevano segato i polsi, che ora sanguinavano. E le cicatrici gli facevano male. Chissà quanto tempo era trascorso.
La fioca luce che entrava dalla finestra non l’aiutava di certo. E Buffy era da qualche parte là fuori. E lui non stava facendo un fottuto niente per aiutarla.
Diede uno strattone alle catene, facendole tintinnare. L’unico risultato che ottenne fu di allargare le ferite già esistenti.

“Cazzo.”

Il gocciolio continuava e stava iniziando a dargli sui nervi. Se fosse rimasto un altro po’ in quel posto sarebbe sicuramente impazzito. Si guardò freneticamente intorno, alla disperata ricerca di una via di fuga. Appoggiò la testa alla parete, socchiudendo gli occhi.
Ormai la sua unica speranza di salvezza era Angel. Per lui e per Buffy. Sul dannato osservatore e la sua combriccola di idioti non avrebbe scommesso un cent.
La porta si aprì lentamente, con un cigolio sinistro che gli fece allertare i sensi. Riaprì gli occhi e vide una figuretta in penombra ferma sulla soglia. Una ventata gelida gli portò il suo odore così familiare. No. Non poteva essere. Quelle erano…allucinazioni. Sì. Dovevano essere allucinazioni.
O forse no. Poteva essere lei. Come quella volta a Sunnydale. Lei era venuta a salvarlo.

“She will come for me”

“Spike!” gridò Buffy. “Spike…oh Spike.” Si precipitò da lui. Cadde sulle ginocchia a pochi centimetri da lui, e gli prese il viso tra le mani. Rise, mentre le lacrime scendevano copiose. Gli accarezzò piano la guancia gonfia e nascose il volto sulla sua spalla, strappandogli un gemito di dolore. In qualche modo il vampiro riuscì ad abbracciarla, godendo brevemente del calore che il suo corpo gli trasmetteva.
“Buffy..” sospirò, inspirando profondamente il suo profumo. “Amore, stai bene?” la allontanò da sé e scorse il suo corpo. A parte qualche contusione ed evidenti segni di stanchezza dovuti alla prigionia sembrava stare bene. Eppure quella sensazione di mancanza che aveva avvertito quando lei era entrata, unito al fatto che non riusciva più a sentirla, lo inquietava.
La ragazza annuì.
“Sto bene.” Si asciugò le lacrime con le dita. “Tu stai bene? Sei ferito?”
Gli toccò di nuovo il viso, come per sincerarsi che fosse reale. Scese sul collo, e poi sulle spalle. Le dita si tinsero di rosso, quando si soffermarono sulla ferita ancora aperta. Il vampiro gemette per il dolore.
"Sto bene." disse, stringendo i denti. Forzò un sorriso. Si allungò, cercando la sua bocca per un bacio leggero. Aveva bisogno di lei. Aveva bisogno di sentirla.
Le dita della ragazza ripresero la loro corsa, risalendo lungo le braccia, sfiorarono i polsi incatenati. E si fermarono sui palmi aperti. Le mani si cercarono, intrecciandosi. Un altro bacio disperato.
"Devi aiutarmi." mormorò lui, le labbra ancora sulle sue, il suo respiro in lei.  Fece tintinnare le catene.
"Da solo non ce la faccio.." Un barlume di speranza si era acceso nei suoi occhi. Forse potevano ancora farcela. "Ma ora con il tuo aiuto.." si bloccò improvvisamente, notando l'espressione di lei mutare.
"Amore che succede?"
Buffy abbassò lo sguardo, incapace di guardarlo. Le mani si lasciarono. Un singhiozzo scaturì dalla sua gola.
"Buffy.."
Le lacrime brillavano nei suoi occhi quando finalmente si rialzarono su di lui.
Doveva dirglielo. In qualche maniera. Doveva farlo.
"Spike io non...posso." sospirò, ricacciando indietro un altro singhiozzo. "William, io non ho più alcun potere."
Il vampiro scosse il capo, incredulo. E finalmente comprese il significato di quel senso di vuoto che avvertiva. E perchè non riusciva più a sentirla.
Aprì la bocca diverse volte, prima di riuscire ad emettere un suono.
"Buffy...come?"
"Non lo so.." singhiozzò lei disperata. "Quando mi sono svegliata ero.." Nascose il viso tra le mani. "Io non lo so...Mi dispiace.."
Lui non la lasciò finire. La prese tra le braccia, stringendola a sè.
"Va tutto bene, amore." Delicatamente le tolse le mani dal viso. La baciò con disperazione, prima di spingerla via.
"Vai." affermò con decisione.
"Ma cosa.."
"Vai. Scappa. Ora."
"No!"
"Buffy.."
"Non ti lascio qui!"
"Amore, ti prego. E' l'unica possibilità.."
"No. No. No."

"Ma che bella scenetta commovente.."
Non l'avevano sentito entrare. Si voltarono verso l'ingresso e lo videro.
DUNCAN.
La sua figura imponente si stagliava sulla soglia. L'ombra si allungava inquietante all'interno. I suoi occhi di pece erano puntati su di loro e li osservavano con aria divertita.
Spike si alzò in piedi, spostando Buffy dietro il suo corpo. Si maledì, per non averlo sentito.
Il suo volto mutò in quello della caccia. Emise un basso ringhio di avvertimento, mentre gli occhi emanavano lampi dorati.
"Lasciala andare."
Duncan rise, a quella affermazione, e avanzò lentamente verso di loro.
"Altrimenti che mi fai, SANGUINARIO?" chiese, ironico. Si fermò a pochi passi da lui.
William tentò di avvicinarsi, ringhiando rabbioso.
"Lasciala andare bastardo." Fece forza sulle catene, ma l'unico risultato che ottenne fu altro liquido vermiglio colare sui suoi polsi.
Si morse il labbro inferiore per non gridare. Goccioline di sangue brillarono sulle sue labbra. Sentì Buffy tremare, dietro di lui.
Doveva fare in fretta. Doveva...
Un ghigno si formò sulle sue labbra. Forse aveva trovato il modo di fregarlo.
Chiuse gli occhi, annusando a fondo l'aria. "Sta arrivando." affermò, riaprendoli. Squadrò il suo avversario. "ANGELUS. E' qui. Posso sentirlo."
L'espressione di Duncan mutò, facendosi improvvisamente serio.
"Lei.." proseguì Spike ghignando. Si scostò da parte, rivelando la ragazza nascosta dietro di lui. "..non ti serve più."
La prese per un braccio e si chinò su di lei. "Assecondami." le sussurrò, spingendola in avanti.
Il vampiro bruno annuì brevemente.
"Sì." disse. "Forse posso lasciarla andare." Si scostò da una parte, liberando un insperata via di fuga.
"Vai." ordinò Spike alla ragazza.
Buffy prese ad avanzare, tremando impercettibilmente.
Sembrava tutto troppo facile. Si voltò a guardarlo, in una muta richiesta di aiuto. Lui fece un cenno d'assenso, invitandola a proseguire.
I minuti trascorrevano lenti, scanditi dal gocciolio persistente. Per un attimo, il tempo parve fermarsi. E poi tutto accadde velocemente.
L'aveva quasi superato quando si ritrovò stretta in una morsa d'acciaio.
"O forse no." ghignò Duncan, chinandosi sul suo collo. Buffy sentì i suoi canini pungerle la pelle, e il grido rabbioso di Spike.
"NO!” Ruggì e con la forza della disperazione tirò con rabbia le catene. Sentì qualcosa spezzarsi e gli anelli finalmente cedere. Pezzi di muro si sparsero sul pavimento mentre il vampiro si avventava su di lui, facendolo rovinare a terra.
Lo morse sulla spalla e lo sentì ruggire dal dolore. Poi venne sbalzato lontano da un potente calcio.
"Spike!" gridò Buffy ma lui quasi non la sentì, intontito dal dolore. Si rialzò in piedi barcollando, mentre un altro calcio lo colpiva allo stomaco. Venne spinto contro delle casse di legno, che si frantumarono sotto di lui.
"Spike!!" urlò ancora la ragazza, avventandosi su Duncan. Lo prese per le spalle ma venne atterrata senza difficoltà. Si inginocchiò dolorante, assistendo impotente alla furia del vampiro contro l’uomo che amava.
Spike era steso a terra, tra le schegge di legno sparse intorno a lui. Era la fine. Lo sentiva. Ormai non aveva più nemmeno la forza di rialzarsi. Attendeva con dolorosa certezza la sua morte. Chiuse gli occhi e all'improvviso si sentì liberato del peso che gravava su di lui.
Li riaprì in tempo per vedere una pioggia di vetri in frantumi riversarsi su di lui e una figura nera che spingeva il vampiro lontano, facendolo rovinare a terra.
La figura si voltò a guardarlo con un ghigno in viso.
Era Angel. Era arrivato.
Il vampiro bruno lanciò una breve occhiata a suo figlio, prima di rivolgere di nuovo la sua attenzione all'avversario, che si era già rialzato.
Non ci fu bisogno di parole. Spike capì all'istante.
"Andate!!" gridò Liam, colpendo ripetutamente Duncan, e trattenendolo lontano dai due biondi.
"No!" urlò William, mentre Buffy lo prendeva per un braccio e lo spingeva via.
"Spike.."
"No..Angel. No.." supplicò il vampiro. Riuscì a guardarlo negli occhi un ultima volta, prima di venir trascinato via dalla ragazza.
In qualche modo raggiunsero l'uscita. Attraversarono correndo il giardino e vicino al cancello una macchina scura li attendeva. Alla guida Xander.
L'orizzonte si stava dipingendo di rosa. Spike lanciò un ultima, disperata occhiata verso la casa, mentre veniva spinto all'interno dell'abitacolo. Si accasciò stremato sui sedili, e l'auto partì rombando.
Con un gemito si rannicchiò contro il fianco di Buffy, seduta accanto a lui e pianse.
Aveva abbandonato Angel. Aveva abbandonato suo padre. Non se lo sarebbe mai perdonato.

Capitolo 23

“Manca ancora molto Xan?”
Il ragazzo bruno alla guida sterzò bruscamente a destra, immettendosi in una stradina sterrata che s’inoltrava nella campagna.
Lanciò una rapida occhiata allo specchietto retrovisore.
Buffy, la sua migliore amica, aveva un aspetto molto provato. Raramente l’aveva vista così…indifesa.
Era trascorso quasi un anno dall’ultima volta che erano stati insieme. Che avevano combattuto, insieme.
Lui, Xander Harris, aveva scelto di condurre una vita solitaria, dopo la chiusura della bocca dell’inferno. Dopo la distruzione di Sunnydale.
Le ferite fisiche e psicologiche che gli erano state inferte erano state troppe e, per la maggior parte, inguaribili.
E lui era solo un ragazzo. Era maturato di colpo, Xander, quel giorno. Separarsi dalle sue due migliori amiche era stato doloroso ma quello era niente, se confrontato alla sofferenza causata dalla morte di Anya. E dopo un anno quella ferita era ancora aperta e sanguinante.
Aveva viaggiato molto, in quel lasso di tempo, e ridotto al minimo il contatto con gli altri, specialmente se si trattava dei suoi amici.
Ma quando Willow l’aveva chiamato, informandolo che Buffy era scomparsa, non aveva potuto fare a meno di precipitarsi. Certe cose non si potevano dimenticare.
E quand’era giunto a Roma si era ritrovato nel bel mezzo dell’inferno. C’erano tutti. E l’appartamento di Buffy, che lui non aveva mai visto, non era mai stato così affollato.
Era stato come tuffarsi nel passato. E c’era stata anche qualche sorpresa che non si sarebbe mai aspettato. Primo fra tutti, Spike. Sì, proprio lui, il vampiro che aveva sempre odiato. Non aveva ben capito quando e come lui fosse ricomparso ma in fondo non gl’importava.
La sua personale crescita l’aveva portato a guardare tutto sotto un ottica diversa.
E poi il vampiro biondo era stato l’unico a muoversi per ritrovare Buffy. Soltanto che anche lui non si faceva vivo da giorni.
La seconda sorpresa era stata l’arrivo di Angel. Il vampiro bruno si era subito autonominato leader del gruppo. E come avrebbe potuto essere altrimenti, considerato il suo carisma.
Era giunto con una ragazza bruna dagli occhi nocciola che non aveva mai visto. Nel caos che era seguito al suo arrivo aveva solo capito che Willow la conosceva, e che si chiamava Fred.
Poi non c’era più stato tempo per pensare. Angel aveva stabilito che l’appartamento di Buffy non era sicuro. E aveva portato tutti in un rifugio che solo lui conosceva, protetto da un incantesimo di Willow.
E senza rendersene conto si era ritrovato catapultato nel bel mezzo della missione. Non aveva compreso le ragioni che avevano spinto il vampiro bruno a scegliere proprio lui. Ma in fondo poco gli importava anche di questo. Aveva smesso da tempo di farsi domande. E poi di Angel si poteva fidare. Sembrava sapere benissimo dove andare.
Una buca nel terreno fece sobbalzare l’auto e quello scossone improvviso lo riportò alla realtà, distogliendolo dai suoi pensieri.
“Xan?”
Il ragazzo osservò di nuovo lo specchietto retrovisore. Quasi gli venne da ridere. Buffy aveva la schiena appoggiata allo schienale del sedile e teneva le braccia distese, come se qualcuno fosse appoggiato al suo grembo. Qualcuno che non aveva riflesso.
“Non molto, Buff.” Abbassò istintivamente lo sguardo per poi rivolgerlo alla strada davanti a sé. Pigiò con forza sull’acceleratore.
“Lui come sta?” domandò dopo un breve istante, sorprendendosi egli stesso di quella domanda.
Quando l’aveva visto in quelle condizioni aveva avuto un moto di preoccupazione per lui. Non era la prima volta che lo vedeva ferito e debole ma questa volta era diverso.
Aveva Buffy al suo fianco, era riuscito nel suo intento eppure avevano dovuto trascinarlo in auto quasi con la forza. E anche ora non faceva che mormorare il nome di Angel, unito a frasi sconnesse che non riusciva a capire.
Non l’aveva mai visto così preoccupato per quello che doveva essere il suo peggiore nemico. C’era qualcosa che gli sfuggiva. Il rapporto tra i due vampiri doveva essere in qualche modo cambiato, in quell’anno.
La cacciatrice scosse il capo, passò una mano tra i ricci biondi di Spike.
“Fai presto.” Mormorò semplicemente.
Xander annuì e svoltò a sinistra, immettendosi in una strada privata, protetta in entrambi i lati da enormi alberi secolari. Dopo un breve tragitto nascosto dalle piante si ritrovarono di fronte ad una cancellata, che si aprì al loro passaggio, richiudendosi dietro di loro.
“Ancora poco e ci siamo.” Disse il ragazzo, iniziando a rallentare. Fermò l’auto in un piazzale di ghiaia bianca. Di fronte a loro si stagliava un enorme villa del XIX secolo, il rifugio di Angel.
Immediatamente una piccola folla accorse ad accoglierli. C’erano tutti, Willow e Dawn, che corse incontro ad una Buffy che scendeva dall’auto barcollando. Dietro di loro a poca distanza c’erano l’osservatore, Andrew e Fred che se ne stava intimidita in disparte.
E poi accadde l’imprevisto. A pochi passi dall’entrata della villa la cacciatrice scivolò a terra, priva di sensi.
Per Spike, che la seguiva a poca distanza, fu come risvegliarsi da un sogno. Cacciò un urlo e si precipitò su di lei, crollando a terra sfinito. La prese tra le braccia, mormorando in lacrime il suo nome.
Fu Xander a prendere di nuovo in mano la situazione. Allontanò, con ferma delicatezza, il vampiro dal corpo inerme della sua amica e lo affidò alle cure di Willow e Fred, che lo accompagnarono in casa.
Poi raccolse Buffy tra le braccia e seguì il resto del gruppetto. Ignorando le grida e le domande degli altri la trasportò in una delle camere matrimoniali poste al primo piano. Dopo averla adagiata delicatamente tra le lenzuola lanciò un’occhiata alla rossa, che l’aveva seguito, e lasciò la stanza.

Quando rientrò nel soggiorno la prima cosa che notò fu l’assenza di luce. Tutte le tende erano state tirate e le lampade accese.
La gang o meglio, quel che ne rimaneva, era divisa in due gruppi. Giles e Wood da una parte. Fred, Dawn ed Andrew dall’altra.
Le due ragazze stavano aiutando Spike a stendersi sul divano, mentre il giovane osservatore sembrava dirigere l’operazione, tenendo in mano una cassetta del pronto soccorso e una borsa di Fred ma, con i suoi discorsi farneticanti, creava più confusione che altro.
Il vampiro appariva visibilmente sofferente. Il suo corpo era attraversato da un leggero tremore. Gli occhi erano chiusi, e il viso cosparso di tagli e contusioni. Gli abiti erano lacerati in più punti e imbrattati di sangue rappreso. Le ferite iniziavano lentamente a cicatrizzarsi.
Xander si ritrovò a chiedersi in quanto tempo si sarebbero rimarginate completamente. E si sorprese ancora una volta di quei pensieri.
L’ultima volta che aveva visto Spike così sofferente e mal ridotto era stato quando il Primo l’aveva torturato. Allora ci aveva impiegato quasi una settimana a guarire del tutto.
Voltò lo sguardo verso l’angolo opposto del soggiorno dove si trovavano l’osservatore e l’ex preside. I due uomini parlottavano a bassa voce e ogni tanto lanciavano un’occhiata infastidita verso il vampiro biondo.
Harris ne fu geloso e contrariato. Se c’era qualcuno che aveva il privilegio di non sopportare Spike quello doveva essere lui. Era sempre stato così da quando il biondo era entrato a far parte, volente o nolente, della gang. E poi avevano anche condiviso la stessa casa.
Tornò a guardare verso il divano. Fred teneva delicatamente tra le mani il polso destro di Spike, da cui penzolavano ancora alcuni anelli della catena. La ragazza appariva preoccupata e pensierosa. Si guardò intorno freneticamente, alla ricerca di qualcosa, e il suo sguardo si posò su di lui.
“Tu..” disse, aggrottando le sopracciglia. Non ricordava il suo nome ma gli fece segno di avvicinarsi. “Vieni qui.”
Xander attraversò piano il soggiorno, e si fermò a pochi passi dal divano. Lanciò un occhiata interrogativa alla ragazza.
“Devi aiutarmi.” spiegò lei.
“Cosa devo fare””
“Vedi queste catene..dobbiamo toglierle.”
“E qual è il problema, basta una pinza. Non morirà di certo.” Borbottò il ragazzo con un alzata di spalle.
Fred lo guardò scandalizzata.
“Spike è stato seriamente ferito, il mese scorso. Dobbiamo fare delicatamente.”
“Sai Dana gli aveva tagliato le mani.” Intervenne Andrew, a sproposito.
E il mondo parve fermarsi per un lungo, interminabile, istante.
Il corpo di Spike ebbe un fremito, ma non si mosse. Fred lanciò un occhiata di fuoco al giovane osservatore mentre Dawn stava per mettersi a piangere. Xander si sentiva come paralizzato e sconvolto, da quella rivelazione. Gli occhi si posarono sui polsi del vampiro e si ritrovò ad osservarli con maggiore attenzione. Quello che a prima vista gli erano apparsi i segni lasciati dalle catene in realtà erano cicatrici.
“Allora mi aiuti o no?” lo sollecitò la ragazza, impaziente.
“Io non posso..” mormorò lui, arretrando di un passo.
“Ma..”
“Harris, fallo e basta.” Disse Spike all’improvviso, socchiudendo gli occhi. Li incrociò con quelli del ragazzo. Lo guardò per un lungo momento, poi li richiuse, reclinando il capo all’indietro.
“In fretta..” sussurrò, prima di perdere i sensi.

“Ti fanno male?”
“No.”
“E riesci a muovere le mani..hai sensibilità alle dita..”
“Sto bene, pet.” La interruppe brusco il vampiro.
Era trascorsa mezz’ora, le catene erano state tolte con l’intervento di Xander, e le ferite medicate. Spike stava decisamente meglio, almeno fisicamente. Aveva ripreso un po’ della forza perduta, anche grazie al sangue fresco che gli avevano dato e i polsi erano stati fasciati. Gli facevano ancora male ma riusciva a muoverli senza troppa difficoltà.  Ma non l’avrebbe di certo detto a Fred.
Capiva la sua preoccupazione ma il suo unico desiderio ora era quello di raggiungere Buffy. Ma prima doveva fare una cosa. Si alzò cautamente in piedi, e voltò la testa in direzione di Xander. Era seduto poco lontano, e parlottava a bassa voce con Andrew e Dawn. Era rimasto non poco sorpreso dal suo atteggiamento nei suoi confronti. Appariva molto cambiato e maturato, rispetto a un anno prima. Non sapeva dove fosse stato e con chi in quel lasso di tempo e non gli importava. Era solo desideroso di conoscere i motivi di quel cambiamento. Era stato così premuroso, e gentile, nei suoi confronti. E non solo dopo che Andrew aveva parlato troppo. Anche prima era diverso. Non era volata nessuna battuta ironica, nessuna frecciatina velenosa.
Gli si avvicinò lentamente, fermandosi di fronte a lui. Allungò una mano nella sua direzione, in silenzio. Il ragazzo rimase interdetto per un secondo e poi ricambiò il gesto, afferrando la sua mano e stringendola leggermente. Non ci fu bisogno di parole. Era il loro modo di comunicare. Di capirsi. Di ringraziarsi e scusarsi a vicenda. E, perché no, di un nuovo inizio. Forse sarebbe potuta nascere una bella amicizia, in futuro.

Un leggero tossire, proveniente da qualche parte della stanza interruppe quella silenziosa conversazione. Le mani si sciolsero e Spike si voltò nella direzione in cui proveniva il rumore. Giles si era alzato e con lui Wood. L’osservatore puliva nervosamente gli occhiali e lo guardava con un certo fastidio.  Il vampiro socchiuse gli occhi ed emise un basso ringhio di avvertimento. Il vecchio inglese non era l’unico ad essere infastidito dalla presenza dell’altro.
“Spike..” si sentì chiamare ma lui l’ignorò, rivolgendo la sua attenzione ai ragazzi di fronte a lui.
“Vado da Buffy..” sussurrò, poi si voltò e iniziò a camminare, ignorando i due uomini che si stavano avvicinando.
“Spike dobbiamo parlare..”
Il vampiro si fermò sulla soglia.
“Dopo..”
“Spike, esigo sapere cos’è successo..”
Un altro ringhio d’avvertimento, un po’ più forte del precedente.
“Dopo..”
E senza dire un'altra parola lasciò la stanza.

Appena fu solo nel corridoio emise un sospiro e si appoggiò alla parete. Chiuse gli occhi lasciandosi scivolare a terra. Aveva un dannato bisogno di riposo. E di una doccia. E di essere lontano migliaia di kilometri da lì. Non la sentì arrivare.
“Spike?” Era Willow.
“Rossa..” Il vampiro si rimise in piedi. “Lei sta..?”
La strega annuì.
“Fisicamente sta bene. Ma è sotto shock. E…” si interruppe.
Lui le fece segno di continuare.
“Cos’è successo Spike? C’è come una barriera magica, attorno a lei. Che mi impedisce di sentirla. E i suoi poteri sembrano come svaniti nel nulla.”
Ma Spike non la stava più ad ascoltare.
“Quel dannato vampiro..” ringhiò, pieno di rabbia.
“Spike?”
Il biondo alzò gli occhi su di lei.
“Posso vederla?” chiese, ansioso.
Willow annuì.
“Ha bisogno di te.” Disse, quieta. Gli sorrise e poi si allontanò verso il soggiorno.
Spike rimase di nuovo solo. Aveva un dannato bisogno di una doccia calda.

Capitolo 24

La doccia era stata d’aiuto. L’aveva riscaldato e rinfrancato. Ma non aveva lavato via la tensione e il gelo che sentiva dentro. E che nulla aveva a che vedere con il suo corpo freddo.
Era preoccupato. Per Buffy. E per Angel.

DUNCAN.

Quel nome gli risuonava nel cervello senza sosta. E un passato che credeva ormai sepolto tornava a tormentarlo, più vivo che mai. Anche se di vivo, quel mostro, non aveva nulla.
Cazzo.
Ci sarebbe mai stata pace per lui? Il meritato riposo?

“Can we rest?”

Aveva un dannato bisogno di una sigaretta. Cercò istintivamente nelle tasche del suo spolverino. E si rese conto in quel momento di non indossarlo più da un pezzo. Ricordava vagamente di averlo visto indossato da Buffy. Una dannata tortura psicologica del dannato bastardo.
Buffy.  Non poteva aspettare oltre. Era giunto il momento di andare da lei. Willow aveva detto che aveva bisogno di lui. Ma lui sarebbe stato in grado? Esitò sulla soglia. Poi spinse piano la porta ed entrò.
La stanza era avvolta nella penombra. Una luce soffusa e un aroma d’incenso proveniva da una coppia di candele posta su un tavolino basso vicino al letto. Un incanto della rossa, sicuramente.
Arricciò il naso, infastidito. Non aveva mai particolarmente amato l’odore d’incenso. E poi gli impediva di distinguere con precisione il profumo di Buffy.
La ragazza era stesa nel grande letto matrimoniale, tra lenzuola di seta rosa antico. Gli occhi erano chiusi e le mani giunte sul petto. I capelli dorati erano sparsi a raggiera sul cuscino.
Sembrava una principessa addormentata. Peccato che lui non era il principe azzurro che avrebbe rotto l’incantesimo.
Emise una bassa risatina. Non ci sarebbe stato nessun bacio a spezzare l’incanto, come nelle favole.
Lui non era l’eroe. Era solo il mostro che l’amava.
Si appoggiò alla porta sospirando. Chiuse gli occhi, reprimendo un singhiozzo. La strega sbagliava. Lui non poteva fare nulla.
“Spike?”
Non si mosse subito. Credeva di sognare. Non poteva essere la sua voce.
“Spike, sei tu?”
Di nuovo la sua voce. Riaprì gli occhi e la vide. Le sue iridi verdi risplendevano al riverbero delle candele.
“Buffy..” esalò, senza fiato. E corse da lei. In un attimo fu al suo capezzale, ridendo e piangendo insieme. Le lacrime si mescolavano alle sue.
“Amore..” sussurrò, sfiorandole il viso con una carezza. “Oh, amore.”
“Spike..sei tu, sei davvero tu.” Allungò le braccia, per avvicinarlo. Voleva assicurarsi che fosse davvero lui. Che fosse davvero lì.
“Stai bene?”
Il vampiro annuì, stringendola leggermente. Appoggiò le labbra sulla sua fronte, in un bacio delicato.
Dopo qualche secondo lei lo allontanò, allungando le braccia e afferrandolo per le spalle.
“Mi dispiace così tanto..” mormorò, con le lacrime agli occhi. “E’ tutta colpa mia..”
“Amore no.” Si accoccolò accanto a lei, prendendola tra le braccia. “Non è colpa tua.” Sussurrò piano, sfiorandole la guancia con una carezza.
Buffy si appallottolò contro il suo fianco, nascondendo il viso sul suo petto. Iniziò a piangere sommessamente.
“Così debole. Mi sento così debole..”
“Andrà tutto bene. Ti prometto che andrà tutto bene.” Le accarezzò i capelli, sussurrando parole gentili finché lei non s’acquietò. Alzò un poco il viso, cercando i suoi occhi.
“Angel..lui è?”
Un ringhio sommesso uscì dalla gola di lui. I pugni si strinsero, mentre gli occhi assumevano sfumature dorate.
“Lo salverò. Quel verme la pagherà. Lo rispedirò nell’inferno da cui è venuto.” Le sfiorò il viso con il dorso della mano. “Ora riposa.” Si scostò da lei, alzandosi in piedi.
“Spike..” Buffy gli prese la mano, trattenendolo.
“Sono nell’altra stanza. Ho una cosa da fare. Torno presto, ok?” il vampiro sorrise. “Ti amo.”
Lei gli lasciò la mano, affondando il viso tra i cuscini. “Ti amo anche io.”
William la guardò per un lungo momento, poi lasciò la stanza.
Chiuse la porta dietro di sé e vi si appoggiò contro, emettendo un sospiro. La strega aveva ragione. Non riusciva a sentirla. Anche così vicino, toccandola, stringendola a sé, non la sentiva. Non sentiva più la sua essenza. La sua forza. C’era come una barriera invisibile che gli impediva di avvicinarsi.

“Maledetto bastardo”

Doveva fare qualcosa. E subito. Non c’era più molto tempo. Doveva liberare Buffy da quella barriera magica. Ed Angel rischiava la vita. Doveva agire in fretta. E, dolente o nolente, aveva un dannato bisogno di aiuto. Era giunto il momento di tornare dagli idioti di là in soggiorno.

Non era cambiato quasi niente da quando aveva lasciato la stanza, mezz’ora prima. Giles e Wood parlottavano a bassa voce in un angolo della stanza. Fred e Willow consultavano dei grossi volumi, scambiandosi, di tanto in tanto le loro opinioni. Xander, Dawn ed Andrew erano seduti nello stesso divano dov’erano seduti quando li aveva lasciati. Nessuno sembrò notare il suo ingresso.
Si avvicinò al tavolo dov’erano sedute le due ragazze.  
“Novità?” chiese, poggiando una mano sulla spalla di Fred. Due paia d’occhi si alzarono su di lui.
“Sì.” Disse la giovane scienziata piena d’entusiasmo. “Crediamo d’aver capito chi è il nostro nemico.”
Spike sospirò. “So chi è il nostro nemico, pet.” Mormorò stancamente. La ragazza abbassò lo sguardo, delusa. E il suo sorriso si spense.
Il vampiro si spostò lungo il perimetro del tavolo, fermandosi nel lato opposto a quello delle due giovani. Da lì riusciva a dominare l’intera sala. Appoggiò entrambe le mani sul banco. Odiava deluderla. Prese tempo, sciogliendo le bende attorno ai polsi.
“Finalmente ci degnerai della tua presenza, e ci racconterai cos’è successo?” disse qualcuno, con voce sprezzante. Alzò il viso e vide Giles e Wood avvicinarsi. L’osservatore lo fissava con insofferenza.
“E tu non smetterai mai di essere così presuntuoso, Rupert?” affilò lo sguardo e socchiuse gli occhi, emettendo un basso ringhio. Capitava un po’ troppo spesso, ultimamente.
“Spike. Raccontaci quello che è successo, per favore. Ad Angel non resta molto tempo, vero?” era la voce di Xander.
Una volta tanto il ragazzo aveva detto la cosa giusta, e si era schierato dalla sua parte. Fu sorpreso di non essere dispiaciuto della cosa.
“Il suo nome è Duncan Forsyth, meglio conosciuto come l’IMMORTALE. È un vampiro millenario. Non si conoscono bene le sue origini. Varie leggende vogliono che sia nato nella Scozia del I secolo D.C. ma la sua storia ora non ha importanza. È più forte di qualunque vampiro mai esistito. E pare abbia poteri che nessun’altro possiede. Dicono che sia immune al sole e agli oggetti sacri. Ad oggi non si conosce un metodo efficace per ucciderlo, in quanto i metodi tradizionali non funzionano. Non a caso gli è stato dato quel soprannome.”
“Perché vuole Buffy?” domandò Willow, interrompendolo.
Spike si voltò verso di lei. Rise, ironico.
“Lui non vuole la cacciatrice, ma i vampiri che la amano.”

Ci fu un lungo momento di silenzio, dopo quella rivelazione. Nessuno osava dire una parola. Tutti erano ammutoliti e shockati. Si aspettavano un’apocalisse e si ritrovavano con una banale vendetta personale. Che poi tanto banale non era.
“Così, tu l’hai..conosciuto?” fu Fred a parlare per prima. Era la meno coinvolta. Ed era la mente razionale del gruppo. Conosceva appena Buffy ed era più preoccupata per Angel, che per lei.
Spike annuì.
“Erano i primi del novecento. Quando io e Angelus…” si bloccò, colpito da un’improvvisa consapevolezza. E da un particolare a cui non aveva mai prestato attenzione.
Nello scontro con Duncan non aveva avuto Angelus al suo fianco. Aveva avuto Angel. Se ne rendeva conto soltanto in quel momento. Angelus non l’avrebbe mai aiutato. Avrebbe pensato solo a salvarsi il culo. Angel invece…
“Spike?”
Si guardò attorno confuso. Si passò una mano tra i capelli, cercando di riordinare le idee. Si schiarì la voce.
“Dicevo, io ero solo un giovane vampiro forte e incosciente. Lui era anziano e pieno di esperienza. Conosceva Duncan di fama. Io non l’avevo mai sentito nominare. Quando me ne parlò, intimandomi di stare lontano da lui, la presi come una sfida. Nessuno aveva mai osato andare contro di lui.” Fece una piccola pausa, sorridendo, al ricordo. “Nessuno tranne me.”
Tutti lo fissarono, increduli e spaventati. I pezzi del puzzle iniziavano a ricomporsi. Stavolta fu Dawn a riprendersi per prima.
“Tu l’hai sfidato?” chiese, con gli occhi accesi di eccitazione.
“Figo!” esclamò Andrew, con ammirazione.
Si radunarono attorno a lui, iniziando a parlare contemporaneamente. Solo Giles e Wood rimanevano in disparte. Alla fine interruppe quella divertente quanto inopportuna divagazione.
“Ora basta!” sbottò, facendoli ammutolire. “Non c’è nulla per cui essere allegri.” Lanciò un occhiata infastidita al vampiro. “Ora Spike, se hai finito di vantarti, vorrei sapere come sono andate realmente le cose.”
Spike restrinse gli occhi.
“Te l’ho appena detto, Rupert.”
“Non penserai che io creda a tutto questo, vero? Non ho mai sentito parlare di questo..Duncan. Nei miei libri…”
Non fece in tempo a finire che si ritrovò il collo stretto in una morsa d’acciaio.
“E’ quello il problema, vero, Rupert?” ringhiò. Poi lo scaraventò contro la parete dall’altra parte della stanza. “Non puoi accettare che io sappia qualcosa che tu non sai. Qualcosa che non sia scritto nei tuoi maledetti libri.” Si avvicinò di un passo. “Eppure è tutto vero.”
“Non ti avvicinare, Spike” disse Robin, frapponendosi ai due. Assunse una posizione di difesa, pronto a colpire.
“Levati di mezzo, Wood.”
“No, sei tu che dovresti liberarci della tua presenza. Hai provocato fin troppi danni. La tua presenza accanto a Buffy è sempre stata deleteria.”
“Smettila.”
“E ora siamo di nuovo nei guai, per colpa tua. E lei è confinata in un letto e non sappiamo se tornerà a..”
“Questo non lo dovevi dire.” Ringhiò Spike, mentre i suoi occhi si incendiavano. Lasciò uscire il suo demone e si avventò su di lui. E l’avrebbe ucciso, se Xander non fosse intervenuto.
Lo prese saldamente per le spalle e, nonostante la sua forza fosse molto inferiore  a quella del vampiro, riuscì ad allontanarlo con facilità dalla sua vittima.
“Fermati, Spike.” Disse, guardandolo negli occhi. Oro e terra si scontrarono per qualche istante, ma alla fine Spike si calmò. Si liberò della stretta del ragazzo e scosse il capo, tornando al suo volto umano.
“Non è questo il momento di perdere la calma.” Proseguì il giovane, con decisione. Aiutò Wood ad alzarsi e puntò lo sguardo sull’osservatore. “E lei Sig. Giles, non s’intrometta. Siamo tutti qui per lo stesso motivo.”
Spike rimase sconcertato. Aveva già notato la maturità e il cambiamento del ragazzo. Ma non si sarebbe mai aspettato che prendesse le sue difese, e si schierasse dalla sua parte così apertamente. Ormai all’osservatore era rimasto solo il figlio della cacciatrice.
“Continua, William.” La voce di Fred era timida e sottile. Aveva l’impressione di aver già sentito parlare di questo Immortale. E di aver letto qualcosa nei suoi libri. Se solo ci fosse stato Wesley.
“Dopo che l’hai sfidato, cosa successe?”
“Che fummo noi a vincere.” Affermò Spike, alzando il mento con orgoglio. “Non ricordo cosa successe dopo. Angel mi raccontò che Duncan fu confinato in una dimensione parallela, una specie di esilio, dove non avrebbe potuto nuocere a nessuno.” Fece una piccola pausa. “Immagino sia riuscito a liberarsi. E sia piuttosto incazzato. Vuole vendetta. E ha usato Buffy. Deve aver scoperto che entrambi i vampiri che un secolo fa lo sfidarono, sono stati legati alla cacciatrice.” Sospirò. “Se ricordo bene ciò di cui è capace ad Angel non rimane molto tempo. Devo tirarlo fuori.”

Ci fu un altro lungo istante di silenzio. Poi fu Andrew a prendere la parola.
“Bene, che facciamo ora?”
“Suggerisco di tornare sui libri.”
“Non c’è tempo per i libri, briciola.”
“Dobbiamo trovare un modo per ucciderlo Spike.”
“Non c’è, Fred.”
“Ma deve esserci.”
Spike scosse il capo, esasperato.
“Se lo chiamano Immortale dev’esserci una spiegazione, no?”
“In Highlander gli Immortali potevano venire uccisi tagliando loro la testa. Forse può funzionare anche con lui.”
“Quello era un film, Andrew.”
“Ma i film hanno sempre un fondamento di verità.”
“Il ragazzo potrebbe avere ragione.” Esclamò Giles all’improvviso. E tutta l’attenzione fu di nuovo su di lui. Anche quella di Spike. Tolse gli occhiali e iniziò meticolosamente a pulirli, improvvisamente intimidito.
“Un modo per uccidere i vampiri è tagliare loro la testa, giusto?”
Tutti annuirono.
“Allora potrebbe funzionare anche per l’Immortale.”
Spike lo fissò per un lungo istante, poi lanciò un occhiata alla luce che filtrava da sotto i tendaggi scuri.
“E’ una teoria che potrebbe funzionare, Rupert.” Disse, tornando a fissarlo. Poi fece un passo in direzione della porta. “Trovate un modo per uccidere il maledetto bastardo. Vi do tempo fino a che non sarà di nuovo buio. Dopo di che agirò. Ora torno da Buffy.”
E senza dire un'altra parola lasciò la stanza.

Capitolo 25

Fu un urlo straziante a farlo precipitare in camera sua, mentre indugiava nel corridoio. Si era appoggiato alla parete ed era scivolato giù, inerte. Si sentiva come svuotato da ogni emozione. Era stato difficile, raccontare del suo passato. Ed era difficile trovarsi in quella situazione delicata. Avrebbe voluto… e poi l’urlo. Non aveva avuto il tempo di pensare.
In un istante fu da lei. Spalancò la porta e la vide. Era tutto come l’aveva lasciato un ora prima, fatta eccezione per le candele che, ormai consumate, emanavano un bagliore tenue, fino a spegnersi. L’odore dell’incenso era persistente e fastidioso.
Buffy era ancora stesa sul letto. Gli occhi spalancati fissavano il nulla di fronte a sé e le mani stringevano convulse i bordi delle lenzuola. Le guance erano rigate di lacrime.
Si avvicinò a lei e la prese tra le braccia. Buffy  lo respinse e lui si sentì morire. Si sedette sul bordo del letto, senza sapere cosa fare.
Lei l’aveva..respinto. Lei non lo voleva. Non voleva il suo aiuto.
“Buffy..” la chiamò piano. Allungò incerto una mano e si fermò a mezz’aria quando lei si voltò a guardarlo. Allargò gli occhi come se lo vedesse per la prima volta.
“Spike?” per un attimo parve sul punto di rilassarsi. Cercò la sua mano. Poi ricominciò a piangere sommessamente.
“Amore, sono qui.” Sussurrò lui, prendendole la mano e baciandone il dorso. Si chinò su di lei, baciandole la fronte.
“Sono qui.”
Lei sorrise per un breve istante, poi la sua espressione mutò ancora. Il suo sguardo si perse nuovamente nel vuoto e iniziò a mormorare frasi senza senso.
“Così debole. Mi sento così debole. Non voglio essere debole.”
William sospirò, accarezzandole piano i capelli. Si sentiva maledettamente impotente. Wood aveva ragione. Era colpa sua se Buffy si trovava in quelle condizioni. Era colpa sua se Angel stava per morire. Era colpa sua se tutti erano nei guai.

“Maledetto Inferno.”

“Spike..”
La guardò con tenerezza. Mai come in quel momento le appariva così fragile. E lui doveva aiutarla. Doveva essere quello forte. Doveva essere l’eroe.
“Spike..” ripetè lei, afferrandogli la mano con forza inaspettata. Lo guardò dritto negli occhi.
“Faresti qualsiasi cosa per me?”chiese.
“Morirei per te.”
“Allora trasformami.”
Fu come ricevere un colpo in pieno petto. Spalancò gli occhi e si allontanò di scatto da lei.
No. No no no.

“NO!”

Non poteva chiedergli questo. No. Doveva esserci un errore. Non aveva capito bene. Sì. Doveva essere così.

“Spike…” lei lo chiamava, implorante.
Si riavvicinò un po’.
“Amore..”
“Spike, ti prego..”
“Non posso farlo.”
“Perché?”
Esitò, prima di rispondere. Le accarezzò piano la guancia. Chiuse gli occhi, concentrando i sensi sul suo cuore che batteva, sulla sua pelle calda, sul suo respiro lieve.
Come poteva toglierle tutto questo?
Riaprì gli occhi lentamente. La guardò con amore infinito.
“Non posso Buffy. Non posso fare questo..a te. Tu sei..luce. Sei la mia luce. Sei la mia vita. Come puoi anche solo pensare che potrei togliertela. Preferirei morire piuttosto. Ma tu devi vivere..per me.”
Gli occhi della ragazza si riempirono di lacrime. Coprì con la sua la mano del vampiro, che ancora indugiava sulla sua guancia. Scosse la testa. Quanto poteva resistere ancora?
“Io non voglio essere debole.” Ripetè, per l’ennesima volta.
William si sdraiò accanto a lei attirandola a sé.
“Ti giuro che quel figlio di puttana la pagherà. Ti prometto che tornerai quella di prima. A qualunque costo.” Le baciò piano i capelli e continuò a cullarla finchè non la sentì rilassarsi e scivolare in un sonno senza sogni.

In soggiorno le tende erano state tutte tirate per permettere alla luce di entrare. Gli umani non temevano la luce, anzi vivevano di essa. Ora le ombre si stavano allungando e il sole iniziava a tramontare. La stanza era silenziosa. Gli unici rumori che si udivano erano il ticchettio dell’orologio e il fruscio delle pagine sfogliate. Odore di pizza e carta vecchia impregnava l’aria. Qualcuno aveva aperto una finestra e la brezza serale muoveva appena le tende, rinfrescando l’ambiente. Erano divisi in gruppetti, ognuno con un compito ben preciso.
Willow e Fred cercavano un incantesimo per restituire a Buffy il potere perduto. Xander, Giles e Wood sfogliavano vecchi libri scampati all’incendio per trovare un arma che uccidesse l’immortale. Andrew e Dawn cercavano su internet informazioni sugli Immortali.
All’improvviso qualcuno gridò.
“Ci siamo!! Lo sapevo, lo sapevo.”
Tutti si voltarono a guardare il giovane osservatore mentre Dawn ridacchiava.
“Ebbene?” chiese Giles, avvicinandosi.
Gli altri si radunarono attorno al ragazzo. Andrew si schiarì la voce, imbarazzato da tanta attenzione.
“Beh..” spostò il monitor del computer, in modo che fosse visibile a tutti. “Qui dice che l’unico modo per uccidere l’Immortale è una spada dalla lama d’argento, consacrata dal papa Leone VIII nel X secolo. Si trova attualmente ai musei vaticani..”

“Allora dobbiamo andare  a prenderla.”

Nessuno l’aveva sentito entrare, concentrati com’erano sulle spiegazioni del ragazzo. Spike stava appoggiato allo stipite della porta con la spalla sinistra, apparentemente rilassato.
Si staccò dalla porta e avanzò verso di loro. Li osservò lentamente uno per uno, come se li stesse studiando. Si soffermò su Willow e poi su Xander.
“Harris, tu vieni con me.” Tornò di nuovo con lo sguardo sulla strega. “Will, posso parlarti un minuto?” chiese, indicandole la porta.
La ragazza annuì.
“No, Spike. Non puoi agire sempre così avventatamente.”
Il vampiro si girò a guardare l’osservatore. Socchiuse gli occhi.
“Ti fa incazzare, vero, non essere il leader della situazione? Quello che decide.”
“Ti sbagli..”
“No non mi sbaglio.” Ghignò, ironico. “Ti avverto, Rupert. Non tentare di fermarmi o di opporti alle mie decisioni. Non ci sarà sempre qualcuno che ti para il culo e ti salva dai miei canini. E so ancora usarli, credimi.”
Non gli lasciò il tempo di rispondere e lasciò la stanza, seguito dai due ragazzi.
“Wow!” sentì esclamare da qualcuno, prima di chiudersi la porta alle spalle.
“Spike, cosa devi dirmi? Come sta Buffy?” chiese la rossa.
“Sono riuscito a calmarla. Ora riposa ma..” lasciò in sospeso la frase, osservando di sottecchi il ragazzo. “Xander aspettami fuori, per favore.”
“E’ meglio che lui non senta.” Chiarì dopo che si fu allontanato.
Willow iniziò a preoccuparsi.
Spike prese un profondo respiro, prima di continuare.
“Mi ha chiesto di trasformarla.” Disse tutto d’un fiato.
La strega spalancò gli occhi, sconvolta.
“Tu..non hai..?”
William scosse il capo.
“No non ho accettato. Non avrei mai potuto. Willow, devi aiutarmi.”
“Cosa vuoi che faccia?”
“Ho bisogno di un incantesimo, o di una pozione che la tenga calma finchè io non ci sono. Finchè non trovo quel bastardo e lo uccido. Ho paura a lasciarla sola.”
La mano della ragazza scivolò sul braccio del vampiro, in una rapida carezza.
“Farò tutto il possibile, Spike.”
Il biondo sorrise, grato.
“Grazie Will.”
E senza attendere oltre uscì.

Il viaggio in auto fu silenzioso, almeno fino a quando non arrivarono alle porte di Roma. L’auto sterzò e si fermò bruscamente sul lato della strada.
“Perché ci siamo fermati?” domandò Spike, voltandosi a guardare il ragazzo alla guida.
Xander fissò il parabrezza, stringendo il volante tra le mani.
“Perché hai voluto che venissi con te?”
Il vampiro frugò nelle tasche del suo spolverino, cercando una sigaretta. L’accese e fumò in silenzio per qualche minuto.
“Avevo bisogno di qualcuno che mi coprisse le spalle.” Rispose infine. “Dovevo portarmi Andrew?” aggiunse, ironico.
Il ragazzo scosse il capo. Strinse più forte le mani attorno al volante, finchè le nocche non divennero bianche.
“Io non dovevo essere qui. Ero in Sudafrica quando Willow mi ha chiamato. Non avevo più rivisto nessuno. Non volevo venire. Non dovevo venire. Lo sapevo che finiva così. Ma Buffy è la mia migliore amica. Nessuno mi aveva detto di te. E poi ho saputo. Tu sei tornato. E Anya no. Anya è morta. E tu no. Perché cazzo lei è morta e tu no. Perché?” e si accasciò piangendo sul volante.
Spike rimase interdetto per un secondo. La sigaretta tremò tra le sue dita. Aveva una gran voglia di fuggire. Il ragazzo continuava a singhiozzare al suo fianco e lui non sapeva cosa fare. Si era tenuto tutto dentro per tutti quei mesi. E alla fine era esploso. Era comprensibile.
Schiacciò la sigaretta ormai spenta nel pugno. Il buio dell’abitacolo gli donò coraggio.
“Sono tornato sei mesi fa dall’inferno. Sono..uscito dall’amuleto che Angel aveva dato a Buffy per sconfiggere il Primo. Mi sono ritrovato urlante nell’ufficio della Wolfram&Hart a Los Angeles. Ed ero un dannato fantasma. Quello che ho passato dopo non lo augurerei al mio peggiore nemico. Hanno cercato di rispedirmi all’inferno in più di un occasione. E forse sarebbe stato meglio. Migliore dell’inferno che vivo ogni giorno su questa terra. Non conosco le ragioni del mio ritorno. Me lo sono chiesto tante volte: sono morto da eroe, perché rispedirmi sulla terra? A che scopo? Poi qualcuno ha deciso che avevo ancora un compito qui, e mi ha ridato il mio corpo. E io, invece di esserne grato mi sono comportato da idiota, entrando in competizione con Angel. Cercando di prendere il suo posto. Finchè l’incidente con Dana non ha ridimensionato tutto.” Si fermò un istante, riprendendo fiato. Il ragazzo accanto a lui aveva smesso di piangere e lo ascoltava in silenzio. Quando riprese a parlare la sua voce tremava.
“Ho perso le mani. Tu sai che vuol dire perdere una parte del tuo corpo no? Mi credevo invincibile, immortale. Invece sono fatto di carne e sangue come qualsiasi essere umano. Solo che non sono umano. Da allora sono alla ricerca di un senso da dare alla mia esistenza. Buffy me ne ha dato uno. Non sono sicuro che sia quello giusto ma ora sono enormemente grato a chiunque lassù mi abbia dato questa seconda opportunità. Perché ho rivisto lei. Non mi sei mai particolarmente piaciuto Harris. Ma credimi se ti dico che nasconderti non serve. Fuggire non servirà a ridarti Anya. So cosa vuol dire perdere la donna che ami. Ma credo anche che lei non vorrebbe vederti così. Lei ti vorrebbe felice.”
Concluse il suo discorso in un sussurro e poi rimase in silenzio, in attesa di una reazione. Anche di un pugno magari. Una frase ironica. Qualcosa che gli indicasse che il ragazzo era tornato.
Ma lui non rispose subito. Accarezzò con dita tremanti il volante dell’auto e poi lentamente accese il motore. Entrò in città e si diresse verso il Vaticano.
“Neanche tu mi sei mai piaciuto particolarmente Spike.” Disse all’improvviso. “Ma grazie. Penso che potremmo essere amici.”
William sorrise, appoggiando la testa sul sedile. Il primo sorriso sincero in quella giornata che sembrava non avere fine.
“Amici.” Sussurrò.

“Allora hai trovato una soluzione?”
Erano rientrati da poco più di mezz’ora. Spike aveva lasciato gli altri in soggiorno ad ammirare la spada d’argento e si era ritirato nel corridoio con Willow.
Ormai mancava davvero poco.
La strega annuì.
“Sì, ho trovato incantesimo molto facile ma efficace. Ma dovrai farlo tu.”
Il vampiro aggrottò le sopracciglia, scuotendo il capo.
“Scordatelo.”
La ragazza sorrise, divertita. Doveva aspettarselo.
“Te l’ho detto, è semplice. E io non posso farlo.”
“Perché?”
“Beh..” Willow sorrise di nuovo. “Dubito che Buffy si farebbe baciare da me.”

Qualche minuto dopo Spike era di nuovo al capezzale della cacciatrice. Si era fatto spiegare cosa doveva fare e come funzionava esattamente l’incantesimo poi la strega l’aveva preso per mano e gli aveva trasmesso un po’ del suo potere.
Buffy era sveglia quando lui si avvicinò al suo letto. Si sedette accanto a lei e le prese delicatamente la mano. Lei gli e la strinse piano, cercando i suoi occhi.
“Sei tornato.”
William sorrise.
“Sì sono qui.”
“Quanto è passato?”
“Qualche ora amore. È sera.”
La ragazza iniziò ad agitarsi. Cercò di alzarsi dal letto.
“Angel! Dobbiamo..” ma lui gli e lo impedì. La fece sdraiare di nuovo.
“Sssshhh. Amore va tutto bene. Penso a tutto io. Tu riposa.” Le accarezzò la guancia poi posò le labbra sulle sue. “Riposa.” Rimase immobile qualche secondo, come gli aveva detto la strega, finchè non la sentì rilassarsi. Poi si allontanò. L’incantesimo era compiuto.
La osservò dormire tranquilla. “Perdonami amore, ho dovuto farlo.”
Sospirò e si voltò in direzione della porta. Non c’era più tempo da perdere. L’incantesimo sarebbe durato otto ore. Doveva agire in fretta.
Quando fu sulla soglia vide il suo spolverino gettato su una sedia lì vicino. Si fermò con la mano sulla maniglia poi senza riflettere lo prese e lo indossò.
Subito si sentì meglio. Quello era la sua arma vincente. Il suo portafortuna. Ora poteva essere l’eroe. Gettò un ultimo sguardo alla ragazza addormentata e chiuse la porta alle sue spalle.
Tornò in soggiorno dove tutti erano ancora intenti ad osservare la spada. Sembravano molto eccitati ed entusiasti. Willow alzò il capo e lo fissò. Annuì in risposta alla sua domanda silenziosa e si avvicinò al tavolo. Prese dalle mani di Andrew la spada e la fece roteare.
In un primo momento aveva temuto di non poterla usare, essendo consacrata ma per fortuna non era così. Si domandò con noncuranza se fosse letale anche per sé stesso. Represse una risatina. Lui non era certo potente come Duncan. Rabbrividì. Chissà se sarebbe stato in grado.
Rinfoderò la spada e fece per allontanarsi in silenzio.
“Dove credi di andare, Spike?”
Il biondo si fermò al centro della stanza, a pochi passi dalla porta. Non si curò nemmeno di voltarsi. La mano si strinse attorno all’elsa della spada.
Sospirò. Doveva aspettarselo. L’osservatore non era contento, se non metteva i bastoni tra le ruote.
“A fare una scampagnata.” Rispose, ironico.
Giles ovviamente non colse l’ironia. Qualcuno ridacchiò.
“Ti sembra il momento di scherzare?”
Spike ringhiò sommessamente.
“Vado a liberare Angel, e ad uccidere quella faccia di culo di Duncan, Rupert. E non provare a fermarmi.”
Non attese risposta e lasciò la stanza.

La luna splendeva ormai alta nel cielo in quella fredda sera di fine inverno e pareva farsi beffe di Spike che, in piedi vicino al cancello d’entrata, ad occhi chiusi annusava l’aria alla ricerca della scia di suo padre.
Un debole sorriso gli illuminò per un istante il viso già trasformato e gli occhi dorati quando finalmente la rintracciò.
“Sto arrivando, Sire.” Disse al nulla davanti a sé mentre iniziava a correre. Qualcuno quella notte sarebbe morto. Qualcuno sarebbe diventato un eroe mentre la principessa giaceva addormentata tra le coltri del grande letto a baldacchino.

“Che la danza abbia inizio.”

Capitolo 26

Ci impiegò meno tempo della prima volta a raggiungere quei cancelli familiari, da cui era uscito da meno di ventiquattr’ore. Si issò sul muro di cinta e fiutò l’aria. Il suo sguardo dorato percorse attentamente l’area circostante. Non c’era nessun odore a parte la scia di suo padre. Il giardino era immobile e silenzioso. Nessuna traccia dei Lycan che l’avevano aggredito la volta precedente.
Con un balzo aggraziato finì tra l’erba umida. Osservò la casa. Era più grande e imponente di come la ricordava. E completamente immersa nel buio. L’unica luce era quella della luna, che appariva di tanto in tanto attraverso le nubi.
Deglutì, inoltrandosi cautamente nel giardino. Iniziava a trovare quel silenzio e quell’immobilità inquietante. Avrebbe preferito di gran lunga essere attaccato. Strinse la spada nella mano.
Ripercorse con la mente gli avvenimenti di quella mattina, cercando di ricordare da dov’erano usciti. Notò, sul lato sinistro della casa, una ripida scala, che pareva portare verso le cantine.
Avanzando in quella direzione l’odore di Angel si fece più forte e si mischiò a quello del sangue. Il suo sangue. Sangue e morte. Senza rendersene conto iniziò a correre.

“Sto arrivando Liam, sto arrivando.”

Scese velocemente i gradini e si inoltrò in un corridoio buio e stretto che terminava con una porta di legno. Spinse piano il battente e il buio si fece ancora più fitto. Strinse gli occhi e avanzò con cautela. Una forte aura negativa lo avvolse e una risata agghiacciante risuonò nell’aria, facendolo rabbrividire. Lui era vicino. Lo sentiva.   

“Dove cazzo sei, Duncan?” gridò e un'altra risata vibrò nel buio. E poi una voce. Così familiare.
“Spike!”
Il suo cuore sussultò.
“Angel! Sono qui.”
“Scappa!”
“Non senza di te.”
Avanzò nella direzione da cui proveniva la sua voce, affidandosi al suo istinto e ai suoi sensi. Qualcosa vibrò nell’aria e lo colpì al braccio, facendolo vacillare. La spada cadde sul pavimento. Si chinò a raccoglierla mentre la luce di migliaia di candelabri iniziava ad illuminare l’ambiente.
Strizzò gli occhi, infastidito e finalmente vide dove si trovava.
Era una stanza rettangolare, grande e spoglia. Le pareti erano di mattoni rossastri e il soffitto a volte più alto di quanto si era immaginato. Non c’erano finestre. Sembrava un immensa prigione.
Angel era incatenato per le braccia alla parete opposta. Gli abiti erano strappati in più punti e il viso sofferente e pieno di lividi.

“Angel!” gridò ancora e iniziò a correre in sua direzione.
“Spike! No!”

Senza rendersene conto era finito a terra, la spada a qualche metro da lui, un dolore lancinante alla schiena e alla spalla.
“Cosa credevi di fare, Sanguinario?” e l’ennesima risata rimbombò nell’aria. Lui non si era ancora palesato.
Si rialzò, ignorando la fitta di dolore alla schiena.
“Fatti vedere idiota, e combatti. O non hai le palle per affrontarmi lealmente?”
Una violenta quanto improvvisa ondata di energia lo fece finire di nuovo a terra e finalmente l’Immortale fece il suo ingresso.
Era ancora più imponente di quanto ricordasse. Vestito completamente di nero, gli occhi pece infiammati d’odio, avanzava lentamente verso di lui, un ghigno diabolico in viso.
“Sei soddisfatto, ora, Sanguinario?”
Spike, rannicchiato a terra in posizione d’attacco, emise un basso ringhio e si scagliò su di lui, ignorando del tutto la spada abbandonata a terra.
Lo morse sulla spalla, facendolo cadere. Un'altra ondata di energia lo spinse lontano, contro il muro di mattoni. Si rialzò immediatamente, ringhiando. La rabbia cieca gli impediva di sentire il dolore.
Duncan non pareva minimamente scalfito né impressionato dai suoi attacchi. Lo attendeva, sorridente, al centro dell’immensa stanza. Sembrava quasi divertito.
“E’ tutto qui, quello che sai fare? Credi davvero di potermi sconfiggere? Angelus ci ha provato e guarda com’è ridotto. E tutto per cosa? Per una stupida umana.” Rise e si voltò a guardare il vampiro bruno, incatenato alla parete.
William seguì il suo sguardo e un'altra ondata di rabbia, più forte di prima lo invase.
“La pagherai!” gridò prima di avventarsi su di lui. Non riuscì nemmeno a toccarlo, questa volta e di nuovo si ritrovò schiacciato a terra.
Le ossa iniziarono a scricchiolare. Tentò di rialzarsi ma qualcosa gli e lo impedì. Raggelò. Non  riusciva più a muoversi. Una forza sconosciuta lo tratteneva mentre l’Immortale aveva smesso di ridere.
“Ora basta.” Disse, cupo. Guardò il vampiro biondo, agonizzante a terra. “Guarda morire il tuo Sire.”
“No!” gridò Spike, impotente. Cercò di nuovo di rialzarsi, invano. La spada, a terra accanto a lui, brillava.
“Non lo fare bastardo.”
Duncan si era avvicinato ad Angel. Rimase immobile per un lungo istante, pensieroso, una spada in mano.
La alzò, con lentezza esasperante all’altezza del collo del vampiro. Il tempo parve fermarsi mentre gli occhi di un padre e di un figlio si incrociavano per un ultima, drammatica volta.

“Ti voglio bene, William.”

E poi la lama fendette l’aria. Divenne polvere prima che la sua testa toccasse terra.
Spike gridò di dolore e si accasciò al suolo.
Duncan rise.
Angel era morto.

“Aaaaaahhhhhh” Buffy spalancò gli occhi gridando. Si mise seduta, portando una mano al petto. Il suo respiro era affannoso. Cercò di calmarsi.
Intorno a lei tutto era buio e silenzioso. Cos’era successo? Era un sogno? Cercò di riordinare le idee. Quanto tempo era passato?
Non lo sapeva. L’ultima cosa che ricordava, prima di cadere nell’oblio del sonno, era Spike che la baciava e una strana sensazione di languore avvolgerla subito dopo.
Lentamente, quando il respiro si fece regolare, si tolse di dosso le coperte, buttando le gambe verso il bordo del letto.
Si alzò in piedi con cautela, barcollando un poco. Sembrava tutto a posto. Chiuse gli occhi, concentrando l’attenzione sul suo corpo.
La sensazione di perdita era svanita. Il potere era tornato ad avvolgerla. Riaprì gli occhi e prese con una mano il mobiletto accanto al letto. Lo scaraventò dall’altra parte della stanza senza alcuna difficoltà. Sorrise. Era di nuovo quella di prima.
La porta si spalancò e nel cono di luce apparvero diverse paia d’occhi ansiosi.
“Buffy, stai bene?” domandò Willow.
La cacciatrice annuì.
“Sì, sto bene. Ho fatto un sogno e quando mi sono svegliata mi sentivo di nuovo me stessa.”
Cercò Spike con lo sguardo.
“Dov’è Spike?”
La rossa abbassò la testa. Erano trascorse solo poche ore da quando il vampiro se n’era andato. L’incantesimo era durato meno del previsto. Nel momento in cui aveva sentito l’urlo di Buffy aveva avvertito qualcosa, uno sconvolgimento nell’equilibrio. Doveva essere successo qualcosa di importante.
“Buffy..”
“Dov’è?”
“E’ andato a liberare Angel.”

La sua polvere era arrivata fino a lui. Sembrava quasi sfiorargli le mani che, strette a pugno colpivano ripetutamente il pavimento.
Morto. Lui era morto. Lui. Era. Morto.
Scosse il capo più volte mentre le lacrime gli annebbiavano la vista. no. Lui non poteva. Non doveva. Non. No.

“Perché, cazzo, perché?”

Non l’aveva salvato. Lui. Era. Inutile. Non lo udì avvicinarsi. E non sentì il calcio che lo scaraventava lontano, contro la parete. Non sentiva più nulla se non il dolore di quella perdita, e la sua risata agghiacciante nelle orecchie.
Rimase rannicchiato sul pavimento, inerme. Tanto valeva morire.  

“Non ti arrendere, William.”

Alzò il capo di scatto. Erano soli in quell’enorme stanza. Solo lui e l’Immortale. Eppure l’aveva udita distintamente.  La voce del suo sire. La voce di Liam.
Era così reale. Non ti arrendere. Uccidilo. Vendicati. Fallo. Ora. La spada d’argento brillava a pochi passi da lui. Allungò una mano e la raccolse. Un ondata di potere sconosciuto lo avvolse non appena le sue dita toccarono l’impugnatura. Si rialzò barcollando, gli occhi dorati iniettati di sangue e rabbia.

“La pagherai.” Ringhiò, e si scagliò su di lui. Duncan non si aspettava un attacco e Spike fu più veloce di lui, questa volta. La lama fendette l’aria e gli trapassò il collo. Non divenne polvere come si aspettava. La testa rotolò sul pavimento, in viso un ghigno agghiacciante e immobile. Il corpo rimase fermo per un lungo istante, poi si afflosciò a terra, privo di vita.
Spike tremò e lasciò cadere la spada, che pareva bruciare nella sua mano. E poi le gambe cedettero. Si accasciò a terra, gemendo e piangendo.
La vendetta non era dolce come si aspettava. Era amara. Sapeva di morte. Sapeva di dolore. La vendetta non gli avrebbe ridato Angel. Non doveva andare così. Lui non doveva morire. Era sbagliato. Era tutto sbagliato. Lui non era l’eroe. Lui era solo..

“Spike!”
Fu la sua voce a riscuoterlo dal torpore in cui era caduto. Non sapeva quanto tempo era passato. Le candele continuavano a bruciare e lui continuava a piangere, sul pavimento, dove fino a poco tempo prima giaceva la polvere di suo padre. Si era lentamente dissolta, senza che lui se ne rendesse conto, insieme al cadavere dell’Immortale.
Si sentì abbracciare da dietro, due braccia calde e confortevoli lo avvolsero.
“Spike.” Ripetè la voce.
Si rigirò nell’abbraccio e incrociò i meravigliosi occhi verdi della cacciatrice.
“Buffy.”
“Amore, sono qui. Come stai?cos’è successo?” gli accarezzò piano il viso. Era più pallido del solito e gli occhi erano gonfi di lacrime, ma nel complesso sembrava stare bene. “Dov’è Angel?”
Un tremore scosse le spalle del vampiro. Nascose il volto sul petto di lei.
“Spike.”
“Lui è..” non riuscì a terminare la frase. “Non l’ho salvato.” E ricominciò a piangere.
Buffy rimase impietrita per qualche secondo. No. Non poteva essere. Lui era.. No. Poi vide la spada a terra, accanto a loro. Ebbe una dolorosa sensazione di dejà vu. Tremò impercettibilmente, mentre William singhiozzava tra le sue braccia.
Doveva portarlo via di lì.
“Spike andiamo via.” Disse, cercando di sollevarlo. E fu in quel momento che lui si staccò da lei. La guardò con occhi spiritati e poi svenne, afflosciandosi a terra.
Buffy gridò quando una luce bianca li avvolse entrambi.

Si sentiva leggero, come se il suo corpo avesse perso consistenza. Come quando era un fantasma. O forse no. Contrariamente ad allora qui aveva la percezione del mondo che lo circondava. Avvertiva il calore e la luce che lo avvolgeva, anche se aveva gli occhi chiusi. Era un luogo caldo e confortevole. Era in paradiso?
“William.” Sentì qualcuno chiamarlo. Aveva una voce cristallina e delicata, come quella di un angelo. Forse era davvero il paradiso.
“William, svegliati.” Ripetè la voce.
Spike aprì lentamente gli occhi, stregato da quella voce. Era impossibile resistergli. La luce era più intensa e forte di quanto aveva immaginato. Mosse piano il capo. Non c’era alcuno punto di riferimento attorno a lui. Era tutto bianco e caldo. Si mise seduto. Il senso di leggerezza non era ancora svanito.
“Dove sono?” chiese, guardandosi attorno stranito.
“Non importa dove sei, William. Importa chi sei. E ciò che hai fatto.” Disse la voce.
Spike iniziò ad irritarsi. Non aveva senso parlare al nulla. Si alzò in piedi.
“Dove accidenti sei?”
“Sono qui, davanti a te.”
“Non prendermi per il culo.” Qualcosa lo colpì leggermente sul petto. “Ehi!”
“Mi credi adesso?”
Il vampiro annuì.
“Ora posso sapere dove sono? Sono morto?”
“No, non sei morto, William. Sei qui per volere delle Forze dell’Essere.”
Spike alzò un sopracciglio. Ne aveva già sentito parlare, alla Wolfram&Hart.
“Tu hai ucciso l’Immortale. E per questo hanno deciso di farti un dono. Ma dovrai dimostrare di esserne degno.”
“Quale dono?”
“L’umanità, vampiro.”
Spike trattenne il respiro. Stava succedendo veramente? A lui? Scosse il capo. No. Non poteva essere. Lui non era l’eroe. Lui non..
“E come..” non riusciva nemmeno a parlare.
“Hai un anno di tempo, a partire da oggi per meritare il tuo dono. Nel frattempo potrai godere di privilegi che agli altri vampiri sono negati.”
Aprì la bocca, ma non riuscì ad emettere alcun suono. Era tutto così incredibile. Non poteva essere vero.
“C’è una sola condizione.”
“Quale?” riuscì a stento a chiedere.
“Nessuno lo dovrà mai sapere. Nemmeno la tua amata mortale.”
Spike annuì, incredulo. Perché a lui?
Fece un passo indietro. Chissà dov’era l’uscita. Voleva andarsene. Quel luogo, che prima aveva trovato caldo e accogliente, stava diventando soffocante. La luce accecante gli feriva gli occhi.
“Ancora una cosa, William.”
Cosa volevano ancora da lui? Non era già abbastanza?
“Hai un desiderio, da esprimere. Cosa desideri?”
Il vampiro rimase in silenzio, pensieroso. Cosa desiderava?

Voglio andarmene di qui. Voglio che tutto questo non sia mai accaduto. Non voglio..essere umano.

“Desidero che Angel torni in vita.”disse piano e poi tutto si fece nero.

“Spike, Spike. Mi senti?”
Era ancora avvolto dal’oblio ma la sua voce riusciva a giungere fino a lui strappandolo dal buio.
Riaprì gli occhi lentamente. Si sentiva stanco,  le membra erano pesanti. Due braccia esili lo avvolgevano e il capo era appoggiato al suo grembo.
Alzò lo sguardo su di lei. I suoi occhi erano preoccupati, le guance bagnate di lacrime, il labbro inferiore tremava.
“Buffy.”
“Oh Dio ti ringrazio.” Mormorò lei, sollevata.
Lo aiutò a mettersi seduto. Lui allungò una mano verso il suo viso, e le asciugò le lacrime.
“Perché piangi amore?” chiese, ancora confuso. era successo veramente? O era stato tutto un sogno? Quello che gli avevano detto. Era vero?
“Io credevo..” balbettò lei, ancora prossima al pianto. “Quella luce. Credevo di averti perso.” Lo abbracciò, nascondendo il viso sul suo petto. “Non avrei sopportato di perdere anche te.”
“Angel.” Sussurrò lui, tenendola stretta.
Era tutto dannatamente vero e doloroso. Angel era morto e lui era lì. Non l’aveva salvato. Il resto, la luce bianca, la voce cristallina, il dono. Era stato tutto frutto della sua immaginazione. Un sogno. Soltanto un sogno.
“Spike, andiamo via di qui, ti prego.” Mormorò la cacciatrice, dopo qualche minuto. Si scostò da lui e lo fece alzare.
William non disse una parola, ancora perso nei propri pensieri. Lasciò che lei lo prendesse per mano e lo accompagnasse fuori. Trovò quasi strano che la villa non fosse crollata dopo la morte del suo proprietario. Percorsero il corridoio in silenzio e solo quando furono vicini all’uscita lui parve scuotersi dal suo torpore. Un cono di luce illuminava la parte finale del corridoio. Era giorno, là fuori. Buffy si fermò a un metro dall’uscita.
“Aspettami qui, vado a prendere una coperta.”
Ma Spike non vi badò. Era attratto dal cono di luce.

“Nel frattempo potrai godere di privilegi che agli altri vampiri sono negati.”

Chissà se tra questi privilegi c’era anche la possibilità di stare alla luce del sole. Chissà se in fondo non si trattava di un sogno ma della realtà. C’era solo un modo per scoprirlo.
Lasciò la mano della cacciatrice e iniziò lentamente a camminare verso l’uscita.
“Spike che stai facendo?” gridò lei, allarmata. Cercò di fermarlo ma lui non gli e lo permise.
“Devo verificare una cosa.” Disse, continuando ad avanzare finchè non fu inondato dalla luce.
Istintivamente cercò riparo, temendo da un momento all’altro di iniziare a bruciare. Ma non successe niente. La sua pelle si riscaldava ma non bruciava.
Sorrise e salì le scale più velocemente, fermandosi solo quando si ritrovò nel cortile. Buffy lo seguiva, incredula e un po’ spaventata. Lo prese per un braccio.
“Spike, che sta succedendo?”
Lui la guardò sorridendo.
“Un desiderio che si avvera.” Disse, felice.
Allora era tutto vero. Chissà che altro avrebbe potuto fare ora. Chissà se le croci..e l’acqua santa. E i paletti…
Chissà se Angel..
“Tu hai desiderato di poter stare alla luce del sole?” domandò Buffy, ancora incredula.
“No. È stato..” si bloccò..

“Nessuno lo dovrà mai sapere. Nemmeno la tua amata mortale.”

Lei non avrebbe dovuto saperlo. Mai. Scosse la testa. Per un attimo il suo sorriso scomparve. Sarebbe stato un segreto duro da mantenere. Il sole l’aveva giustificato, ma il resto?
E cosa doveva fare per meritare di essere umano? Buone azioni? Cosa? Sarebbe riuscito a nasconderlo a lei?
Un anno. 365 giorni. Era un periodo lungo.
“Spike.” Lei gli toccò il braccio.
Tornò a sorridere.
“Sì.” Disse. “Divertente vero?” e si finse allegro. La prese per mano. “Andiamocene ora, ne ho abbastanza di questo posto.”

Capitolo 27

Il viaggio di ritorno fu breve e silenzioso. Nessuno aveva voglia di parlare. Non ne aveva Spike, che osservava pensieroso il panorama che scorreva dietro il finestrino. Non ne aveva Buffy, ancora troppo scossa dai recenti avvenimenti. E nemmeno Xander, che ancora una volta si era ritrovato autista e testimone. Aveva notato il cambiamento di Spike e l’assenza di Angel ma non aveva commentato né aveva chiesto spiegazioni. Il suo unico desiderio ormai era di ritornare alla sua vita anonima e solitaria.
C’era un insolito movimento attorno alla villa quando finalmente arrivarono. Davanti all’ingresso era parcheggiata un auto scura e accanto ad essa Fred parlava a bassa voce con un uomo di mezza età dai capelli brizzolati. Sulla soglia diverse paia d’occhi osservavano ansiose.
Il sole splendeva alto nel cielo azzurro di fine inverno.
Xander si fermò dietro l’auto nera e spense il motore. Spike scese per primo e di nuovo si meravigliò dell’effetto che la luce aveva su di lui. La pelle appariva ancora più bianca del solito e risplendeva di un tenue bagliore. La sua temperatura corporea era aumentata di qualche grado. Al tatto era tiepida. Era una sensazione splendida. Aveva dimenticato quanto potesse essere bello vivere di giorno.
Buffy scese dietro di lui e lo osservava con una certa apprensione. Non si era ancora abituata a quel cambiamento e non lo capiva fino in fondo. Se solo lui si fosse spiegato. Si chiese distrattamente chi fosse l’uomo con cui parlava Fred.
Xander chiudeva il gruppetto. Nessuno pareva fare caso a lui e forse era meglio così. Non aveva voglia di parlare e ne aveva abbastanza di tutto quanto.
“Grazie di tutto, dottore.” Stava dicendo la giovane scienziata in un italiano stentato, quando gli passarono accanto.
“Non c’è di che Miss Burkle.” Disse l’uomo, stringendole la mano. Fece un cenno di saluto ai nuovi venuti e salì in auto.
Fred si rivolse alla cacciatrice. Aveva un sorriso radioso stampato in viso.
“Buffy non crederai mai a quello che è successo. Angel è vivo.”
La ragazza allargò gli occhi per lo stupore. Si mise una mano davanti alla bocca, per impedirsi di urlare. E poi, senza dire una parola e ignorando tutti quanti, schizzò dentro.
Xander seguì l’amica in casa, sconcertato per la notizia ma più tranquillo. Che Angel fosse vivo o morto poco gli importava in fondo.
Spike rimase immobile sulla soglia, gli occhi spalancati, cercando di assimilare la notizia che gli era appena stata data.
Angel è vivo. Non c’erano dubbi sul significato di quelle parole. Il suo desiderio si era avverato. Quello che non si era aspettato era la reazione di lei. Era corsa da lui dimenticando ogni altra cosa. Dimenticando tutte le promesse che gli aveva fatto. Era corsa dal suo amato immortale. Era corsa dall’unico uomo che avesse mai amato e che non aveva mai potuto avere. Ma ora le cose erano cambiate, giusto?
Avrebbe dovuto essere felice, eppure covava una profonda rabbia e una gelosia insensata nei suoi confronti. Nei confronti di suo padre. Nei confronti dell’uomo che gli e la stava portando via.
E tutto il resto ora passava in secondo piano. Chi se ne importava del dono che aveva ricevuto. Chi se ne importava dei privilegi che aveva ottenuto. Se lei non ci fosse stata.

“Spike, stai bene?”
La voce di Fred gli giungeva lontana, come se appartenesse ad un'altra dimensione. Alzò gli occhi e la guardò, senza realmente vederla. Annuì distrattamente con il capo e poi avanzò lentamente, superandola. 
Entrò in casa come un automa, come se il suo corpo non gli appartenesse più. Ignorò tutti i presenti e le domande che gli rivolgevano e, sempre in silenzio raggiunse la sua camera, chiudendosi dentro. Appoggiò la schiena sulla porta e chiuse gli occhi. Respirò a fondo. Si rese conto di tremare. E poteva giurare di aver sentito il suo cuore muoversi, dentro di lui.
Ma era solo un illusione. L’intera cosa del dono e dell’umanità era un illusione. Lui non meritava niente. Lui non era l’eroe.
Riaprì gli occhi di scatto mentre tutto il dolore che aveva cercato di reprimere nelle ultime settimane si riaffacciava prepotentemente. Il suo equilibrio interiore era crollato miseramente. Non era servito a niente. Affrontare Dana, uccidere l’Immortale, credere in Buffy. Lui era e rimaneva comunque solo ad affrontare i suoi demoni.
E la sua anima era sempre lì, pronta a tormentarlo. Se solo avesse potuto strapparla via dal petto e lasciare spazio al suo demone. Tornare quello di prima. Se solo fosse possibile..
Improvvisamente si sentì soffocare. Quella stanza era troppo buia, troppo piccola, troppo opprimente. Con un balzo fu davanti alla finestra. Scostò le tende e l’aprì.
Fu inondato di luce e dovette chiudere gli occhi. L’aria frizzante gli accarezzò la pelle e subito si sentì un po’ meglio. Riaprì gli occhi lentamente e osservò il giardino pieno di vita.
Con la coda dell’occhio vide qualcosa brillare alla sua sinistra. Si voltò lentamente. I raggi del sole si riflettevano sullo specchio posto di fronte al letto e che rimandava in parte l’immagine di un uomo. Quell’uomo era lui. Rimase in stato di shock per un lungo momento.
Poi si avvicinò e finalmente, dopo oltre un secolo, vide di nuovo la sua immagine riflessa. Allungò una mano tremante sulla superficie trasparente, seguendo con un dito i lineamenti del suo viso.
Era lui quello? Il volto un po’ irregolare, magro e pallido, gli zigomi alti, gli occhi blu cerchiati di viola, il sopracciglio sinistro sfregiato, i capelli arruffati di un biondo impossibile, quasi bianco.
Era davvero lui?
Il resto non era migliore. Il corpo magro, le spalle curve, la maglietta nera sporca di polvere e strappata in più punti, la giacca di pelle che ricadeva inanimata.
Con uno scatto improvviso la mano si ritrasse chiudendosi a pugno e colpì il vetro con forza, frantumandolo. Un dolore acuto gli salì fino alla spalla, facendolo quasi urlare. Aveva dimenticato quanto fossero ancora troppo sensibili, quelle terminazioni nervose.
Rimase immobile in quella posizione, guardando la mano che aveva iniziato a sanguinare lentamente con uno strano ghigno in viso.

“Non ti è piaciuto quello che hai visto, William?”

Buffy sedeva sul bordo del letto dove giaceva Angel e gli teneva la mano. Il cuore le batteva all’impazzata. Non riusciva ancora a crederci. Lui era vivo ed era lì, di fronte a lei e le sorrideva.
“Come ti senti?” gli domandò, per l’ennesima volta.
“Sto bene, Buff.” Rispose lui. Ed era vero. Si sentiva debole e un po’ spaesato ma nel complesso era in perfetta forma.
Era successo tutto troppo velocemente per conservarne un ricordo chiaro. Ricordava le torture e le percosse che gli aveva inflitto l’Immortale. Ricordava il dolore e le catene che gli ferivano i polsi. E ricordava Spike e il suo inutile tentativo di salvarlo.
Chissà dov’era ora. Non essendo più un vampiro non riusciva più nemmeno ad avvertire la sua presenza. Ma sapeva, con assoluta certezza che il merito della sua umanità era suo. E voleva almeno ringraziarlo. E aiutarlo anche, per quanto possibile perché quell’anno sarebbe stato il più lungo e difficile della sua intera esistenza.
Si aspettava di vederlo al suo capezzale e fu un po’ deluso quando vide solo Buffy. Ma non ne fu stupito. Doveva immaginarlo che lei avrebbe reagito così.
Fred invece era quasi svenuta quando l’aveva visto sulla soglia, con i vestiti laceri e tremante di freddo. Quando si era resa conto di quello che era accaduto aveva subito chiamato un medico anche se lui non voleva. E il dottore aveva confermato quello che lui già sapeva e rassicurato tutti delle sue condizioni di salute. Però avevano insistito affinchè rimanesse a letto e in fondo non era del tutto una cattiva idea.
Guardò Buffy, seduta accanto a lui e la trovò bella come un angelo. Quello che immaginava di provare nel rivederla però non si era avverato. I suoi sentimenti erano rimasti gli stessi. Provava per lei un profondo affetto ma niente a che vedere con l’amore. Lei invece appariva diversa, molto coinvolta. Ne fu leggermente infastidito. Dov’era finito tutto l’amore che dichiarava di provare per Spike? E perché non era con lui in quel momento?
“E’ incredibile.” Stava mormorando lei con gli occhi lucidi. Gli stringeva la mano e scuoteva la testa, ridendo tra le lacrime. “E’ vero? Sei davvero tu?”
“Buffy.” Disse, con voce gentile. Si raddrizzò sul letto e si sciolse dalla sua stretta.
“Perché non sei con Spike?”
La ragazza fu presa alla sprovvista. Non si aspettava una simile domanda. Spalancò gli occhi senza sapere cosa rispondere.
“Io non..”
“Sai dov’è almeno? Come sta?” insistette lui.
Buffy scosse il capo. Non ci aveva pensato. In quel momento non ci aveva pensato. Si era dimenticata di lui. Abbassò gli occhi. Si torse le mani, nervosa.
“Cerca di capire. È stato..inaspettato.”
Angel le posò una mano sulla guancia, accarezzandola lievemente.
“Lo so, Buffy. Lo capisco ma..” fece un sospiro, mentre le alzava il viso in modo che lei lo guardasse. “Spike ha bisogno di te. Ora più che mai. Avremo tempo per parlare. Non vado da nessuna parte.” Sorrise. “Ma ora vai da lui, prima che sia troppo tardi.”
La cacciatrice lo fissò stupita.
“Troppo tardi per cosa?”

Non gli e l’aveva spiegato. Gli aveva ripetuto di andare da lui e l’aveva gentilmente spinta fuori. Sospirò. In fondo Angel aveva ragione. Era stata egoista ma..
Calciò un sasso invisibile mentre percorreva il corridoio. Era certa del suo amore per Spike ma..
Quando aveva saputo che Angel era vivo. Vivo. Con un cuore che batteva e tutto il resto. Era rimasta..spiazzata. Si chiese se era una parte del vecchio amore che tornava a galla.
La porta della camera era socchiusa. La spinse un poco, sbirciando all’interno. La stanza era completamente inondata dalla luce. Spike era di fronte alla finestra e le dava le spalle. Non era solo.
C’era Fred, che gli teneva la mano sinistra tra le sue. Una fasciatura recente gli copriva parte del dorso. Aggrottò le sopracciglia. Cos’era successo? Non fece caso ai pezzi di specchio infranto che giacevano ancora sul pavimento.
Un ondata di gelosia l’invase. La ragazza gli stava troppo vicino e il suo atteggiamento era troppo premuroso.
Spike non gli aveva mai raccontato quali erano esattamente i rapporti con lei. Sapeva che l’aveva aiutato molto, quand’era incorporeo e anche dopo, in seguito all’incidente con Dana. Ma a lei era sembrata solo una gatta morta.
Aprì un po’ di più la porta, fermandosi sulla soglia. Non parevano essersi accorti di lei. Tossicchiò leggermente, attirando l’attenzione.
Si voltarono entrambi. La scienziata aveva un aria colpevole e spaventata. Spike appariva indifferente. Trasalì appena, quando la vide.
Si appoggiò allo stipite della porta, incrociando le braccia.
“Scusate il disturbo.” Disse ironica, lasciando uscire la parte peggiore di sé. Non doveva ma era più forte di lei.
Spike indurì lo sguardo. Accarezzò il braccio di Fred mentre lei faceva un passo indietro, imbarazzata.
“Io..io devo andare.” Cercò invano di districarsi dalla stretta del vampiro. Gli occhiali le scivolarono sul naso.
“Almeno tu non ti sei dimenticata di me.” Le mormorò lui, abbastanza a voce alta perché Buffy lo sentisse. E senza preavviso si chinò a sfiorarle le labbra con un bacio. “Grazie di tutto amore.”
Fred si staccò da lui con il volto in fiamme e fuggì via, mormorando incoerenti parole di scuse.
Buffy tremava di rabbia trattenuta. Perché quello spettacolo idiota? Voleva punirla per averlo dimenticato ed essere corsa da Angel? Beh, c’era riuscito in pieno.
Spike le diede le spalle, come se nulla fosse successo. Guardò fuori dalla finestra.
La cacciatrice si staccò dalla porta e la chiuse con un tonfo. Avanzò di qualche passo all’interno della camera. Si fermò a fianco al letto.
“E quello, cos’era?”
Lui non si curò nemmeno di voltarsi. Strinse le mani sul bordo della finestra. Era giunto il momento, alla fine.
“Sto parlando con te, Spike.”
C’era rabbia nella sua voce?E anche un po’ di..gelosia? Il suo cuore fremette. Rilasciò la presa sulla finestra e si voltò. Lei era in piedi a pochi passi da lui. Era bellissima, come sempre.
“Perché, sei gelosa, forse?”
“Non dovrei?”
Il vampiro socchiuse gli occhi e abbassò lo sguardo. Fissò la fasciatura. Aprì e chiuse la mano un paio di volte.
“Perché non sei dal tu amato immortale?” ci pensò un attimo. “O forse dovrei dire mortale, date le circostanze?”
I pugni di Buffy si strinsero. Che situazione assurda.
“Cosa diavolo..” cercò di respirare con calma. “Ok..hai ragione. Sono stata..avventata. Ma..” allargò le braccia, rilasciando i pugni. “ Cerca di capire. È stato..” si bloccò alla ricerca delle parole giuste. “E’ quello che aspettavamo da una vita.” Si pentì di quelle parole non appena le pronunciò.
La bocca di Spike si piegò in un sorriso triste e vagamente ironico.
“E perché perdi il tuo tempo con me?”
“Non intendevo quello che.. Maledizione. Non stai rendendo le cose facili.”
“Lo so.”
“Io non amo Angel.” Finalmente la conversazione aveva ripreso la giusta direzione. “Solo che..sentire il suo cuore battere è stata un emozione che..”
“Come se fosse la prima volta..”
Gli occhi di Buffy si allargarono per lo stupore. Spike si pentì di quell’uscita.
“Cosa..?”
Lui abbassò gli occhi, evitando il suo sguardo.
“Fattelo spiegare da lui.”
“E’ quel che farò.”
“Bene.”
“Ma non adesso.”
Lui rialzò lo sguardo. Era di nuovo di ghiaccio.
“Si può sapere che cosa vuoi?”
Buffy trasalì appena ma non si lasciò intimidire dal suo tono. Avanzò di un passo. Ora c’era solo il letto a separarli.
“Parlare.”
“Non abbiamo più niente da dire, mi pare. Hai il tuo bell’amore immortale ora no? Il vampiro usa e getta si ritira e ti lascia in pace.”
“Stai scherzando vero?”
Buffy era incredula. Quella conversazione era semplicemente irreale. Spike sembrava aver perso completamente la ragione.
“Non è quello che volevi?”
“No!” gridò lei. Aveva una gran voglia di prenderlo a pugni. Cercò di nuovo di calmarsi.
“Spike, io ti amo. Probabilmente ho sbagliato a correre da Angel prima. Probabilmente avremmo dovuto andarci insieme. Ma non ci ho pensato, davvero. È stato..l’impulso del momento. Ma questo non cambia niente. Voglio dire..fra noi. Io ho scelto te.”
“Lui è una scelta migliore.”
“Ma io non voglio lui..”
Buffy iniziava ad innervosirsi. Non capiva. Non capiva perché lui insisteva così tanto. Poteva essere geloso fino a tal punto? Eppure..
No. Doveva esserci qualcosa sotto. Se soltanto avesse capito cosa.
“Perché no? È umano. Io non lo sono.”
Allora era quello il problema. Lui cercava di spingerla tra le braccia di Angel perché lui ora era umano.
“Non ha importanza. È te che ho scelto. È te che voglio al mio fianco. E non importa se non sei umano.” Scelse le parole con cura per non ferirlo più di quanto non lo fosse già.
Doveva essere stata cieca per non essersene mai accorta prima. Era ancora dannatamente insicuro e ferito. La crisi non era ancora passata. Ma tutto si sarebbe aggiustato. Avevano tutta la vita davanti.
“A me importa.”
“William..” lo chiamò con dolcezza. Di solito funzionava sempre. Ma non questa volta.
“Non chiamarmi così.”
“E’ il tuo nome.”
“No. Non lo è. William non esiste. William è morto 125 anni fa. Ora è Spike. Hai capito? Spike. E nient’altro.” La sua voce tremava. Di nuovo si sentì soffocare, lì dentro. Aveva bisogno d’aria.
“Che sta succedendo? Perché fai così?”
Buffy era spaventata ora. E preoccupata. E arrabbiata anche. Non l’aveva mai visto così.
“Lasciami in pace.” Girò attorno al letto, calpestando i cocci di vetro. Guadagnò l’uscita.
“Dove stai andando?” gridò lei, afferrandolo per un braccio. Lui la strattonò con violenza, liberandosi.
“Ho bisogno d’aria.” E lasciò la stanza correndo.

“Mi ha gridato di lasciarlo in pace e poi è corso fuori.”
Buffy si era di nuovo rifugiata da Angel. Era seduta sul letto, al suo fianco. Lui era il suo porto sicuro, la sua ancora di salvezza a cui aggrapparsi. Si sentiva rassicurata e riscaldata dalla sua presenza. E poi lui conosceva meglio di chiunque altro Spike e poteva darle un consiglio sul suo assurdo comportamento.
Liam le accarezzò le spalle. Quello che aveva temuto si era alla fine avverato. L’equilibrio di Spike era crollato. Aveva dovuto sopportare troppo e alla fine non ce l’aveva fatta. Forse avrebbe dovuto parlargli. Ma si sentiva debole. Tutta l’energia provata in precedenza si era affievolita nel tempo. Probabilmente era un residuo della sua forza di vampiro che ora era svanita del tutto. Ora era un semplice umano e anche se ne avesse avuto l’energia non sarebbe mai riuscito a trovarlo.
“Piccola mi dispiace. Vorrei poter fare qualcosa di più concreto ma..” prese una pausa, respirando a fondo. “Non posso parlare.”
“Tu sai cosa gli è successo, vero?”
Lui annuì.
“Ma non posso dirtelo. L’unica cosa che posso dirti..è di stargli vicino. Lui ha bisogno di te. Non abbandonarlo. Ha bisogno della tua forza e del tuo sostegno. E di tutto il tuo amore.”
Buffy abbassò lo sguardo.
“Lui non mi crede. Non crede nel mio amore. Non so più come fare per convincerlo. So di aver sbagliato tanto con lui. Ma non merito tutto questo. Non lo merito.”
“Spike sa che lo ami. Credimi.”
La ragazza si prese il viso tra le mani. Le spalle tremarono. Angel la attirò più vicino.
“Cosa posso fare?” domandò tra le lacrime.
“Portalo via.” Buffy rialzò gli occhi su di lui. “Andate via. Non c’è nulla che ti trattenga qui, giusto?” lei scosse il capo. “E allora andate.”
“Dove?”
“Qualunque posto andrà bene. Purchè sia lontano dai tuoi e i suoi demoni. Dimenticate chi siete. Fagli dimenticare chi è.”
“E’ una buona idea, ma non credo di avere il denaro necessario a..”
“Per i soldi non preoccuparti.” La bloccò lui. “Ci penso io. Sono ancora il capo della Wolfram&Hart no?” sorrise.
Buffy invece assunse un espressione preoccupata.
“Intendi continuare?”
Angel annuì.
“Se credi che abbandoni tutto solo perché sono umano..”
“E’ proprio perché sei umano che..”
“Non lascio la mia squadra..”
“E’ pericoloso.”
“Lo so.”

“Solo che..sentire il suo cuore battere è stata un emozione che..”
“Come se fosse la prima volta..”

Buffy aggrottò le sopracciglia, ricordando le parole di Spike di poco prima.
“Angel?”
“Sì?”
“E’ la prima volta che ti succede?”
Lui inarcò un sopracciglio, senza capire.
“Che mi succede, cosa?”
“Di sentire il tuo cuore battere.”
I muscoli della mascella del ragazzo si contrassero. Un sospetto si insinuò nella sua mente. Forse Buffy stava ricordando qualcosa?
Decise di rimanere sul vago.
“Non so di cosa tu stia parlando.”
“Spike ha detto di chiedere a te.”
“Spike ti ha detto cosa?”
“Che non è la prima volta.”
Angel sospirò. Sarebbe impazzito, un giorno o l’altro.
“Ricordi quando 5 anni fa sei venuta a Los Angeles? Dopo che io..ehm..sono venuto di nascosto a Sunnydale?”
La cacciatrice annuì.
“Mi ricordo ma cosa c’entra?”
Angel sospirò di nuovo. Non era una cosa facile.
“C’entra. Tu..non puoi ricordare ma sono successe delle cose, dopo.”
“Ricordo di non essere rimasta molto. Qualche ora forse. Ma anche meno.”
“Sei rimasta più di ventiquattr’ore.”
“Non è vero.”
“L’hai dimenticato.”
Quella conversazione la stava rendendo nervosa.
“Ho dimenticato cosa?”
“Buffy..”
“Ho dimenticato cosa, Angel?”
“Il mio cuore che batte. Il mio corpo..vivo e fragile. La mia umanità.”
La ragazza si alzò di scatto dal letto. I pugni si strinsero fino a far diventare bianche le nocche.
“Stai mentendo.” Si rese conto che le tremava la voce.
“Lascia che ti spieghi.”
“Sarà meglio.”
Qualche ora dopo era di nuovo seduta sul suo letto. Si era calmata, alla fine. Lui le aveva raccontato tutto, del demone, degli oracoli, tutto. E lei aveva capito perché l’aveva fatto. E l’aveva anche rassicurato. Per un attimo lui aveva temuto che potesse picchiarlo. E ora era anche più forte. Ma non era successo.
“Come fa Spike a saperlo?” domandò, dopo qualche minuto di silenzio.
“Una sera che ero in vena di confidenze.” Rispose Angel. “Spike era a Los Angeles da poco più di un mese. Era ancora un fantasma. A quel tempo non ci sopportavamo ancora. Non so esattamente cosa mi ha spinto a parlare con lui.”
“Ti ha capito?”
Liam sorrise.
“Ha usato il suo solito sarcasmo.”
Buffy ricambiò il sorriso, poi sospirò. Guardò fuori dalla finestra, malinconica. Il tempo era trascorso in fretta. Era quasi sera ormai. E Spike non era ancora tornato.
“Chissà dov’è.”
Liam si allungò ad accarezzarle i capelli.
“Tornerà.”
“Forse dovrei andare a cercarlo.”
“E dove?”
La ragazza scrollò le spalle.
“Non lo so.”
“Andrà tutto bene.” Sorrise di nuovo. Era più facile ora, sorridere. Era come se si fosse liberato di un grosso peso. La sua anima era sempre lì, al suo posto. Ma non era più maledetta. Era libero ora. Libero di essere uomo. Libero di amare. Libero di essere felice. Se solo Cordelia l’avesse visto. Sospirò e un ombra di malinconia apparve sul suo viso.
Ehi..” si sentì toccare una mano. Incrociò lo sguardo preoccupato di Buffy. “Stai bene?” gli domandò lei. “Forse non avresti dovuto stancarti così tanto..”
Lui scosse il capo. Si sforzò di sorridere.
“Sto bene. Stavo solo pensando..”
Non riuscì a terminare la frase. Un leggero bussare alla porta lo interruppe. Dopo qualche secondo una testolina rossa apparve sulla soglia.
“Scusate se vi disturbo.” Disse Willow con voce timida. La sua sagoma s’intravedeva appena nel buio della sera. “Giles ci vuole vedere tutti quanti in soggiorno. Una specie di riunione.”
“Spike è tornato?” chiese Buffy, speranzosa. Magari non l’aveva sentito arrivare.
La strega scosse il capo.
“Nessuno l’ha visto. Mi dispiace, Buffy.”
“Dobbiamo aspettare lui. Fa parte della gang.”
“Giles ha detto tra mezz’ora.” Guardò Angel. “ E ha aggiunto che se tu non te la senti sei esonerato.”
“Ci sarò.”

Quando i due giovani giunsero in salotto la gang era al gran completo. Per l’occasione i divani erano stati spostati e un lungo tavolo rettangolare era stato posto proprio al centro della stanza. Attorno una serie di sedie dove il gruppo aveva preso posto. Mancava soltanto Spike.
Quando la vide entrare Giles sorrise e le fece cenno di accomodarsi a capotavola, come una vera leader. Angel si sedette accanto a lei.
L’osservatore si alzò in piedi e prese la parola.
“Bene. Direi che ce l’abbiamo fatta anche questa volta. L’ennesima apocalisse è stata sventata.”
“Io non parlerei di apocalisse ma piuttosto di vendetta privata. Il mondo non è stato in pericolo, questa volta.” Lo interruppe Buffy, con voce incolore. Aveva voluto la maledetta riunione. Ebbene finalmente avrebbe detto a tutti quello che pensava. Si alzò in piedi, appoggiando entrambe le mani sul tavolo. La mano di Angel coprì la sua, in segno di sostegno e incoraggiamento. Buffy gli lanciò un fugace sorriso. Se solo Spike ci fosse stato ad incoraggiarla allo stesso modo. Sospirò.
“Nessuno è stato in pericolo, a parte la sottoscritta, Angel e Spike.”
“Ma sei comunque riuscita a sconfiggerlo, no?” ribattè l’osservatore, con ostinazione.
“Sbaglia anche qui. Io questa volta non ho fatto nulla. Sono stata un esca e una vittima. Il merito di tutto va a Spike. Lui l’ha ucciso e..” fece una pausa, guardando di nuovo Angel. “Ed è sempre merito suo se Angel è ancora tra noi. Ed è umano.”
“Buffy io non voglio togliere il merito a nessuno. Ma se davvero fosse come dici lui sarebbe qui ora, no?”
“Questo non la riguarda, Giles.”lo guardò dritto negli occhi. “Ma ho qualcosa di importante da dire, a tutti voi.”
Tutti la fissarono attenti. La mano di Liam si strinse maggiormente nella sua. Qualcuno intuì cosa stava succedendo.
“Ho preso una decisione riguardo la mia vita. Non intendo più sottostare alle scelte altrui. Non intendo più seguire ciò che gli altri pensano sia il meglio per me. Ho quasi venticinque anni e voglio finalmente vivere. E vivere significa allontanarmi da tutto questo. Dalle ronde, dai doveri, dal male, dalle apocalissi. Non ho cambiato le regole, quasi un anno fa, per continuare ad essere l’unica. Sono stanca dei doveri di cacciatrice che pesano sulle mie spalle.”
“Buffy tu non puoi parlare sul serio..”
“Non mi interrompa, Giles. Ho intenzione di partire. Voglio ricominciare la mia vita da qualche altra parte.”
“E dove andrai?” chiese Willow.
“Non lo so ancora. Tutto dipende dalle decisioni di Spike in merito.”
“Andrai con lui?” domandò Dawn, con un leggero sorriso.
Buffy annuì, sorridendo a sua volta.
“Non intendo separarmi da lui. Non più.”

 

Era rientrato da qualche minuto quando udì delle voci provenire dal soggiorno. Rimase sulla soglia, protetto dalle ombre. Non aveva voglia di unirsi a loro. Aveva girato per la campagna per tutto il pomeriggio, senza mai avvicinarsi alla città. Aveva costeggiato il fiume fino ad una piccola radura. E lì era rimasto, sdraiato tra l’erba umida. Il sole giocava con la sua pelle e lo riscaldava anche se non era sufficiente a scaldare il gelo che sentiva dentro.

“Bene. Direi che ce l’abbiamo fatta anche questa volta. L’ennesima apocalisse è stata sventata.”

Era l’osservatore ad aver preso la parola. Doveva aspettarselo. La riunione post apocalisse. Come se il merito della vittoria fosse suo. Fece per allontanarsi quando udì la sua voce.

“Sono stata un esca e una vittima. Il merito di tutto va a Spike. Lui l’ha ucciso ed è sempre merito suo se….”

Sorrise, suo malgrado. Buffy, come ormai accadeva da qualche mese, era sempre pronta a difenderlo.

“…se Angel è ancora tra noi. Ed è umano.”

Ebbe un sussulto. Sbirciò all’interno quel tanto che bastava per non essere notato. Angel era seduto vicino a Buffy. Era pallido come prima ma..aveva qualcosa di diverso. Era umano. Ma non fu la sola cosa che vide. Vide anche il sorriso che Buffy gli rivolgeva. E vide le loro mani unite. Dunque alla fine aveva ragione. Quei due erano destinati a stare insieme.
“Ma ho qualcosa di importante da dire, a tutti voi.”

Poteva immaginarlo, cosa aveva da dire. Appoggiò la schiena alla parete, sospirando. Era stato bello, finchè era durato.

“….E vivere significa allontanarmi da tutto questo. Dalle ronde, dai doveri, dal male, dalle apocalissi. Non ho cambiato le regole, quasi un anno fa, per continuare ad essere l’unica. Sono stanca dei doveri di cacciatrice che pesano sulle mie spalle.”

Era giusto. Lei non era più l’unica. Ed era giusto che ora che ne aveva la possibilità vivesse la sua vita normale con il suo amore normale. Ormai non c’era più nessun’ostacolo a separarli. Nessuna maledizione. E lui si sarebbe fatto a parte.

“Buffy tu non puoi parlare sul serio..”
“Non mi interrompa, Giles. Ho intenzione di partire. Voglio ricominciare la mia vita da qualche altra parte.”
“E dove andrai?”

Represse un singhiozzo. Scosse il capo, allontanandosi di corsa dal suo nascondiglio. Non voleva udire oltre. Non poteva farcela. Uscì in giardino dalla porta sul retro. Si sedette sui gradini, osservando il cielo che iniziava a tingersi di rosa. Forse avrebbe dovuto andarsene subito.
Nessuno si era accorto della sua assenza quel pomeriggio. E nessuno si sarebbe accorto che non c’era più. Sospirò. No. Non poteva andarsene così. Le doveva almeno una spiegazione. Parlarle un ultima volta. E poi voleva vedere suo padre.

Rientrò in casa quando ormai era sera inoltrata. Non incontrò nessuno, né in soggiorno, né in corridoio. La sua assenza era decisamente passata inosservata.
La camera da letto era avvolta nella penombra. La sola luce proveniva da una lampada accesa sul comodino. Sul pavimento non c’era più traccia dei cocci di vetro. E nell’aria si respirava profumo di pulito. Le tende erano accostate.
Buffy era sdraiata sul letto, la testa appoggiata ai cuscini, e giocherellava con un anello d’argento che lui non le aveva mai visto prima.
Si fermò sulla soglia, pensieroso. Doveva averglielo regalato lui. Lei sembrò non notare il suo ingresso. Si accostò al letto.
“A quando le nozze?” domandò, con voce stanca.
Lei volse appena il capo in sua direzione. Ignorò volutamente la sua domanda.
“Sai cos’è il Claddagh?” chiese, alzando la mano.
Spike aggrottò le sopracciglia. Si avvicinò di un passo. Ora riusciva a distinguere con chiarezza la forma dell’anello, le due mani intrecciate, la corona. La punta del cuore era rivolta verso l’interno. Dunque facevano sul serio.
“Conosco il suo significato. Simbolo di eterno amore. Te l’ha regalato lui?”
Buffy annuì.
“Sì. Ma con un altro significato.” Lo sguardo era fisso sull’anello. “In questo caso significa amicizia.” Finalmente alzò gli occhi su di lui. “Ci ha dato la sua benedizione. Benedice il nostro amore.”
“Lui sarebbe meglio per te.”
“Ma non lo amo.”
“Ma è umano, come te.”
La cacciatrice si mise seduta. Lo guardò furiosa.
“E’ questo il problema? Che lui è umano e tu non lo sei? A me non importa un accidenti di questo vuoi rendertene conto?”
Spike nel frattempo aveva superato il letto e si era fermato di fronte alla finestra. Scostò un po’ la tenda, osservando l’esterno. Non le rispose.
“Dove sei stato?” chiese ancora lei.
Lui si strinse nelle spalle.
“In giro.” Si voltò a guardarla. “Avevo bisogno di stare solo.”
Buffy non riuscì più a trattenersi. Gli occhi le si riempirono di lacrime. La voce tremò.
“Che sta succedendo Spike?”
“Buffy…”
“Io ti amo. Ma tu non ti fidi di me, perché?”
Il corpo del vampiro fu percorso da un tremito. Vedere le sue lacrime era troppo, per lui. Ma non poteva più tornare indietro, ormai.
“Io non riesco a fidarmi di te.” Furono le parole più difficili di tutta la sua esistenza. Fu come negare il suo amore. E in fondo era così.
“Perché?”
Spike si prese la testa tra le mani, chiudendo gli occhi per un attimo.
“Ho..talmente tante cose nella mia testa.”
“Parlamene.”
Lui scosse il capo.
“Non posso.”
Buffy non sapeva più cosa fare. Poi le tornarono in mente le parole di Angel.

“Portalo via… Andate via… Qualunque posto andrà bene. Purchè sia lontano dai tuoi e i suoi demoni. Dimenticate chi siete. Fagli dimenticare chi è.”

Forse valeva la pena tentare.
“Andiamo via.” Lo implorò. “Solo io e te. Andiamocene. Non importa il posto. Basta stare insieme. E andrà tutto bene. Risolveremo anche questa. Ti prego Spike. Andiamo via. Vuoi?”
Lui si avvicinò lentamente al letto. Si sedette accanto a lei, abbracciandola.
“Sì..” sussurrò, nascondendo il viso sul suo petto. “Andiamo via.”

Epilogo

Si svegliò presto quella mattina, quando le luci dell’alba rischiaravano appena la camera da letto. Era ancora abbracciato a lei. Scivolò via delicatamente, senza svegliarla. Sapeva ancora muoversi silenziosamente, quando lo voleva.
Non aveva dormito molto, quella notte. La maggior parte del tempo l’aveva passato guardandola dormire, limitandosi a stringerla, consapevole che quella sarebbe stata l’ultima volta.
Si vestì lentamente, senza mai perderla di vista. La borsa era già pronta in un angolo. La sua mano tremò impercettibilmente mentre prendeva la busta appoggiata sul tavolo. Era più difficile del previsto, ma doveva farlo.
La depose sul cuscino di fianco a lei. Rimase un lungo istante a guardare il suo viso disteso nel sonno. Era così bella. Le sfiorò la guancia con una carezza.
Le ombre si allungavano sul pavimento. L’allodola stava per cantare. Doveva fare presto.
La baciò delicatamente sulla fronte e lasciò la stanza, la borsa sulla spalla. C’era un ultima cosa da fare ancora.

Scivolò nella sua camera senza fare rumore. Depositò la borsa accanto alla porta e si avvicinò al letto. Esitò un istante. Angel era sveglio.
“Ti stavo aspettando.” 
Spike si sedette sul bordo del letto, accanto a lui. Lo sguardo era fisso sul ricamo delle lenzuola. Non aveva il coraggio di guardarlo negli occhi.
Era strano, stargli accanto. Avvertiva tutta la sua umanità eppure in fondo era sempre lo stesso. Era sempre suo padre. Soltanto che aveva un cuore che batteva, ora.
“Riesco a sentirlo, sai?” mormorò piano.
“Cosa?”
“Il tuo cuore.”
Liam appoggiò una mano sopra la sua, stringendo appena. Spike trasalì a quel contatto, e alzò gli occhi su di lui. Era caldo. E aveva una gran voglia di abbracciarlo e piangere, come un bambino.
Deglutì, cercando di mantenere la calma.
“Non sei venuto qui ad ascoltare il mio cuore, vero?”
Un angolo della bocca si piegò in un sorriso leggero. Anche da umano riusciva a leggergli dentro.
“Volevo vederti prima di..partire.”
“Allora hai deciso..”
“Come fai a..”
Angel sorrise, stringendo un po’ più la mano.
“Ti conosco.”
William sospirò, abbassando di nuovo lo sguardo. Non riusciva a guardarlo.
“Io non..non posso restare. Non ce la faccio.” Si inumidì le labbra con la lingua. Sospirò di nuovo. La mano scivolò via dalla sua. Alzò gli occhi su di lui.
Il sole stava nascendo e la luce che entrava dalla finestra lo illuminava da dietro. Era un angelo.
“Promettimi che..ti prenderai cura di lei.” La voce gli tremò appena, mentre pronunciava queste parole.
Liam annuì. Si allungò verso il comodino, prendendo una scatolina. Gli e la mise in mano, senza aprirla.
“Abbi cura di te, Spike.”

La prima cosa che avvertì, svegliandosi fu una strana sensazione di vuoto e di perdita. Buffy aprì gli occhi, infastidita dalla luce che entrava dalla finestra e si rese conto di essere sola. Scattò a sedere, improvvisamente presa dal panico. Il cuore iniziò a batterle furioso nel petto. Quella sensazione non se ne andava. Cercò di calmarsi, facendo profondi respiri. Se Spike non era lì c’era una buona ragione. Doveva esserci. Magari era uscito a fare una passeggiata. Per godersi il sole. Dopotutto non lo vedeva da un secolo. Eppure..
Poi vide la busta appoggiata sul cuscino. La prese e con mano tremante l’aprì. La scrittura era incerta e tremante, come se fosse stata scritta tra le lacrime.

“Amore mio perdonami. Non posso restare. Ho troppe cose nella testa e devo risolverle da solo. Non dimenticare mai che ti amo.”

Spike  

Il foglio cadde inerme tra le lenzuola.
“No. No no no!”
Buffy tremava dalla testa ai piedi. Scosse il capo più volte come per scacciare un ricordo fastidioso. Non poteva essere. Non stava succedendo veramente. Non a lei.
Lui non poteva lasciarla. Dopo tutto quello che avevano passato insieme. Dopo che in mille modi gli aveva fatto capire che l’amava. Non poteva.
Gli occhi si riempirono di lacrime. Si prese il viso tra le mani. Era un incubo. E doveva assolutamente risvegliarsi. Non poteva permettere che succedesse.
Con rabbia scalciò le lenzuola. Si vestì con le prime cose che le capitarono in mano e uscì dalla camera senza nemmeno guardarsi allo specchio.
Il soggiorno era tranquillo e silenzioso. Giles e Wood erano rientrati in città quella mattina. Dawn ed Andrew erano fuori in giardino a chiacchierare piacevolmente. Xander e Willow parlavano a bassa voce guardandosi negli occhi. Lei gli teneva le mani. Non c’era traccia di Fred e nemmeno di Angel. Nessuno sembrava essersi accorto dell’assenza di Spike.
“Xander.” Lo chiamò lei. “Portami all’aeroporto.”
I due ragazzi alzarono lo sguardo contemporaneamente. Si scambiarono un occhiata preoccupata. Spike aveva parlato con tutti, prima di andarsene. Xander si alzò in piedi lentamente.
“Buffy, ascolta..”
“Spike se n’è andato. Devo raggiungerlo prima che lasci Roma.”
Lui annuì.
“Lo so.” Indicò la strega accanto a lui. “Ce l’ha detto stamattina.”
La rossa si avvicinò alla sua amica. La accarezzò dolcemente sul braccio.
“Buffy..” disse gentile.
Ma la cacciatrice la strattonò con rabbia. Le lacrime scorrevano sulle sue guance.
“Xander portami all’aeroporto, ti prego. Non posso lasciarlo andare. Io lo amo.”
Il ragazzo sospirò e acconsentì alla sua richiesta. Sapeva che era inutile ma non poteva dirle di no.

Rientrarono un ora dopo. Xander la sosteneva per la vita. Buffy non aveva quasi la forza di camminare. Si trascinava a fianco a lui per pura forza d’inerzia. Gli occhi erano arrossati e brucianti di lacrime.
Il ragazzo la fece sedere sul divano e si sedette accanto a lei, sempre tenendola tra le braccia. Sentiva il dolore di Buffy come se fosse il suo. E provava un sottile rancore nei confronti del vampiro. Ma in fondo, molto in fondo, comprendeva il suo abbandono. Avevano parlato, quella mattina presto e aveva capito molte cose.
Non erano arrivati in tempo. L’unico volo diretto a Londra stava partendo in quel momento. Buffy era corsa fuori, ignorando le guardie armate che tentavano di fermarla.
Era riuscita ad arrivare fino alla pista urlando il suo nome. E poi l’avevano presa. La stavano portando alla polizia aeroportuale se non fosse intervenuto Xander, che aveva garantito per lei, nel suo stentato italiano.
Lei si era lasciata accompagnare a casa docilmente. Ormai non c’era più niente da fare.
Aveva perso. Spike se n’era andato. Per sempre.

Fine

 

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